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Buon compleanno, cara e vecchia televisione

raiSessanta anni sono trascorsi da quando la televisione è entrata nelle case degli italiani. All’inizio solo in quelle di alcuni, veramente pochi. Poi il boom economico e le cambiali l’hanno resa più accessibile e si è diffusa anche tra le  masse popolari, portando con sé un’infinità di nuove emozioni.  Le persone hanno imparato a leggere attraverso le lezioni di Alberto Manzi, hanno ascoltato per la prima volta un’orchestra suonare, hanno visto opere teatrali nelle loro case. Concetti e luoghi che non avevano una forma fisica finalmente cominciavano ad assumerne una. Ecco che si vedono le principali città animate dalla gente e persino i paesini sperduti trovano posto negli intermezzi. Tutti si conoscono ormai, da Palermo a Trento, gli accenti, i dialetti, i visi ora hanno una concretezza: la televisione forse ha reso più tangibile il sogno di Cavour di fare gli italiani, un popolo consapevole di sé stesso.

Di meriti, abbiamo visto, ce ne sono in abbondanza, quasi quanti sono i demeriti. D’altronde, la televisione ci ha anche impedito di pensare quanto avremmo potuto, ci ha fatto vedere cosa dovevamo vedere e ci ha taciuto cose che non potevano essere raccontante. Fa sorridere il pensiero che per tanti anni siamo stati abituati a subire le notizie, senza possibilità di scelta o di controllo. Ora con internet abbiamo il completo controllo di ciò che vogliamo sentire o vedere: possiamo dissentire, condividere contenuti, selezionare ciò che ci interessa, approfondire. Siamo diventati più attivi e non abbiamo più bisogno della televisione.

C’è un momento però, il più rilassante della giornata, in cui ci si siede sul divano e si afferra il telecomando: quando iniziano le immagini sembra quasi di sentire un click dentro la nostra testa, come qualche interruttore che spegne qualcosa. Ed è a questo bisogno che ci ha abituati la televisione.

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