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Chi fa da sé…

immagine-chi-fa-da-se“Fatto signora, sono settanta euro”.
Il tecnico richiude lo sportello della caldaia e rimango a guardarlo un attimo. L’ho chiamato perché da un paio di giorni non ho più acqua calda ed un po’ per orgoglio, un po’ per ribadire il concetto che ormai riesco a cavarmela da sola, non ho chiesto aiuto al mio paterno tuttofare. Il tecnico è arrivato puntualmente, si è bevuto il caffè che gli ho offerto, ha aperto lo sportello della caldaia, ha sostituito una batteria e si è intascato settanta euro. Fine dell’intervento.
Non mi sono sentita derubata e nemmeno troppo stupida: mi sono sentita parte di una categoria di persone che hanno bisogno di qualcuno per svolgere determinati lavori. Il fatto è che questa per me è una sensazione nuova: per tutta la vita sono stata abituata a cercare delle soluzioni da sola, ad imparare a “metterci le mani”, ad osservare chi lo fa e poi, nei limiti, aggiustarmela da sola. È il motivo per il quale non ho mai chiamato un imbianchino, non ho mai portato un paio di pantaloni da una sarta, il mio motorino non vede un meccanico da sei anni e quasi tutti i mobili che ho in casa sono stati costruiti nel garage di famiglia. Ma questo stile di vita autarchico non è assolutamente longevo, siamo destinati a lasciare che qualcuno con delle competenze in più abbia l’ultima parola sui nostri problemi pratici quotidiani. Così, la loro consapevolezza di quanto siamo dipendenti li porta spesso ad esagerare i loro compensi.

Ma in una società in cui tutto ha un prezzo, essere così autosufficienti può essere una condizione che aiuta l’economia? Il problema non è tanto riuscire a risolvere con le proprie mani tutte le insidie che la vita ci riserva, quanto comprendere cosa ci troviamo davanti, per giudicare equamente il lavoro di chi effettivamente interverrà. In quel caso avrei pagato solo il costo della chiamata e della batteria ed il risultato sarebbe stato lo stesso.

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