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Abbiamo perso il futuro

Uno degli aggettivi che è tornato in voga, negli ultimi tempi, è «liquido»: il lavoro è liquido, i rapporti tra le persone sono liquidi, la realtà è liquida. Addirittura il nostro modo di parlare è stato definito liquido. Questo aggettivo non definisce uno stato preciso della materia ma ne descrive la mutevolezza ed è un concetto comprensibile anche senza i rudimenti della fisica.

Nel caso particolare del parlato, definito appunto liquido, c’è da fare un discorso a parte. La nostra lingua è come un fiume che scorre: non è mai la stessa anche se sembra che lo sia, perché trascina con sé infiniti elementi che la compongono. Questa metafora rende bene l’idea, anche se in maniera ovviamente riduttiva.

Ad alcuni suonerà strano o almeno poco comprensibile, perché sfogliando libri di cento anni fa non si notano grosse differenze con l’attuale parlato. Certamente Manzoni non scriveva cose come «Ok Renzo, ora sto incasinata, ti scrivo dopo su Whatsapp», però sarebbe stato in grado di leggere un giornale contemporaneo.

futuroLa lingua riflette i tempi, la mentalità della sua epoca e leggere è come guardare attraverso una finestra aperta sul mondo. Un fenomeno interessante per quanto riguarda l’italiano è che è scomparso dal parlato comune il tempo futuro. Già da molti anni erano svanite tutte le sfumature dei passati del modo indicativo, considerate un vezzo del meridione. Il passato prossimo regna ormai sovrano su ogni frase, persino in qualche telegiornale. Nel 1912 è affondato il Titanic, non affondò. Dire che un film «fu» un successo fa pensare a qualcosa di bicromatico senza sonoro, non certo al blockbuster della stagione passata. Per quanto riguarda il futuro, è il caso di dirlo, parliamo chiaro: non si usa più, è definitivamente decaduto. Forse è questa incertezza che aleggia sulle nostre vite, forse è l’aspetto torbido che ormai ha assunto, ma il futuro è passato. Di moda.

Il prossimo anno andiamo in America. Domani usciamo. Più tardi mangiamo. Non andremo, non usciremo e non mangeremo nulla. Quando, dopo? Rimaniamo ancorati al nostro presente, quasi per paura di spingerci troppo in là, verso l’ignoto. Il passato ci appartiene, il futuro lo abbiamo perso anche con le parole.

 

 

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