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Un amore dell’altro mondo. Boda “Alter eco” di Kurt

un amore dell'altro mondoLa fantasiosa storia dell’amico immaginario di Kurt Cobain. Un viaggio negli anni Novanta all’insegna di emozioni contrastanti

E l’amore?

Passava l’ultimo scorcio del secolo scorso. Erano appena iniziati gli anni Novanta, come li chiamavano allora; gli anni del disagio rigoroso, come li hanno chiamati in seguito. Homer B. Alienson, un essere umano che aveva già consumato una buona metà della sua aspettativa media di vita, si affacciò al decennio con questa domanda tra capo e collo, “E l’amore?” (p.5)

Entrare in una casa nota. Sentirsi a proprio agio tra pareti familiari e immaginare in silenzio i ricordi che esse rievocano. Poi lo stacco. L’interruzione. Il risveglio agitato di chi si trova bruscamente dislocato all’interno di una dimora ignota, ostile, o forse semplicemente inusuale. Queste, le due forze dicotomiche che travolgono il lettore di “Un amore dell’altro mondo” di Tommaso Pincio, che partendo da spunti reali sulla vita di Kurt Cobain ha scritto con indiscussa abilità un romanzo fantasioso e intenso sul suo amico immaginario: Boda (nel romanzo ha il doppio nome Homer Boda Alienson). Il frontman dei Nirvana è un contorno fondamentale per la storia di Homer. È il suo “Alter eco”.

“Adesso era chiaro. Tutti si inventano un amico del cuore, da bambini” (p.54).

Siamo ad Aberdeen, un paese di poche migliaia di abitanti, uggioso e sornione (“Nemmeno i missili potevano bucare la volta serpeggiai di Aberdeen”, p.9). Qui vive Boda, ragazzo solitario, che da anni  è costretto ad una costante lucidità. Dormire diventa un’opzione inconcepibile quando da bambino, in seguito alla visione di un filmato, capisce che il mondo degli adulti è colmo di finzioni, cospirazioni e altri detestabili atteggiamenti. Per sopravvivere ai soprusi dei genitori e per conservare integri anima e corpo, la veglia perenne è l’unica soluzione (“Homer è stato un caso unico. È stato l’unico caso, peraltro non accertato, di un organismo vivente superiore che sia riuscito a eliminare in modo permanente dal proprio metabolismo il bisogno fisiologico di staccare la spina”, p.28).

Le certezze di un Homer divenuto oramai adulto sono: un lavoro notturno in biblioteca per non addormentarsi e una stanza piena di giochi spaziali mai aperti, accumulati e catalogati negli anni con una cura maniacale. Questi ultimi, simbolo del senso di colpa di due genitori che prematuramente si separano, rappresentano però la chiave di volta della sua nuova vita.

Da un primo “troglodita” a cui vendere alcuni pezzi da collezione ne seguono tanti altri che, nel corso dei mesi, aumentano in modo esponenziale, esattamente come crescono le cifre sugli assegni da loro inviati. Il lavoro in biblioteca diventa quasi futile e la decisione di abbandonarlo definitivamente avviene in seguito ad un incontro speciale vicino ad un fiume adiacente al bosco dove Homer si reca per lunghe passeggiate notturne: quello con Kurt Cobain; un urlo bestiale, pochi scambi di battute e il nome identico all’amico immaginario di Kurt, sanciscono un’unione assoluta.

– “Hai urlato.

Il giovane vagabondo considerò la cosa e disse:

– Facevo esercizi per rafforzare le corde vocali.

Homer non seppe più cos’altro dire. Non disse niente e non si mosse.

– Starai lì in piedi tutta la notte? – gli domandò il giovane vagabondo.

Homer ebbe la sensazione che fosse un modo per invitarlo a sedere, ma non ne era sicuro. Ma il fatto era che qualcosa lo spingeva a fidarsi. Voleva fidarsi.

– Dio la prende nel didietro, – disse Homer come stesse pronunciando una parola d’ordine, il che non era poi molto distante dalle sue intenzioni.

– L’hai detto, cazzo.

Non suonava come una risposta in codice.

– Comunque sì. Le scrivo io quelle cose.

Homer non disse niente e non si mosse.

– Io sono Kurt”. (pp.43-44)

La sintonia è tale che ben presto Boda decide di rivelare al suo nuovo amico le due questioni che lo tormentano: la mancanza di sonno e d’amore. La futura rockstar ha il rimedio solo per il primo “problema” di Boda, ma non per il secondo. È così che Homer entra in contatto per la prima volta con il “sistema” (l’oppio prima, l’eroina poi) e inizia a “sistemarsi” per ritrovare quel dolce sonno che un po’ aveva perso e che un po’ si era imposto di perdere (“Faceva parte del sistema, era fisiologicamente legato al sistema, era così sistemato che smettere di integrarsi sarebbe stato come chiedere alla gente diversa […] di non respirare più, p.141). Ora, grazie al “sistema”, può recuperare tutto il tempo della veglia. La sua routine si trasforma: dose, tv accesa, sonno, qualche passeggiata e poco altro (“Si sarebbe addormentato guardando il filmato che non lo aveva fatto dormire per 18 anni, p.62).

Scorre così anonima la vita di Boda, in una calma e noia che sono un perfetto riflesso del paese in cui vive. L’unico amico è Kurt, il solo essere umano con cui riesce ad avere un rapporto e che è in grado di fornirgli degli stimoli: la sua musica, l’arte, la storia d’amore con Tracy, le prime prove con la band, le parole graffianti sui muri, le poesie, le canzoni riempiono le sue giornate vuote. Boda è evanescente, ma Kurt gli conferisce sostanza; Boda è Kurt (“Capitava, per esempio, che camminasse solo per i fatti suoi, un po’ a caso come camminava di solito lui, ed ecco che incontrava qualche amico di Kurt che lo salutava. – Ciao Kurt, – gli faceva il tipo e lui sussultava tutto e si metteva in agitazione e faceva per dire al tipo che si stava sbagliando, che lui non era affatto Kurt e che l’aveva scambiato per Kurt perché… Ma qui si fermava perché era lui il primo a non sapere perché, p.193).

Il lettore è immerso in estenuanti dipendenze, distacchi, cambi di vita, ma soprattutto è compagno discreto del viaggio alla continua ricerca di quell’amore dell’altro mondo così tanto bramato.

Ogni bruciore di stomaco, noia, riflessione o crisi d’astinenza sarà anche vostra. L’autore ve la cuce addosso senza che possiate avere il tempo di accorgervene. Un tuffo nel passato fatto di Nirvana, di Twin Peaks, di “Pasto nudo” di Burroughs. Estremamente toccante.

“Pensò ai venti, a quelli gelidi che ti baciano sul collo e a quelli al di là dell’udibile che attraversano le eternità. Forse anche la domanda d’amore era un vento, forse le labbra gelide di Laura Palmer che gli avevano sfiorato il collo  nel negozio di Olympia gli avevano anche sussurrato una domanda che lui non aveva sentito: “E l’amore?” O forse quella stessa domanda aveva viaggiato aggrappata alla materia oscura, aveva attraversato anni luce sfruttando l’onda residuale del boato cosmico affinché il corpo di Laura si alzasse dal suo involto di plastica per sussurrare a Homer: “E l’amore?” Magari era già promesso alla principessa di un pianeta lontano e proibito, e lui non lo sapeva ancora. La principessa Eroina del pianeta Sistema, paurosamente bella come il nulla, bianca come l’eroina, la fanciulla che gli voleva bene e che lo avrebbe portato via, lontano dai futuri incerti, lontano dai diversi, dal malessere e dalla nostalgia di cose che non aveva mai avuto e di persone che non era mai stato. Il suo amore di un altro mondo”(pp.184-185).

T. Pincio, Un amore dell’altro mondo, Torino, Einaudi Stile Libero Big, 2002, 15 euro.

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