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«Vissi d’arte, vissi d’amore»: viaggio nell’alcova di Gabriele d’Annunzio

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Era il 1911 e Gabriele d’Annunzio cercava disperatamente una guardarobiera per la sua dimora francese. La trovò nella contadina Amélie Mazoyer, che ben presto lo coadiuvò in altre scintillanti attività: fu per lui concubina, confidente, complice e pronuba. Ce lo racconta Giordano Bruno Guerri – già direttore editoriale della Mondadori e docente di Storia all’Università Guglielmo Marconi di Roma – in La mia vita carnale. Amori e passioni di Gabriele d’Annunzio. È proprio a partire dal diario segreto – e tuttora inedito – di Amélie che Guerri riesce a divellere per noi le cortine che avvolgono il movimentato talamo del Vate, in special modo durante il suo volontario “esilio” al Vittoriale.  E sono cortine immense, se è vero che d’Annunzio aveva bisogno di dedicarsi quotidianamente all’ars amatoria.

«Le sofferenze della Duse consistevano in ciò che tutte le altre donne hanno accettato: amarlo tanto da sopportare le rivali» giurava Amélie. E così furono costrette a fare molte delle dame che si trovarono a visitare, da amanti, la Stanza della Leda, destinata dal Divin Abruzzese alle effusioni carnali. Tra le altre, però, vi erano alcune che soggiornarono stabilmente a Gardone, donando con continuità l’oblio dei sensi a d’Annunzio. Oltre alla conturbante Amélie, vi erano la cameriera Emilia, che lo amava in maniera irruenta ed autoritaria, e la musicista Luisa Baccara, che l’allora Comandante dell’Esercito italiano aveva scelto per addolcire le notti della sua impresa fiumana, nel tentativo di annettere la cittadina istriana al Regno di Vittorio Emanuele III.

Osteggiata a Fiume dai soldati nostrani, si pensò addirittura di rapire Luisa, in quanto la si accusava di far perdere energie e concentrazione al Vate. Eppure, la povera donna fu di certo tra le vittime dannunziane che necessita, ancora oggi, di maggior compassione: il suo sex appeal fu un fuoco fatuo per d’Annunzio, che la fece sì dimorare al Vittoriale fino al giorno della propria dipartita, ma esclusivamente nel frustrante ruolo di pianista “di corte”. Luisa vide sfilare davanti a sé centinaia di altre donne, via via sempre più giovani e belle di lei, sapendo benissimo a cosa fosse dovuta la loro visita nell’eremo dannunziano. Ciononostante, non smise mai di comporre lettere d’amore per il proprio fedifrago idolo:

«Ho certo dato quanto di più profondo, di più nobile avevo di me stessa […]. È utile il mio sacrificio? La mia offerta? Non lo so. So che la mia vita è legata a fili intricati ed invisibili ma pur tanto possenti a quella del Comandante… e questa è la mia tragedia».

Il giorno dopo la morte di d’Annunzio, avvenuta il 1° marzo 1938, ad occupare la villa di Gardone fu la legittima consorte del poeta, Maria Hardouin di Gallese, la quale cacciò bruscamente la Baccara dalle stanze in cui aveva albergato per circa dieci anni. La duchessa era convolata a nozze con l’affascinante borghese di Pescara negli anni Ottanta dell’Ottocento, quando entrambi erano poco più che ventenni: ambedue si accorsero, ben presto, che il loro non era stato altro che un peccato di gioventù. Tuttavia, la “fuitina” che fece da preludio alla loro unione fu tra gli accadimenti più chiacchierati di quello squarcio fin de siècle, sia per la straordinarietà dei personaggi – d’Annunzio era già un giornalista d’alto borgo – che per l’inconsueta operazione di marketing che il già brillante poeta aveva messo in atto, col fine di “promuovere” la sua relazione altolocata, componendo degli espliciti versi (si tratta di Peccato di maggio) sulla deflorazione della duchessa.

Maria Hardouin, ad ogni modo, non fu di certo un’ex moglie gelosa e possessiva, ed evitò, anzi, di intromettersi nella vita privata del suo vecchio sposo. D’Annunzio era libero di passare di conquista in conquista, per soddisfare quella brama di sesso che lo portava a consumare anche più rapporti al giorno, e non di rado con donne diverse. Qualora si volesse rimanere vicini all’incallito libertino, bisognava accantonare necessariamente ogni tipo di gelosia e di mania di possesso. Se ad Amélie ed Emilia questo riuscì quasi subito, chi non si adagiò ad accettare tale elementare regola di convivenza fu Luisa. Constatato ciò, l’autore dello studio si spinge a riformulare la poco conosciuta vicenda del defenestramento di d’Annunzio dalla Stanza della Musica, avvenuto il 13 agosto 1922, a poco più di due mesi dalla celeberrima marcia fascista su Roma.

Alle 11 di notte ci fu l’improvviso «volo dell’Arcangelo» – come preferì chiamarlo d’Annunzio –, che venne ufficialmente licenziato come incidente. Da subito, però, balenò nella mente dei più il sospetto che qualcuno potesse aver spinto il poeta giù dalla finestra della propria casa. Nella Stanza della Musica vi erano – oltre a d’Annunzio – la stessa Luisa e la sua giovane sorella, Jolanda; secondo alcuni, si univano alla compagnia anche un camerata fascista, il figlio di un giardiniere e un avvocato. Gabriele, pare, tentò un approccio amoroso con Jolanda, scatenando le ire della primogenita, la quale, con molta probabilità, diede uno strattone allo sfuggente oggetto del proprio amore, causandone la perdita di equilibrio e la successiva caduta.

Lungi dal voler impinguare il folto palmares di leggende sul più libertino poeta d’Italia, Guerri si preoccupa anche di smentire quanto di falso circola intorno al nome di d’Annunzio: dalle fantasiose voci sulla sua omosessualità, all’ingegnosa trovata dell’asportazione di una costola, servita – secondo il creatore di tale fandonia – a praticare meglio un’auto-fellatioPregio del volume, che disvela l’acribia di ricerca che ha preceduto la stesura del testo, è sicuramente l’inseguimento della verità storica, nel tentavo di diradare le ombre intorno alla figura del poeta. Valga come esempio la circostanza della morte di Gabriele, dovuta, ad avviso degli amanti dei complotti internazionali, all’opera di lento avvelenamento messa in campo da una delle aiutanti di d’Annunzio, la cameriera austroungarica Emma Heufler, che poi divenne una spia assoldata dalle gerarchie naziste per tenere sottocchio gli accoliti che destavano sospetto. D’Annunzio, è cosa nota, non amava Hitler e mal tollerava l’idea di un’alleanza tra il Duce e il Führer. Che la cameriera mitteleuropea fosse stata arruolata dai tedeschi per uccidere il Vate d’Italia e favorire in tal modo l’asse italo-teutonico?

Guerri non pare persuaso da una simile – seppur affascinante – ipotesi. Mancano le prove. Al contrario, il saggio che il docente di storia compone riporta una gran mole di documentazione originale – oltre al già citato diario di Amélie, la fonte da cui Guerri attinge più copiosamente è costituita dalla corrispondenza epistolare di d’Annunzio. E proprio le tante lettere che Gabriele spedisce alle più disparate sue conoscenze si rivelano utili per tratteggiare non solo i contorni della ben nota erotomania del pescarese, bensì anche quelli delle sue numerose passioni: dall’amore per gli animali – in special modo i levrieri, di cui si circonda – a quello per le auto da corsa, dall’attrazione per lo sport alla dipendenza dalla cocaina, dalla bibliofilia e dalla brama di sapere alla curiosità per l’esoterico, dal vizio del gioco del Lotto al richiamo del buon cibo: sono questi gli amori e le passioni che Guerri anticipa nel titolo dell’opera, e che vi si pongono al centro.

Un volume che vuole effigiare un uomo il quale, nei settantacinque anni che trascorse sulla terra, visse sempre al limite delle possibilità umane; un uomo che suscitò le passioni più sfrenate, che si impose come l’idolo e il modello per un’Italia in cerca di identità e gloria; un uomo che, tuttavia, divenne conscio della tragicità della propria esistenza solamente al principiare del crepuscolo. Dichiarò d’Annunzio, due giorni prima della morte:

«Ho pianto pensando all’improvviso a come sono stato amato e a come ho disperso tutto al vento per non fare posto che alla lussuria. Quante vittime!»

Egli fu la prima vittima di sé stesso.

 

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