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“I libri da leggere” – Vincitore Premio Strega 2014: “Il desiderio di essere come TUTTI” di Francesco Piccolo

Come spiegare ai giovani d’oggi la politica italiana partendo da un pupazzetto di Snoopy: lettura dell’ultimo romanzo di Francesco Piccolo

 

Ora noi possiamo sentirci, in mezzo alle comunità, soli e diversi,  ma il desiderio di rassomigliare ai nostri simili e il desiderio di condividere il più possibile il destino comune è qualcosa che dobbiamo custodire nel corso della nostra esistenza e che se si spegne è male. Di diversità e solitudine, e di desiderio di essere come tutti, è fatta la nostra infelicità e tuttavia sentiamo che tale infelicità forma la sostanza migliore della nostra persona ed è qualcosa che non dovremmo perdere mai.

Natalia Ginzburg

Come può una sorniona e non autorizzata gita di tre bambini alla Reggia di Caserta riuscire a far comprendere l’inevitabile contatto e compenetrazione tra vita privata e dimensione pubblica, con cui ognuno di noi dovrà fare i conti nel proprio percorso esistenziale? Come, allo stesso modo, riesce ad essere altrettanto rivelatore un mal di pancia che colpisce durante la visione di un film al cinema, vero tedoforo della consapevolezza che spesso la superficialità umana è la panacea contro la sterile pan-empatia? E come può essere in grado un semplice peluche, avvolto in una sdolcinata carta rosa e regalato per San Valentino, di far cogliere il confine che inevitabilmente divide la fede nel progressismo dall’ossessione della purezza dei propri ideali?

tuttiA sprigionare la potenza quasi epifanica delle piccole cose, dei gesti quotidiani, degli avvenimenti più comuni è la magistrale scrittura – a sua volta bifronte: lineare e chiarissima quanto acuta nell’analisi – di Francesco Piccolo, importante giornalista e sceneggiatore, già provatosi nella composizione di romanzi e vincitore della più recente edizione del Premio Strega col suo ultimo nato, Il desiderio di essere come tutti. Anzi, come TUTTI. Perché questa parola finale non solo è riportata in stampatello nell’elegante prima di copertina einaudiana, ma viene altresì dipinta di rosso. Sarà forse Piccolo un seguace dell’immortale stilista Valentino? Non esattamente: è un ammiratore dell’immortale e compianto Berlinguer.

Piccolo, come racconta in quella che potremmo definire una sua “autobiografia allargata”, ha scelto di adottare la prospettiva comunista per guardare il mondo esattamente al settantottesimo minuto di una partita dei Mondiali di calcio del 1974: proprio allora, grazie al fortunato gol del calciatore Sparwasser, la Germania dell’Est (o, per essere più precisi, la Repubblica Democratica Tedesca), vinse lo scontro con i fratelli della Germania Ovest (ossia la Repubblica Federale Tedesca). I più deboli, i più poveri, i meno amati avevano battuto le superstar del calcio. E il giovane Francesco, nonostante l’influenza filooccidentale del padre, ne era entusiasta: il potere era stato sconfitto.

L’autore intesse una narrazione che intreccia mirabilmente gli spunti autobiografici con il racconto e la riflessione sui più significativi avvenimenti politici italiani, che hanno segnato la sua vita così come quella di tutti noi. Dal concepimento del progetto del compromesso storico all’assassinio di Aldo Moro; dalla svolta della questione morale, imposta ancora da Berlinguer a seguito degli scandali riguardanti il terremoto dell’Irpinia e la gestione corrotta del potere, allo scontro tra lo statista sardo e il neo primo ministro Craxi; dalla morte di Berlinguer all’avvento, dieci anni dopo, di Silvio Berlusconi, amico e fedele accolito del premier socialista; dalla parentesi del governo Prodi, caduto a causa di una infelice presa di posizione dell’alleato Bertinotti, ad anni di dominio ininterrotto del Cavaliere.

I tre articoli pubblicati su «Rinascita» – e che furono il fondamento teorico del compromesso storico – facevano comprendere che il comunismo, per Berlinguer, avrebbe dovuto essere uno strumento di progresso per il Paese e di dialogo con coloro i quali, pur non condividendo il medesimo orizzonte ideologico, avevano voglia di salvaguardare e di far crescere l’Italia. Eppure, il fallimento di tale progetto costrinse il leader comunista a sposare un atteggiamento, suo malgrado, di segno opposto. L’ascesa di Craxi – che approvò i fischi piovuti sul segretario del Pci, ospite ad un congresso socialista, chiosando che non si era unito alla platea solo perché non sapeva fischiare –, la dipartita dello stesso Berlinguer e gli scandali che validavano l’autoproclamazione della superiorità morale della sinistra portarono gli accoliti del Pci ad assumere un involontario atteggiamento reazionario, di chiusura totale ai cambiamenti che il mondo non può non subire, al processo di ammodernamento che, per quanto cinico, è inarrestabile. Il Pci disse no a qualsivoglia adattamento e patteggiamento con l’esterno, rinchiudendosi in una torre d’avorio: all’etica della responsabilità preferì quella dei principii.

Quando, finalmente, l’occasione di governare si presentò, la sinistra fu capace di infliggersi un’autopunizione per essere scesa a patti col mondo, per aver perso la propria purezza. Bertinotti negò la fiducia al governo capeggiato da Prodi in una drammatica seduta parlamentare dell’ottobre 1998; finita di pronunciare la sua concione, si risedette soddisfatto al suo posto, tra gli applausi fideistici dei compagni di partito. Piccolo, che guardò in diretta tv lo sfacelo dell’unico governo di sinistra possibile, ebbe un moto di pentimento per aver accordato il suo voto a Rifondazione comunista, e rifletté: «Ero diventato comunista perché sentivo ripetere dal segretario del partito e dalla sua gente, di continuo, la parola progresso, la volontà di cambiare il mondo. […] Tutti a sinistra diventiamo così: puri e reazionari». E politicamente perdenti, verrebbe da aggiungere. Perché vincere mette nella condizione di chi ha potere, di chi comanda, e per comandare bisogna necessariamente contrattare con gli altri; mentre perdere conferisce una straordinaria libertà di movimento, oltre ad esimere dalle responsabilità.

La letteratura, il cinema e l’arte tout court aiutano a capire, sono fondamentali chiavi interpretative del romanzo, importanti non solo per la personale formazione di Piccolo, bensì per l’intera comunità di cittadini. Dal Carver di Con tanta di quell’acqua a due passi da casa, ad esempio, si può imparare che l’esistenza di ognuno, a volte, viene pesantemente deviata e marchiata da ciò che accade intorno a noi, da eventi esterni alla nostra vita; ma anche che la vigliaccheria o la superficialità insopprimibile nella natura umana possono non di rado essere elementi salvifici, sottraendo le nostre vite alla morsa del dolore. Grazie alla pellicola La terrazza di Ettore Scola, invece, ci si interroga – assumendo il punto di vista di un funzionario del Pci – sul diritto alla felicità propria, quand’anche essa ingeneri l’altrui dolore, sul diritto (per dirla brevemente) a coltivare in sé un po’ di sano individualismo, anche votando per un partito che fa degli altri da noi il centro del proprio credo. Con Kundera, ancora, si prende coscienza che spesso oppositore e parte osteggiata prendono le mosse da una medesima presunzione di infallibilità, che li porta a tacitare le critiche interne in maniera tutt’altro che democratica. E le prove che l’arte sia fondamentale – così come le riflessioni che ingenera – potrebbero essere ancora molte.

L’occhio di Francesco Piccolo arriva a vedere e a capire sfumature psicologiche e giochi politici che hanno deviato il corso storico ma che sono stati ancora poco dibattuti fino ad ora, e le sue osservazioni sono utili strumenti per far sì che la sinistra italiana possa imbattersi a testa alta – senza mai più affondare – nel mare impetuoso delle prossime sfide. Un libro al contempo appassionato – e che fa appassionare chi, come l’autore, crede in una sinistra riformista che deve contagiarsi con la realtà, se aspira a cambiarla davvero –; un libro altrettanto lucido, mai fazioso e che sa individuare le colpe della propria parte politica, senza smettere di lottare per essa. Ma un’ultima, irrisolta questione agita le pagine del romanzo, così come i suoi emozionati lettori: chi fu e chi sarà il degno erede politico di Berlinguer?

berlinguer

 «Non possiamo sapere come sarebbe andata la storia d’Italia se Berlinguer non fosse prematuramente scomparso, sappiamo come è andata dopo la sua morte.»

Francesco Barbagallo

 

Francesco Barbagallo è autore di un’intensa e ricca biografia politica di Berlinguer della quale si consiglia la lettura: Francesco Barbagallo, Enrico Berlinguer, Carocci, 2006. (n.d.r.)

 

Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come TUTTI, Einaudi, 2013.

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