Articolo

TropeaFestival Leggere&Scrivere – Intervista a Vito Teti

Intervista a cura dell’Ufficio Stampa TropeaFestival Leggere&Scrivere nella persona di Angela Galloro

imageUno dei libri scelti come finalisti per il Premio Tropea 2013 è Il patriota e la maestra. La misconosciuta storia d’amore e ribellione di Antonio Garcèa e Giovanna Bertòla ai tempi del Risorgimento di Vito Teti, ordinario di etnologia presso l’Università della Calabria e direttore del Centro di Antropologie e Letterature del Mediterraneo.

Il romanzo, pubblicato l’anno scorso per Quodlibet, innesta, nei tempi tragici dell’Italia non ancora unita, una suggestiva storia di sentimenti, patriottismo e stima incondizionata tra un uomo d’azione e un’insegnante, grande organizzatrice culturale e animatrice del dibattito sui diritti delle donne.

I motivi dell’identità, della melanconia e nostalgia del ritorno, l’attenzione per i luoghi dell’anima e l’abbandono, che hanno accompagnato il percorso professionale dello scrittore, ricorrono anche in questa prima opera narrativa, dopo aver appassionato la giuria tecnico-scientifica del Premio Tropea.

La scelta della giuria è ricaduta sul libro Il patriota e la maestra, pubblicato l’anno scorso e scelto per la terna dei finalisti. Cosa rappresenta per te l’esperienza del Premio Tropea? 

Mi piace ricordare – anche come studioso dei luoghi – che Tropea è un luogo centrale, simbolo e metafora della storia, dell’antropologia, della cultura della Calabria e del Mezzogiorno d’Italia. Un luogo che appartiene al mio vissuto fin da quando ero giovane, frequentato, amato fino al punto di scegliere, assieme a mia moglie, di farcelebrare il nostro matrimonio nella bellissima chiesa di Gesù.

Un luogo che ho anche studiato e raccontato in qualche mio scritto: essere finalista di un Premio che si svolge in un luogo dell’anima, per me, è un’esperienza bella e piacevole. L’Accademia degli Affaticati che ha ideato questo Premio si lega a una tradizione culturale alta della città, che in passato era presente a livello europeo.

Motivo ulteriore di soddisfazione – non tanto come finalista ma come intellettuale legato a questa terra – è che il Premio, che ha una visibilità nazionale, ha un attento e problematico radicamento nel territorio e non a caso si svolge a conclusione del TropeaFestival Leggere & Scrivere, di cui è soggetto capofila il Sistema Bibliotecario Vibonese, che vede in diversi centri del Vibonese iniziative e manifestazioni culturali che hanno l’ambizione di facilitare e incrementare la lettura in una regione in cui, purtroppo, si legge poco.

Come si coniuga la ricerca antropologica di tutta la tua carriera con un romanzo storico, fatto di piccoli dettagli e momenti di vita quotidiana? 

Da quando al primo anno degli studi universitari mi sono accostato all’antropologia, penso che non sia possibile raccontare e conoscere gli altri senza partire da noi stessi, sottoponendoci a critica, misurando e rivedendo le nostre categorie, facendo anche i conti con i nostri sentimenti e le nostre emozioni. Trattando gli altri non come “oggetto” di studi, ma come protagonisti di storie, portatori di valori, produttori e narratori di culture che hanno concorso a costruire un mondo sempre più aperto, colorato, vario, plurale.

Questa premessa mi serve per ricordare che non ho mai immaginato l’antropologia separata dalla scrittura letteraria. L’antropologia e l’etnografia ci consegnano dei testi e delle narrazioni che hanno anche un noto valore letterario. Il ramo d’oro di Frazer, i Tristi tropici di Lévi-Strauss, i libri di autori come Michel Leiris e il nostro Ernesto De Martino, sono considerati capolavori della letteratura mondiale. D’altra parte la produzione letteraria e poetica non può che essere scrittura densamente antropologica. La grande tradizione letteraria meridionale e sul Sud (da Verga ad Alvaro, da Silone a Strati, da Iovine a Vittorini, da Perri a La Cava, da Sciascia a Consolo) – ma anche autori del Nord come Levi, Pavese, Calvino, Meneghello – ci ha consegnato delle opere con un profondo spessore antropologico, che spesso hanno “interpretato” e fatto conoscere il mondo narrato più di tante opere di antropologia e di sociologia.

Il mio “romanzo storico” si situa (almeno questo è l’auspicio) in questo percorso che insieme parla di un dialogo io-mondo, si occupa di cose apparentemente minute per narrare e rappresentare realtà più vaste. Vorrei aggiungere, peraltro, che l’antropologia non può essere separata dalla storia, dai contesti, dagli ambienti sociali e culturali. Il mio romanzo storico è romanzo nel senso che le vicende narrate hanno un carattere letterario e narrativo, senza però essere un testo di “finzione”. Anzi ogni figura, ogni pagina, ogni episodio sono narrati attraverso documenti orali e scritti, lettere e archivi di famiglia. Ho scelto di documentare come i fatti narrati, pure con un loro lato romanzesco, siano “realmente” accaduti. Questo porta a riflettere ulteriormente sulrapporto tra letteratura e vita e anche sulla famosa questione se la “realtà” non si più “incredibile” e “fantastica” o “meravigliosa” di quanto viene inventato con la scrittura e dalla “letteratura”. Da questo punto di vista c’è (almeno nelle intenzioni) una continuità tra questo romanzo e i miei precedenti lavori, dove l’indagine storica e l’esplorazione etnografica si combinano con memorie e considerazioni personali, impressioni e immaginazione.

La storia di Antonio e Giovanna e di altri protagonisti del romanzo è (per dirla con Croce e De Martino) “unica” e “irripetibile”, ma proprio questa eccezionalità aiuta a capire meglio una vicenda storica e culturale più vasta, come quella del Risorgimento meridionale e del suo apporto all’unificazione nazionale. Dopo averscritto il libro, ho visto che in fondo ho compiuto (magari senza averlo pensato inizialmente) una riflessionesulla memoria, sulle sue invenzioni, ma anche sull’oblio.

A proposito di luoghi e ritorni che costituiscono il cuore della tua ricerca (cfr. Il senso dei luoghi, Pietre di pane), quanto influiscono i luoghi diversi dei due protagonisti, Antonio, originario di San Nicola di Vallelonga in Calabria e Giovanna, piemontese? A Italia non ancora unita, come è stato possibile coniugare due caratteri, due personaggi che semplicisticamente rappresentano – a causa delle loro origini e per gran parte della storiografia – “il dominatore” e “il dominato”?

Sono partito anche questa volta da immagini e memorie minute del mio luogo d’origine. Una strada, vicina a quella in cui abito, intitolata ad Antonio Garcèa e al fratello Graziano, morto poco più che ventenne assieme a Alessandro Poerio, per la libertà di Venezia. E ancora i racconti e le storie di briganti, carbonari, invasori francesi che da bambino ascoltavo dalle donne della mia ruga. E poi l’immagine perturbante del pezzo di aorta di Carlo Poerio, lasciato ad Antonio Garcèa, in segno di amicizia e gratitudine, custodito in una teca nellabiblioteca comunale del mio paese. Questa storia, pure significativa, giaceva nel sottofondo delle memoria e nella mappa delle cose da scrivere che probabilmente non avrei scritto, finché non ho letto una tesi di laurea (di una bravissima studiosa, Angela Malandri) su Giovanna Bertòla, la donna che Garcèa conobbe a Mondovì.

imageUn incontro eccezionale, la vicenda dell’uomo d’azione, rude, tenace delle rupi calabre e quella della maestra, giovane, colta, brava organizzatrice, che vedeva nella scuola il riscatto delle donne, mi si presentò come la metafora di un incontro tra Nord e Sud e mi fece pensare, mentre scrivevo, che un’altra Unità era possibile e che le visioni antiunitarie e quelle retoricamente unitarie non tengono conto di vicende sconosciute come quelle di questa coppia che gira per l’Italia, fonda scuole e istituti, conduce battaglie democratiche. Ci sono tutti gli ingredienti del romanzo di avventura e di amore: insurrezioni, fughe, carcere, rivolte, sbarco avventuroso in Irlanda, ritorno in Italia, partecipazione alla spedizione garibaldina, entusiasmi, delusioni, tradimenti. Penso che Antonio e Giovanna si siano amati e stimati. Antonio assecondava e sosteneva le iniziative culturali ed editoriali di Giovanna e questo avviene quando ancora gli stessi democratici e liberali vedevano la donna chiusa in ruoli familiari: sposa e madre.

Lo schema dominato-dominatore in questo caso è stato eroso e questa vicenda “esemplare” fa immaginare che l’incontro tra Nord e Sud poteva avvenire in altri modi e ci ricorda gli errori compiuti da coloro che hannorealizzato l’unificazione e anche le modalità violente e coloniali con cui è stata realizzata, oltre alle speranze, i tradimenti, le delusioni che hanno segnato la nascita di una nazione che ancora appare incompiuta.

Quanto era effettivamente diffusa nel meridione la ribellione che Antonio Garcèa ha dovuto pagare con anni e anni di prigionia ed esilio, ma che ha permesso la vera unificazione italiana, al di là di certa interpretazione storiografica che attribuisce al risorgimento meridionale sentimenti filoborbonici?

Dalla fine del Settecento fino al 1848 e poi al 1860 le élite meridionali espressero figure di liberali e democratici che volevano riformare e trasformare in senso moderno la loro realtà, che criticavano i sistemiarcaici e repressivi dei Borbone, anche la corruzione che caratterizzava i paesi e le città, dove spadroneggiavano gli eredi del sanfedismo, i proprietari terrieri e i latifondisti (che poi diventeranno subito “piemontesi”) sostenuti spesso dalla camorra e dalla Chiesa.

I patrioti meridionali non volevano la cacciata dei Borbone, ma immaginavano una trasformazione in senso liberale e auspicavano un’unificazione condotta da Sud, magari con protagonisti gli stessi Borbone, che invece restarono insensibili, non si aprirono, usarono metodi repressivi, bombardarono Messina e Palermo, uccisero migliaia di insorti a Napoli e nelle Calabrie, incarcerarono la migliore intelligenza e le figure più liberali delRegno delle Due Sicilie. La repressione, l’incarceramento, la morte dei patrioti risorgimentali privò il Sud di importanti intellettuali e uomini d’azione di tradizione giacobina e illuminista e dopo l’unificazione prevalserotrasformisti e gattopardi. Il paradosso è che mentre i protagonisti del Risorgimento e garibaldini (come Garcèa)venivano messi da parte, ignorati, quasi puniti, molti militari e burocrati borbonici, che avevano cambiatovelocemente casacca, occuperanno posti di rilievo nell’esercito e nel governo del Nuovo Regno.

La scrittura di Giovanna, maestra e fondatrice de “La voce delle donne” testimonia ben precisi intenti letterari oltre che di narrazione storica. A Italia unita, con livelli di analfabetismo notevoli, la storia privata e pubblica del Risorgimento viene raccontata per iscritto da una donna. Questa testimonianza – una delle tante sepolte negli archivi italiani – può ritenersi un segnale sufficiente affinché il canone letterario ottocentesco possa finalmente variare alla luce della scrittura narrativa femminile? 

Il libro di memorie che la Bertòla scrive sulle rivolte del marito, pure in una cornice retorica e risorgimentale, ha pagine di grande efficacia e bellezza. Si pone anche dei problemi pedagogici e si rivolge alle donne perché si sentano protagoniste nella costruzione della nazione. Gli articoli sulla «Voce delle donne» sono ancora attuali, sorprendono per il loro carattere innovativo, per la capacità di andare controcorrente, sono anticlericali.

Certo sono voci minoritarie perché l’istruzione era ancora appannaggio dei ricchi e degli uomini e questo rende più rivoluzionario il messaggio di Bertòla e del marito che la sostenne e la seguì nelle sue tante iniziative. Dalle carte dei discendenti viene fuori una donna instancabile, tenace, madre di famiglia, con un grande senso della scuola e sostenitrice della liberazione culturale ed economica delle donne. Credo che bisogni ancora scavare tra gli archivi, pubblici e privati, ripensare le “memorie” orali raccolte e trascritte da demologi, viaggiatori, relatori d’inchiesta. Le donne custodivano e tramandavano memorie e saperi: conoscevano e narravano alberi di canti, racconti, credenze.

Credo che dovremmo adoperarci, in assenza di testi scritti da donne (che non avevano accesso alla scrittura), di fare emergere comunque le loro “voci” che arrivano dal passato e che non sono state ascoltate, le voci di un “femminile” rimosso, che continua a inviare segnali e rende possibile riscrivere la storia passata mettendo al centro il ruolo e la figura delle donne, a torto considerate “marginali”, mute, senza voce.

Potremmo avere ancora tante sorprese, che certamente possono fare ripensare la scrittura femminile in maniera nuova e farci ripercorrere un ruolo tutt’altro che accessoria delle donne nell’Ottocento, non solo nei salotti enelle scuole, negli orfanotrofi e nei collegi, ma anche nelle piccole realtà locali, nelle comunità, nelle famiglie.

Penso, adesso mentre parlo, che forse non sia casuale il fatto che abbia iniziato il racconto della storia di Antonio e Giovanna proprio ricordando le donne “analfabete” mie vicine di casa, dalle quali, come da mia nonna, ascoltavo storie, leggende, miti, canti e dalle quali ho appreso un sapere essenziale e ho ricevuto unsenso di “pietas” e un culto della memoria e del passato, un senso religioso della vita, che fanno parte della mia “persona”, prima ancora che del mio “essere” studioso e “narratore”.

blog comments powered by Disqus