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“Resushitati”: il ritorno alla vita di tre giovani poeti

Scrivere un solo libro di poesia può essere sintomo di vari segnali: follia, passione, incoscienza e altre patologie simili. Ma scriverne due, vuol dire che la situazione è davvero critica. Come nel caso dell’attivissimo trio Fabio Appetito –  Marco De Cave – Mariano Macale, il cui esordio letterario dell’anno scorso aveva un titolo a dir poco significativo: State scherzando, vero?

ResushitatiNon scherzavano allora, e non scherzano nemmeno adesso: ecco infatti Resushitati, seconda antologia dei tre poeti. Altro titolo curioso e interessante, come i versi all’intero, e tanti spunti importanti che ci permettono di fare una bella e approfondita chiacchierata tra malati inguaribili. Di Poesia, ovviamente.

 – Partiamo dal titolo…

 F. Ap: Siamo morti. Eravamo dei morti viventi che camminavano per le strade, addolorati, distrutti e bombardati nelle viscere. Ognuno per un motivo proprio. Dopo tre anni di vita, di reading, di progetti e belle cose ci siamo perduti nell’abisso. Balene a cui davano la caccia e il cacciatore era il vuoto. Questo è quello che sentivo. E succede quando scavi troppo, e lo sai che stai scavando troppo, ma è la pala che ti guida e tu devi farlo. Non so cosa sia successo dopo. È resuscitata la voglia di vivere, che si paga cara, a differenza del prezzo di copertina del libro.

 M. Dc: Il titolo nasce dalla nostra passione verso il take-away. No, scherzo. In realtà nasce dal fatto che abbiamo pensato ad una poesia che potesse esprimere il bisogno urgente della scelta, del conflitto con la realtà. Due possibilità: risorgere o perire. Oppure comprare del sushi e farsi trasportare dalla poesia.

 

– Cosa spinge tre autori a collaborare insieme per creare un’unica opera poetica?

 M. M: Non sarei propriamente sincero se a questa domanda rispondessi additando cause come l’affinità tematica delle poesie o una deliberata e manifesta volontà avanguardistica. Entrambi i fattori si coordinano in modo successivo rispetto a quello che io considero il fattore umano che è nel nostro caso l’amicizia. Senza uno stretto rapporto umano, non avremmo né intersecato la passione per la scrittura poetica, né avuto modo di intessere un progetto così importante come Cardiopoetica. Qualsiasi motivo è successivo al rapporto umano, e penso che questa regoletta dovrebbe essere sottintesa anche per molti altri progetti, che riguardino band musicali o anche team di realizzazione di un’opera ingegneristica per dirne una.

 F. Ap: La passio. E la consapevolezza che l’affermazione dell’ “io” passa attraverso il “noi”.

 M. Dc: Innanzitutto un’amicizia che prende tutti i campi, soprattutto legata a tante discussioni, analisi, nonché vari progetti che abbiamo conseguito in precedenza. Infine, si tratta sostanzialmente di continuare a giocare insieme come si faceva quando si era bambini.

 

– Si fa riferimento più volte ad un poesia take-away: spiegateci meglio, fate qualche esempio.

 M. M: La poesia take-away alla quale accenniamo più volte ha una doppia portata: da una parte è una poesia “a portar via”, dall’altra una poesia che ti porta via. Come esempio posso fare riferimento a uno dei tanti reading che abbiamo fatto. Al termine dello spettacolo, una persona dal pubblico mi ha avvicinato e mi ha chiesto il foglio dal quale avevo letto la poesia, affinché potesse rileggerla a casa. Gliel’ho donato volentieri, giacché il poeta dovrebbe contraddistinguersi per generosità d’animo e di fatti. Donare anche materialmente la poesia. Una poesia in grado pertanto di essere portata via, rapita, ma anche di rapire, in un gioco quasi erotico e vitale come è quello di Apollo e Dafne.

 F. Ap: Capitò di trovarmi in una locanda, vicino Lucca: “Il Cavallino Bianco”. Era novembre. Si gelava. Passai la nottata davanti al camino, a mangiare e bere, soprattutto. Il proprietario di quel luogo era un brav’uomo. Gioioso come ogni toscano. Quasi ubriaco, gli dissi che ero un poeta – non che lo fossi realmente . Lui si sedette accanto a me e mi raccontò di una morte, di una perdita che lo addolorava.  Mi confessò il desiderio di avere delle parole da portare su quella tomba. Mi chiese di scriverle. Lo feci, e continuava a portarmi del vino. Rosso. Scrissi su un tovagliolo di carta, poi mi alzai e salii sulla sedia. Lessi quei versi alla sala, ad una piccola sala. Lui si commosse e mi abbracciò. Due sconosciuti che si abbracciano. Qui capisco il miracolo che è la vita. Quando stetti per pagare la cena, lui mi disse: “Te la sei già pagata, scrivendo quella poesia.”

 M. Dc: Il take-away comprende diversi aspetti. Da un lato, il nostro ispirarci (almeno idealmente) alla beat generation, diciamo, e quindi riferirci alla cultura statunitense, ma facendo nostro solamente uno degli aspetti probabilmente più visibili, quali appunto il take-away. Dall’altro, vogliamo esprimere la critica del capitalismo mediante concetti inerenti al capitalismo stesso: non più un take-away che fa riferimento all’oggetto, ma al soggetto. Per cui è il soggetto che decide di portarsi via, mediante la poesia.

 

– Più continuità o stacco, rispetto all’esordio?

 M. M: Da una parte c’è una continuità, individuabile in alcuni temi che sono rimasti e che contraddistingueranno sempre il tratto poetico comune, come appunto la necessità di affermare una disperata vitalità su una società sempre più avvezza all’abitudine, al “morire lentamente”, per citare una celebre poesia, a una “dura fatica di affondare” per citare Montale, senza tuttavia avere il coraggio di risorgere. Stacco nella maturità e nella consapevolezza del linguaggio, ma anche uno stacco biografico che è sempre necessariamente legato all’esperienza poetica universale. La vita ci cambia, le nostre opere mutano aspetto.

 F. Ap: C’è uno stacco intrinseco, dato dalla crescita artistica e non, ma è il continuum che decreta il punctum.

 M. Dc: Diciamo approfondimento di tematiche toccate nel primo libro, con più struttura e meno improvvisazione.

 

– Quanto costa – come nel vostro caso – unire ipermodernità e tradizione?

 F. Ap: L’artista è un ripiego della società. È la società che decreta cos’è arte e cosa non lo è. È un gioco, a cui si partecipa e in cui si ha più o meno fortuna. Il canone greco di bellezza è deceduto. Ora tutto può concorrere ad essere “arte”. Per questo, la tradizione, diventa importante, perché ci dà una soglia di valore artistico al di sotto del quale non dovremmo scendere.

 M. Dc: Costa il fatto che poche persone risultano poi interessate, che ti alzi la mattina e pensi: “Perché mangiare sushi se invece ho la pasta?”; costa tanto tempo da investire nel far comprendere alle persone ciò che vuoi comunicare – spesso poi molta frustrazione per le non-risposte di tanti media di fronte alla nostra proposta.

 

– Quale poesia invidiate all’altro?

 M. M:  Non invidio, ma ammiro di Fabio È tutta un’ora che ti cerco, è solo un giorno che ti perdo e di Marco Lisboa.

 F. Ap: Più che delle poesie, invidio la capacità di De Cave a muoversi per immagini, come se fossero scatti in polaroid, e l’approccio così naturale e allo stesso tempo compulsivo che Macale ha verso la scrittura.

 M. Dc: Rispondo secco. Mariano: Non sia mai che scenda la sera sui tuoi occhi; Fabio: Conservami baci inaspettati.

– Quale aspetto vi differenzia e contraddistingue maggiormente?

 M. M: Nella mia poesia ho sempre cercato di unire la modernità del linguaggio all’universalità del tema prescelto, confidando che i poeti parlano sempre delle stesse cose da   Omero: la morte, la corruttibilità della materia, l’aspirazione al divino, l’amore in ogni sua forma. Il poeta non è un esploratore di nuove storie, semmai di nuovi linguaggi. Ed ogni epoca sceglie il suo. Il cantore non può che umilmente prestare il suo canto alla Storia.

Una cosa peculiare che posso dirti è che per me vale il principio “mens sana in corpore sano”, propriamente latino. Non possiamo legare la figura del poeta all’ozio petrarchesco. Per me l’intellettuale odierno non ha niente a che vedere con pantofole e vita da eremita. Per quanto intellettuale e scrittore dovrebbero essere due figure separate. Occorre sempre un’ottima forma fisica che predisponga una mente lucida e brillante. Io però sono un cattivo esempio in questo senso, e quale periodo di pigrizia inevitabilmente lo attraverso. Ma ciò che conta è: corri e leggi, leggi e corri. E poi scrivi.

 F. Ap: Ci differenzia la scrittura ma ci accomuna il sentimento del vivere. E parlare di vivere, oggi, è come parlare di barbieri specializzati in tagli Mannari.

 M. Dc: L’approccio esistenziale alle cose, che tipo di caffè prendiamo, quale autore ci sentiamo più vicino. Sicuramente, Mariano è la mente più prolifica, quella che sforna idee e stimoli. Fabio è meno medotico, più introspettivo e corporeo allo stesso tempo. Ma proprio queste differenze ci mettono insieme, il che, spesso, mi sorprende.

– I modelli che avete avuto durante la stesure dei versi?

 M. M:  I modelli sono pur sempre variabili, e vanno dai poeti americani della generazione maledetta come Ginsberg, finanche a Montale o Pavese. Ma non cerco mai di caricarmi del peso del passato, meno che mai di quello presente. Tra i poeti italiani viventi non saprei francamente dirti quale di essi trovo interessante, pur leggendone molti continuo ad essere attratto dai recenti Merini e Luzi, sebbene non siano più tra noi.

 F. Ap: Non c’è un vero e proprio modello. Avere un modello vuol dire trovarsi a ritrarre un nudo dal vero. È un meccanismo accademico. Il pittore, dentro il suo atelier, si spoglia di tutte le assimilazioni tecniche e stilistiche, e si spreme, facendo un sunto di sé, del mondo in cui vive, di ciò che ha assorbito fino a quel momento. Passa attraverso la negazione di ogni forma d’arte pre- e post-, è lui il demiurgo.

 M. Dc: Neruda, Montale, delle letture diverse dei poeti beat, magari anche in critica con loro.

– Nonostante lo stato critico della poesia italiana, c’è un poeta italiano vivente di cui condividete le scelte?

 F. Ap: Non esistono poeti viventi. Tutt’al più poeti vivi.

 M. Dc: Aldo Nove, direi.

– Quali sono secondo voi i metodi per sanare leggermente la situazione poetica in Italia? E sanare non vuol dire per forza aumentare il bacino di lettura e vendita: ma comunque almeno evitare che vengano stampati dei libri ignobili…

 M. M: . Non vorrei vestire i panni del medico, né ho la pretesa di indicare una rigorosa terapia per sanare la situazione poetica in Italia. Certo ti dirò…secondo me bisogna prima risanare la situazione umana, e non solo in Italia. Finché saremo soggiogati a questo sfrenato consumismo, faremo la fine che indicava Ballard nella sua ultima opera Regno a venire, drammaticamente profetica. Bisogna tornare a parlarci, ad avere un contatto diretto con le persone, a guardarci in faccia, ad odorarci, ad ascoltarci. Allora sì, potrà esserci una rieducazione del linguaggio che è in definitiva una rieducazione dell’anima.

 F. Ap: È insanabile. Ed è giusto: non deve cambiare una virgola, anzi, mi auguro che peggiori. Noi ci meritiamo Fabio Volo.

 M. Dc: Purtroppo quando si pubblicano libri ignobili è solo per motivi economici. Questo è un grande problema dell’attuale mondo. Sicuramente, vedrei una poesia più fresca, meno impostata. Una poesia che parla al tutti-i-giorni delle persone: metterei poesia sui vini, sui pacchetti del dentifricio, attaccherei manifesti negli ambienti accademici. Poi incoraggerei lezioni di poesia, a partire dalle superiori.

 

– Non c’è due senza tre si dice… sarà anche il vostro caso?

 M. M: Abbiamo numerosi progetti, non c’è due senza tre è vero…e ti dirò che i progetti non sono soltanto poetici, ma anche letterari…Altre chicche non posso anticipare al momento, ma ho l’impressione che ci risentiremo presto!

 M. Dc: Già abbiamo una mezza idea che speriamo diventi una molto presto.

(Resushitati di Appetito – De Cave – Macale, Edizioni Il Foglio, 2013)

 

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