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Il Poliziotto e l’abisso seriale

Archetipo: dal greco “archè” (originale) e “tipos” (modello)

La storia ha cambiato gli eroi. Sono crollati i tempi in cui il binomio buono e bello sorreggeva le fattezze del cavaliere senza macchia. Poco a poco, secolo dopo secolo, il volto del giusto ha iniziato a creparsi. A non essere più biondo con gli occhi azzurri. Il mantello limpido si è sporcato. I lineamenti si sono fatti più marcati, gli occhi più tesi dalle ossessioni e dalle paranoie. Dubbi e insicurezze hanno scheggiato la morale. Demoni subdoli hanno popolato la strada per arrivare alla verità e alla giustizia. Il cavaliere ora ha tante macchie e altrettante paure: ed è un bene perché a quanto pare è diventato il tramite perfetto per scandagliare i nostri animi. L’archetipo in questione è il poliziotto. L’investigatore privato, l’uomo di legge che poco a poco ha tramutato l’assioma e le regole: buoni e cattivi non esistono. Un germoglio di male sboccia anche negli eroi. La zona grigia è vasta e per fare del bene bisogna danzare guancia a guancia con il lato oscuro. A raccontarci questa parabola complessa ci ha pensato la moderna forma narrativa per eccellenza: le serie tv.

Dimenticate le scene in cui il trionfante ispettore di polizia sfonda la porta e ammanetta i cattivi con ghigno trionfante, mentre il telespettatore appaga l’intrinseco senso di giustizia. Le cose hanno preso una piega ben più complessa. I prodotti seriali più alti degli ultimi anni ci hanno dimostrato come gli intrecci non sono più a livello investigativo: il divario è superiore e riguarda gli istinti più profondi e complessi della mente umana. Per assurdo, ma questo è uno scarto geniale, non si è usato il cattivo per mostrare il male, bensì il buono, o chi almeno dovrebbe rappresentare il bene. L’archetipo in cui si ripongono gli ultimi bricioli di giustizia e lealtà si è immolato per mostrarci i luoghi più insondabili prima di consegnarceli, nella speranza di capirci qualcosa di più. Partiamo quindi con un caso lampante.

ab1Il fondo dell’abisso. 2009, Red Riding: per il sottoscritto la miglior miniserie inglese mai fatta. Tratta dai romanzi di David Peace, narra dei terribili omicidi che hanno attraversato l’Inghilterra in tre annate diverse: 1974, 1980, 1983. Nella prima puntata, tocca ad un giornalista capire chi stupra e uccide bambine incidendo sulla loro pelle la parola 4LUV, ma nella seconda, sarà Scotland Yard a investigare sullo Squartatore dello Yorkshire. I detective Hunter e Jobson (i magistrali Paddy Considine e David Morrissey, Governatore di The Walking Dead) per arrivare alla verità perderanno poco a poco tutte le loro certezze. La linea rossa del male celata dietro ai delitti e ai colpevoli li logorerà lentamente, realizzando come le persone all’apparenza giuste possono nascondere gli anfratti più turpi. Dovranno immolarsi a vittime per salvare gli ultimi innocenti. Le riflessioni e l’impatto dopo la visione sono indelebili. Red Riding è stata la serie che più di tutte ha varcato la linea d’ombra (sia a livello tecnico che qualitativo): violenta e cupissima nei toni e nelle immagini, ha usato in maniera superba la figura dell’uomo di legge per scendere nell’abisso. Criminale e umano.

duraDurham County: il precedente, 2007. Qui la questione è semplice quanto terribile: sei un agente di polizia da poco trasferitosi nella cittadina omonima del titolo e scopri che il tuo vicino, nonché migliore amico ai tempi del liceo, è un serial killer. No, tranquilli, non vi ho svelato il finale: è solo l’inizio. E le cose prenderanno una brutta piega quando la prossima vittima del killer si scoprirà essere l’amante del poliziotto. Durham County è un grandissimo prodotto televisivo. Canadese, con una delle sigle più agghiacciante mai fatte, è il classico esempio di serie pregevole quanto sfortunata: disturbante, cruda e allucinata non è certo il tipo di show da trasmettere alle folle. Fu una delle tante candidate al post Twin Peaks e per alcuni momenti malati e sanguinari il paragone regge. Peccato per le tre stagioni, di cui solo la prima trovabile, per una fiction in cui il poliziotto per tenere testa al killer dovrà abbandonare gli ultimi scampoli di umanità e di legalità, in una discesa alienante e folle.

dexterIl personaggio: Dexter. Qui c’è la distorsione e la distruzione assoluta dell’archetipo: l’agente della scientifica che di notte diventa serial killer di serial killer. Una sorta di elevazione al cubo – in negativo – della figura del giustiziere. Fino alla quarta stagione la vita e le gesta di Dexter Morgan sono complesse, profonde e affascinanti: tra Pirandello e Schopenhauer mai si era visto in tv una combinazione di ossimori così clamorosa. I complessi, i pensieri, i rimorsi, le crisi di identità del protagonista sono anche quelle dello spettatore: si può fare il tifo per un assassino anche se uccide solo i cattivi? Bel dilemma, sicuramente poco sfruttato nelle ultime serie. Ma ciò che ha lasciato Dexter nella storia della caratterizzazione seriale è un punto di non ritorno.

hannibalHannibal. Ovvero: come impazzire cercando di capire i pazzi. La bellissima prima stagione targata NBC – la seconda partirà a brevissimo – ci mostra il lento crollo psichico di Will Graham. Più che incentrarsi sulla figura epica del cannibale – interpretazione già nel mito di Mikkelsen – Hannibal ci mostra un Graham (profiler dell’F.B.I. discusso per i suoi metodi troppo empatici), già segnato da alcune indagini precedenti. Arriverà talmente tanto vicino al cuore del male da rimanerne distrutto. L’interpretazione di Hugh Dancy è altrettanto superba: nel suo volto ogni tic o espressione è sintomo della sua lenta discesa del baratro. I casi presentati negli episodi sono l’ultima frontiera del poliziesco in tv: a tratti insostenibili ma mai banali (il totem di cadaveri sulla spiaggia è l’immagine definitiva) o strumentalizzate, sono il percorso diabolico che ci porterà nella cucina di Hannibal. O nel manicomio di Will.

ab2True Detective: il nuovo capolavoro da raggiungere. Solo cinque puntate, ma la faccenda è chiara: HBO ha alzato ancora una volta l’asta della qualità suprema fruibile in tv. Qui gli archetipi si mischiano e si intercambiano: l’agente buono, sposato con famiglia ha i suoi piccoli peccatucci, il cattivo, folle e insonne, è quello più dedito alla verità. Puntata dopo puntata abbiamo scoperto come i due non siano opposti, ma complementari. Harrelson è il primo, dalla facciata intransigente e inamovibile, ma con l’amante ammanettata al letto. McConaughey (qualcuno inventi un premio per la sua interpretazione indescrivibile) è lo strano: un passato brutale, insonne, ossessionato, alternativo nei metodi e nei modi, in realtà è quello più concentrato a trovare il killer. Staremo a vedere signori… ma ormai l’ennesimo crollo è imminente.

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