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“Sostiene Pereira”: un capolavoro a fumetti

Il grande romanzo di Antonio Tabucchi, Sostiene Pereira, diventa una graphic novel grazie alla casa editrice Tunué. Marino Magliani e Marco D’Aponte raccontano per immagini la storia del giornalista portoghese

«Pereira si alzò e lo salutò. Lo guardò allontanarsi e sentì una grande nostalgia, come se quel commiato fosse irrimediabile. […] una grande nostalgia, di cosa non saprebbe dirlo, ma era una grande nostalgia di una vita passata e di una vita futura, sostiene Pereira.»

La morte, la vita, la sopravvivenza in un regime dittatoriale. L’amore, l’indifferenza, l’impegno politico. La gioventù anagrafica, la vecchiaia dell’anima, l’intima gioventù riconquistata. Il pentimento, il soccombere al potere, la lotta contro i fascismi. La letteratura, soprattutto la letteratura. Sono questi gli ingredienti necessari per comporre un grande romanzo, uno di quei romanzi che scalfiscono indelebilmente il corso della letteratura contemporanea; questi e il tocco d’artista dell’autore, un tocco che in Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi ha assunto le forme di uno stile originalissimo, tutto personale, uno stile dubitativo che ha reso famoso nel mondo intero il suo inventore.

sostiene pereiraSostiene Pereira è un libro dato alle stampe undici anni or sono – per la precisione, nel 1994 –, anno fondamentale per un’Italia che si era appena lasciata alle spalle lo scandalo di Tangentopoli e cercava faticosamente di ripartire, per non ripetere gli errori del passato. In questa sede, però, non se ne parla semplicemente per commemorare i ventuno anni dalla pubblicazione, bensì perché a commemorare l’anniversario in maniera molto più degna ci ha pensato la casa editrice Tunué – specializzata nella narrazione tramite illustrazione –, editando una graphic novel realizzata da , ispirata proprio al capolavoro tabucchiano. Un’occasione, la loro, non solo per dimostrare quanto le grandi opere letterarie non temano il confronto col segno grafico – venendone anzi esaltate –, ma, in aggiunta, per riproporre e rendere attualissime le diverse tematiche che il romanzo di Tabucchi metteva in campo. Della serie: come avere vent’anni e non sentirli. Il tutto condito dalla sconvolgente bravura della mano di Marco D’Aponte, nonché dal grande stile, dal punto di vista della sceneggiatura, di Marino Magliani.

Per capire fino in fondo le riflessioni che lo scrittore pisano voleva proporre al lettore, converrà spendere due parole sulla trama di Sostiene Pereira. Siamo nel Portogallo del 1938, all’epoca strozzato e represso dalla dittatura fascista di Salazar; Pereira, protagonista del libro, è giornalista culturale che lavora per il quotidiano «Lisboa», il cui direttore appoggia fervidamente il gerarca al potere, pur lasciando sufficientemente libero il responsabile della Terza pagina. Pereira conduce una vita molto monotona: il lavoro lo assorbe completamente, mentre la morte della moglie – avvenuta qualche anno prima – lo ha rilegato in un’esistenza priva di stimoli e rivolta solo al passato, alla dimensione dei ricordi felici. Non ha idee politiche precise, Pereira, né si accorge dell’asfissiante cappa di violenza e repressione in cui il Portogallo è ingabbiato.

Le cose iniziano a cambiare quanto il giornalista incontra due giovani ribelli – Francesco Monteiro Rossi e la fidanzata Marta –, i quali sono fermi oppositori del regime e si adoperano per evitare che nella vicinissima Spagna il generale Franco riesca a vincere la guerra civile in corso. I due, come prevedibile, si mettono nei guai, coinvolgendo il loro unico aiutante – Pereira, appunto – in un destino inevitabile. Se il giornalista, al principiare della storia, appare come un apatico antieroe, chiuso nella torre di cristallo letteraria che si è andato costruendo, col passare delle pagine riuscirà a redimersi, a diventare un eroe vero, compiendo un gesto finale di grande coraggio. La redenzione, il pentimento e la palingenesi segnano, allora, la seconda metà del libro.

La metamorfosi in cui Pereira è – suo malgrado – invischiato trova dei precedenti letterari, filosofici e scientifici di grande rilievo. Verrebbe da dire che Pereira è un vero uomo aristotelico, in quanto è riuscito a trasformare in atto quanto aveva dentro di sé in potenza: l’io politicamente e civilmente responsabile è riuscito finalmente ad emergere, nonostante le tante difficoltà. Nondimeno, Tabucchi preferisce rifarsi ad altri modelli intellettuali per spiegare la trasfigurazione del suo protagonista: cita esplicitamente un racconto di Balzac, Honorine, fondato sul pentimento, sulla voglia di cambiare il corso della propria vita, mentre fa esporre ad un personaggio del libro, il medico Cardoso, le teorie dei Médicins-Philosophes Ribot e Janet, secondo i quali la personalità umana è costituita, in realtà, da una confederazione di anime, una delle quali diventa egemone, determinando il carattere prevalente; l’io egemone, ad ogni modo, diventa despota solo provvisoriamente, ovvero finché non viene detronizzato da un altro io, anch’esso precario.

Impossibile non notare l’affinità tra questa filosofia e quella pirandelliana, specialmente nel suo approdo finzionale di Uno, nessuno e centomila. L’io non è mai unico e indivisibile – è questa la grande eredità della speculazione filosofica novecentesca – ed è impossibile, per ognuno di noi, dirsi uguale ed immutabile nel tempo. Se per molti decenni tale assunto ha fatto approdare ad un pessimismo di difficile soluzione, con Sostiene Pereira si capisce che c’è anche un risvolto positivo: poter cambiare significa poter rimediare ai propri errori, poter trovare quel coraggio prima mancante, poter denunciare quelle brutture e quelle violenze che antecedentemente si sopportavano in modo passivo. Così, sostiene Tabucchi, succede a Pereira; così può accadere ad ognuno di noi.

Evidente, pertanto, la portata universale delle considerazioni espresse nel romanzo. Eppure, quando il libro fece la propria comparsa nel panorama italiano, lo si lesse essenzialmente in maniera contingentata, come libro di protesta e di avvertimento riguardo alla fresca entrata in politica di Silvio Berlusconi. A ricordarcelo è Paolo Di Paolo, che – nella prefazione alla graphic novel – denuncia tale lettura come straniata, forzata, non aderente alle intenzioni dell’autore, mentre il «vero grande tema di tutta la narrativa di Tabucchi» è un altro: il Tempo. «È una letteratura affollata di orologi, di calendari impazziti; i personaggi sono sempre lì sul punto di mettersi a correre dietro ai minuti, alle ore, all’indietro e in avanti. Le date e i conti non tornano mai, c’è un rapporto tormentoso fra la nostalgia e l’infinito, fra l’oggi che evapora e tutti i nostri ieri».

L’acutissima osservazione di Paolo Di Paolo, evidentemente, non esclude del tutto l’interpretazione civile del testo tabucchiano – non esclude, cioè, che l’intellettuale pisano abbia voluto lanciare un messaggio resistenziale e di impegno politico-morale ai colleghi –, ma ristabilisce le priorità della sua letteratura. La priorità di Tabucchi era spiegare quanto sia inutile vivere nel passato, come fa Pereira – il quale quotidianamente dialoga con la foto della moglie morta –, precludendosi un futuro migliore, e al contempo voleva farci capire tutto il fascino di tale nostalgia retrospettiva, tutto il fascino del nichilismo.

La portata esistenziale – e resistenziale – del narrato viene mirabilmente intensificata dalla matita di Marco D’Aponte, col suo tratto al contempo epidermico e profondissimo. D’Aponte riesce magnificamente ad unire la necessità per così dire descrittiva – ossia la necessità di definire con precisione il luogo, l’ambientazione e i personaggi della scena rappresentata – alla necessità analitico-evocativa, che indaga gli stati d’animo dei protagonisti per farli espandere graficamente sulla pagina, creando in tal mondo una valvola emotiva non verbale. Si pensi – per fare un esempio tra i tanti possibili – alle tavole che raccontano l’omicidio di Monteira Rossi, nelle quali manca completamente il colore, se non per poche strisciate di rosso sangue: una scelta cromatica che lascia senza fiato, che fa percepire fisicamente gli stati d’animo di chi il racconto lo vive in prima persona.

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Quindi, precisione e indeterminatezza sono le ossimoriche caratteristiche dell’arte illustrativa di Marco D’Aponte. E sono le stesse caratteristiche che possiamo riscontrare nell’intero romanzo di Tabucchi: se le meditazioni e i riferimenti filosofico-letterari danno un tocco di sana astrazione dal contesto narrativo, il resto del racconto incede quasi fosse un verbale giudiziario, fornendo dovizia di particolari e coordinate esatte. «Sostiene Pereira» è proprio il leitmotiv del libro, struttura sintattica con cui si apre e si chiude il romanzo, fornendo il marchio di paternità del racconto non all’autore, bensì al personaggio principale. La presenza di un narratore diegetico (ossia interno alla storia) ci fa sospettare per un momento sulla veridicità di quanto da lui affermato: Pereira ci avrà raccontato la sua vera storia o si sarà inventato tutto? Quel che è certo è che ci ha narrato una delle storie più avvincenti ed emozionanti degli ultimi decenni letterari.

 

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