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La letteratura, la donna, l’omosessualità: intervista ad Antonella Cilento, Premio Boccaccio 2014  

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Antonella Cilento, autrice di Lisario o il piacere infinito delle donneFonte immagine

Il sole è ancora caldo e abbacinante nei pomeriggi di metà settembre, e la gente che circola per le strade roventi si rifugia, con una frequenza dal ritmo quasi musicale, nelle tante attività aperte dopo il lungo sonno agostano. Opto di rintanarmi anche io, verso le 17:30 di un giovedì come molti altri, in un luogo accogliente e ristoratore, la libreria Ubik di Monterotondo, cittadina romana dove abito ormai da più di vent’anni; la sala è coperta, per un terzo, da seggiole colorate di verde e di arancio, da dove, in fondo al corridoio, spicca un tavolo sul quale vi sono depositate un paio di copie dell’ultimo romanzo di Antonella Cilento, classe ’70, fresca vincitrice del Premio Boccaccio e finalista della manifestazione letteraria più importante d’Italia: il Premio Strega. Lo ammetto, ho barato: non sono capitata in questa variopinta e confortevole casa dei libri per scampare all’afa pomeridiana, né tanto meno la mia è stata una scelta casuale; sono qui per intervistare l’autrice di Lisario o il piacere infinito delle donne (si veda la nostra recensione, n.d.r.), prima che inizi la presentazione del libro, con la moderazione della docente di lettere Lara Midei.

Antonella Cilento, puntualissima, dimostra da subito di essere molto gentile, affabile e simpatica, allontanando dall’uscio della sala – come una moderna discendente degli dèi Lari dell’antica Roma – quel timore che potrebbe assalire chi si ritrova a parlare con un’autrice mondadoriana. Dopo esserci accomodate in un angolo della libreria, iniziamo una piacevolissima chiacchierata di quasi mezzora.

La scrittrice Antonella Cilento e Selene Gagliardi durante l'intervista presso

Antonella Cilento e Selene Gagliardi durante l’intervista presso la libreria Ubik

 

Innanzitutto mi congratulo per la recente vittoria al prestigioso Premio Boccaccio.

Grazie.

Lei ha vinto e concorso in diversi premi letterari durante la sua carriera, sin dalla segnalazione, nel 1997, al Premio Calvino, col suo romanzo d’esordio: ci si abitua mai a parteciparvi?

C’è molta differenza, in realtà, da premio a premio. Il Calvino, ad esempio, mi sentirei tutt’oggi di consigliarlo: in fin dei conti è l’unico premio per esordienti ad offrire delle garanzie. Infatti, quale che sia il livello a cui l’opera in concorso riesce ad accedere, vengono stilate delle schede di valutazione dello scritto; il che – specie per un autore alle prime armi – aiuta molto. Per me, quella, è stata un’esperienza importante. Poi sono arrivati gli altri premi: devo distinguere tra quelli che sono a partecipazione popolare – penso al Viadana, dov’è l’intero paese che ti premia, dove i lettori hanno tutti già letto il libro e ti interrogano –, che danno molte soddisfazioni agli scrittori che vi partecipano, pur non supportando sostanzialmente le vendite librarie. Al contrario, un premio come lo Strega dà aiuto al libro da un punto di vista commerciale, conferendogli grande visibilità, e se ne fai parte vuol dire che l’editore crede nel tuo lavoro; ma purtroppo non permette profondi scambi letterari, come accade nei piccoli premi di qualità. Il Boccaccio, infine, è una via di mezzo: non ha un’enorme esposizione mediatica – anche se dispone di una giuria di spessore –, eppure lì si parla veramente di letteratura. Insomma, siamo un paese pieno di premi, all’interno dei quali bisogna fare delle distinzioni.

Pensi che già in un articolo del 1960, su «Mondo Nuovo», un giovane Walter Pedullà stroncava con recisione i premi letterari italiani…

Landolfi, che pure vinse lo Strega, dichiarò – due o tre anni dopo la vittoria – che non vi si poteva più partecipare. Ma già da neonato lo Strega aveva le sue caricature: c’è un film molto carino, di cui mi sfugge il titolo [si tratta dell’episodio La musa, compreso nella pellicola I mostri di Dino Risi; n.d.r.], dove ritroviamo un Gassman che interpreta Maria Bellonci [ideatrice, insieme al marito Goffredo e a Guido Alberti, del Premio Strega; n.d.r.], la quale impone il nome di un giovane autore impegnato, solamente per portarselo a letto…

Ora mi vorrei concentrare sul suo ultimo romanzo, Lisario o il piacere infinito delle donne. Cosa voleva rappresentare scrivendolo? Perché ha voluto raccontare questa storia?

È difficile da dire… sicuramente c’erano vari obiettivi. Il primo era quello di costruire un “romanzo-romanzo”, ossia un romanzo che non appartenesse ad un genere letterario preciso: siamo oppressi dai romanzi di genere. Questo è un libro teatrale e picaresco al tempo stesso; un romanzo-favola (si potrebbe definire una riscrittura della Bella Addormentata) e, insieme, un romanzo realistico (vi entra la storia, con la rivolta di Masaniello, con fatti e avvenimenti documentati), ma anche una storia d’amore e dove si parla molto di pittura: è un romanzo che costruisce un piccolo mondo autonomo, che dialoga con i mondi precedenti. L’obiettivo principale, comunque, era raccontare delle donne, con la loro rivoluzione che è sempre in corso, sembra sempre realizzata e poi non lo è mai; e però l’unico modo per poterne parlare fuori dai dibattiti odierni era di anticipare la storia di qualche secolo, in un momento in cui tutto comincia – le scrittrici francesi dell’epoca iniziano a prendere in mano la penna –, ma in cui le donne sono ancora in uno stato di totale servitù, specie se non appartengono agli strati alti della società.

La questione femminile, dunque. La protagonista Lisario viene osteggiata molto dal marito, il quale non accetta che anche le donne possano provare piacere e rendersi così indipendenti. Cos’è che gli uomini non riescono ad accettare delle donne? Ancora oggi, del resto, c’è un alto tasso di violenza sulle donne e di intolleranza maschile.

Il discorso è lungo e complesso, e secondo me molto antico. Io ho vissuto tutto questo anche come generazione: mi sembrava che non ci fosse più bisogno di lottare, che tutto fosse acquisito, salvo poi capire che non era così. Gli uomini hanno difficoltà perché li stiamo mettendo in difficoltà: stiamo cambiando dopo millenni, e loro si sentono spersi. La paura è legata alla differenza: noi pensiamo, organizziamo, gestiamo le cose in maniera nostra, e gli uomini si sentono in conflitto; si sentono giudicati; vorrebbero essere accolti, mentre noi – diventando sempre più indipendenti – accogliamo sempre meno. È indicativo che la violenza di genere sia perpetrata, la maggior parte delle volte, da fidanzati, mariti, parenti che si ritengono abbandonati. Non a caso c’è molto maschilismo di ritorno, anche nel ceto intellettuale, negli scrittori.

Altro tema importante del suo libro, oltre a quello della questione di genere, riguarda l’omosessualità, portata alla ribalta della figura del pittore fiammingo Michael de Sweerts. Un personaggio che vive con difficoltà la sua situazione e che potrebbe candidarsi ad essere uno dei protagonisti positivi della storia: esattamente come Lisario, difatti, è un emarginato, un paria della società. Eppure, si configura come antieroe. Cosa manca a Michael per diventare un personaggio positivo?

Michael de Sweerts è stato un pittore realmente esistito, di cui conosciamo solo una piccola parte di biografia. È da questa biografia che io ho immaginato la sua omosessualità, oltre che da quadri conservati. All’epoca era una condizione che non poteva assolutamente essere dichiarata, perché agli omosessuali venivano come minimo tagliati le mani e il naso, altrimenti veniva direttamente tolta la vita. Michael dunque è una vittima due volte: sia per questo – la situazione sociale generale –, sia perché la madre era molto bigotta (e le cronache raccontano di come anche Michael facesse proselitismo religioso). Sweerts era ossessionato: non può diventare un eroe perché in realtà è sconfitto dal suo conflitto interno, che non riesce a superare; si sente costantemente in colpa per la propria omosessualità. Lisario, al contrario, sa rimanere fedele a sé stessa, qualunque cosa le capiti.

La sua scrittura, oltre ad essere molto appassionante, è del tutto leggibile anche da chi non ha un’ampia cultura letteraria: è una scrittura che riesce a parlare a chiunque la accosti. Ciononostante, il testo è pieno di riferimenti colti. Tra tutti, spiccano quelli – numerosi – a Cervantes e Shakespeare.

Cervantes e il Don Chisciotte sono il modello per qualunque romanzo moderno. Quella di Cervantes è la prima narrazione che rompe con la ciclicità dell’epica, e quindi con tutte le storie che vengono sia dall’antichità che dal Medioevo e dal Rinascimento. Per la prima volta, nel Don Chisciotte, c’è un protagonista che va contro la società. Tutti gli altri eroi, anche quelli di Ariosto e Tasso, fanno parte di una comunità e aspirano a rientrarvi; invece Don Chisciotte è pazzo, non si riconosce nel mondo che lo circonda, vive in un universo altro: è questa la condizione dei protagonisti del romanzo moderno, che sono quasi sempre in opposizione o in distonia rispetto alla società in cui vivono. In Lisario sono citate le Novelle esemplari di Cervantes, scritte dopo la prima parte del Don Chisciotte, dove troviamo anche la più antica rappresentazione storica della camorra: una novella che oggi definiremmo noir. Cervantes, allora, è il padre e la madre di ogni storia che noi oggi possiamo raccontare. Shakespeare, per il teatro, fece la stessa operazione. Le storie contenute in Omero, nella Bibbia, in Cervantes e in Shakespeare sono, sostanzialmente, tutto ciò che è possibile narrare.

 

Sta già pensando a nuovi libri? Ha già in cantiere nuovi progetti?

Alcune cose sono in lavorazione… Ci sono dei libri, diciamo così di “servizio”, che sarebbero dovuti già uscire: sono lavori di saggistica, fondamentalmente. C’è anche un romanzo in fabbrica, ma ci vorrà tempo: mediamente impiego dai tre ai dieci anni per un libro. È ancora prematuro parlarne.

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