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Quando la passione diventa arte: il flamenco

flamenco2Tra le espressioni artistiche più cariche di sensualità, trasporto e virtuosismi, il flamenco rappresenta per i gitani che abitano le città dell’Andalusia, ed in particolare centri come Jerez de la Frontera, un vero e proprio emblema culturale, un momento di aggregazione e di consolidamento dell’identità del gruppo. Tale realtà è stata indagata con particolare acume nell’opera della ricercatrice Caterina Pasqualino “Dire il canto. I gitani flamencos dell’Andalusia”. L’origine del termine non è chiara: secondo alcuni studiosi “los flamencos” sarebbero identificabili con i contadini, la popolazione nomade di gitani che veniva utilizzata come manodopera stagionale nelle campagne. In castigliano, tuttavia, il termine assume anche il significato di “fiammingo”, mentre secondo altre ipotesi esso sarebbe riconducibile ad una differente etimologia, quella di “intrepido, fanfarone”. Per i gitani non esiste alcuna forma di apprendimento specifica per imparare le tecniche del flamenco durante l’infanzia. Tuttavia ogni bambino sin dalla più tenera età acquisisce in maniera quasi istintiva, attraverso l’imitazione degli adulti, il senso del ritmo e la gestualità tipici di questa danza. Se di solito i piccoli gitani appaiono vivaci e spensierati nei loro divertimenti, essi adottano la massima serietà quando si tratta di “giocare al flamenco”: le bambine si muovono ancheggiando come hanno visto fare alle persone più grandi, magari durate una festa, mentre i bambini assumono espressioni virili e si esibiscono con passi decisi. Durante l’adolescenza il ballo assume un’importanza centrale nella vita dei ragazzi, dal momento che rappresenta il principale strumento di seduzione: ed è così che il cuore dell’amato si vince a ritmo di “bulerìa”, uno dei balli tipici dell’area andalusa, in cui la fanno da padroni lo sguardo e il portamento della ballerina. Una delle fonti di ispirazione per i gitani è senza dubbio la corrida, l’uomo assume spesso, infatti, la postura rigida e solenne del torero, mentre la donna agita la gonna come se fosse il lembo di stoffa che serve ad incitare il toro all’inizio dell’azione. Se la danza è una delle espressioni più note ed apprezzate dell’arte flamenca, probabilmente non tutti sanno che il canto rappresenta invece la sua manifestazione più sublime. La musica stessa costituisce esclusivamente un accompagnamento e non deve mai sovrastare la voce. Feste, concerti ma anche semplici strade diventano il palcoscenico di esibizioni toccanti e coinvolgenti. Ci sono poi veri e propri luoghi di riunione dedicati al flamenco : le “peñas”. Il canto nasce spontaneamente dalla conversazione e il ritmo viene scandito dal battito di mani dei partecipanti e da piccoli colpi sul bancone del locale. Quando il cantante termina, gli altri continuano a tenere il tempo per poi lasciare posto nuovamente alle chiacchiere. Il canto è una modalità espressiva di competenza quasi prettamente maschile, esso deve essere potente, implica una vera e proprio lotta, assimilabile, ancora una volta, a quella che il torero intraprende durante la corrida. L’esibizione richiede coraggio, è bandita ogni forma di timore o di delicatezza ed è necessario che le performance risultino sempre nuove, rappresentazione uniche e irripetibili di una certa circostanza o stato d’animo. Affinché l’interpretazione risulti convincente il canto non deve essere gridato, il tono deve essere confidenziale, ma soprattutto non deve mancare il “compás”, ossia il ritmo. Grande cura viene poi dedicata dai gitani all’abbigliamento che, in occasioni speciali, quali i festeggiamenti nuziali, assume una valenza fortemente simbolica. Il giorno del fidanzamento la ragazza porta sopra la gonna un grembiule che serve per raccogliere le “toronjas”, dolci a forma di anello che gli invitati le consegnano quale augurio di fertilità. La tasca del grembiule viene riempita completamente, così che il suo ventre appare gonfio, come se fosse incinta. I dolciumi vengono poi distribuiti ai bambini e il rito si ripete più volte, come segno di speranza per una prole numerosa. Il grembiule e la caratteristica gonna a pois indossati dalla futura sposa, vengono strappati dalle sue amiche durante la festa. Anche in questo caso il gesto ha un significato metaforico. Il primo indumento ha il compito di proteggere il pudore della donna che con il matrimonio si appresta a perdere la sua verginità mentre i pois rappresentano le macchie del ciclo mestruale di cui si auspica l’arresto in vista di una gravidanza. L’universo del flamenco andaluso appare quindi un sistema ricco di significati, di valenze e valori, che si configura come un microcosmo in grado di rappresentare le dinamiche di un intero gruppo sociale: basti pensare ai cerchi di danza con al centro una ballerina, che è immagine della donna padrona dello spazio domestico e i cerchi di canto, vuoti al centro, che sono invece emblematici della libertà degli uomini. Le parole dello scrittore spagnolo Tomàs Borràs racchiudono efficacemente il più profondo significato di questa tradizione:

“Essere flamenco è avere un’altra carne, un’altra anima, altre passioni, un’altra pelle, altri istinti, desideri: è avere un’altra visione del mondo, con il senso grande; il destino nella coscienza, la musica nei nervi, fierezza indipendente, allegria con lacrime; è il dolore, la vita e l’amore che incupiscono. Essere flamenchi è odiare la routine e il metodo che castra; immergersi nel canto, nel vino e nei baci; trasformare la vita in un’arte sottile, capricciosa e libera; senza accettare le catene della mediocrità; giocarsi tutto in una sommessa; assaporarsi, darsi, sentirsi, vivere! Questo.”

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