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“I Libri da leggere” – Finalisti Premio Strega 2014: “La vita in tempo di pace” di Francesco Pecoraro

L’«acerbo vero» di Francesco Pecoraro: il suo ultimo romanzo tra politica, sesso e «male di vivere»

Noi viventi siamo troppo caotici, Brandani, siamo conformazione, non forma, abbiamo contorni a-geometrici, mutevoli, indeterminati come quelli delle nuvole, come i confini delle nazioni sulle carte geografiche, come le chiome degli alberi… È il caos questo… La conformazione, cioè la non-forma delle cose deriva direttamente dal Big Bang… Come pretendiamo che ci sia ordine se viviamo, anzi siamo, cioè che resta di un’esplosione?

cover2Ivo Brandani, primo attore del romanzo di Francesco Pecoraro, La vita in tempo di pace, è un disincantato ingegnere sulla soglia della pensione, oppresso dal peso dei ricordi di una vita senza pretese e trascorsa nel grigiore della quotidianità, nonché marchiato a fuoco dal ripresentarsi di pensieri catastrofici e da fobie che gli tolgono, come fosse un novello Meursault, linfa vitale e sonno. È un ingegnere, Ivo Brandani, ma è un ingegnere-filosofo; e questo non solo perché si è cimentato negli studi speculativi prima di lasciarsi conquistare dall’ars technica – puntando sull’homo faber a discapito dell’homo sapiens –, ma soprattutto perché in lui c’è un sostrato culturale gaddiano che lo fa risultare tra i più interessanti e affascinanti personaggi della narrativa contemporanea.

Non a caso, col Gran Lombardo il protagonista condivide la laurea ingegneresca, così come l’attitudine riflessivo-analitica e la prospettiva apocalittica. Anche per Brandani, il mondo è uno gnommero indistricabile, a cui l’uomo non può opporsi né sperare di vincere (si veda: http://pauranka.it/cultura/i-libri-da-leggere-quer-pasticciaccio-brutto-de-via-merulana-di-carlo-emilio-gadda/, n.d.r.); colui che sceglie di dedicarsi all’ingegneria (come Brandani e Gadda, appunto) è, per converso, un uomo che «ha bisogno di vincoli», di regole da seguire, per evitare di impazzire. Le pagine d’esordio del romanzo ci proiettano subitaneamente nella mente contorta e disastrosa di Ivo, che interpreta la caduta di Bisanzio sotto il dominio dei Mori (29 maggio 1453) come l’avvio di un inesorabile processo di corrosione dell’umanità tutta:

«Ivo Brandani era perseguitato dal senso della catastrofe. La vedeva in ogni iniziativa di trasformazione della realtà, in ogni edificio (che può crollare), in un aereo in volo (che può precipitare), in un’automobile in corsa (che può sbandare), in una presa di corrente (che può andare in corto), in una pentola sui fornelli (rischio di incendio), in un bicchiere d’acqua (che può rovesciarsi), in un uovo fresco (che può rompersi): tutto ciò che sta in piedi può cadere, tutto ciò che funziona può smettere di farlo.»

Un punto di vista che ricorda da vicino quello di Zeno Cosini, l’immortale creatura sveviana che vedeva, agli albori del XX secolo, l’inizio della fine del mondo. Eppure, l’opera di Pecoraro (così come, del resto, il terzo romanzo di Svevo) non è ascrivibile al genere distopico, ossia a quel filone narrativo che ambienta la propria storia in un futuro più o meno lontano, e dove la presenza degli uomini sulla Terra è fortemente modificata, se non addirittura nullificata. Pecoraro spinge la sua storia fino al 2015, ma abbraccia un arco temporale che parte dall’immediato secondo dopoguerra, per poter raccontare gran parte della vita del suo protagonista, nato appunto nel 1946.

Si potrebbe, pertanto, parlare di romanzo storico; e, in fin dei conti, non si andrebbe poi così lontani dal vero: attraverso lo sguardo umorale di Ivo, l’autore riesce a descrivere gli anni del boom economico, che deturparono il volto di un’Italia in gran parte ancora contadina; si sofferma in aggiunta sull’ascesa sociale della piccola borghesia, volenterosa di togliersi di dosso l’odore del parvenu, puntando sul consumismo e sulle vacanze al mare con la macchina appena acquistata; si concentra, per ben settanta pagine, sulla contestazione giovanile del Sessantotto, analizzandone – sempre per bocca dei suoi personaggi – le cause del fallimento; prosegue dritto attraverso gli anni Ottanta e Novanta, piagati dal riflusso e dal prevalere degli interessi individualistici; arriva, infine, a disquisire sull’attacco alle Torri Gemelle e sulla recente Primavera Araba.

E tutto ciò gli riesce senza la necessità di fermare la narrazione per introdurvi delle pause riflessive. Perché la scrittura di Pecoraro appare essere degna figlia di quel fondamentale maestro del Novecento letterario che fu James Joyce: il focus finzionale è, non a caso, concentrato sulla saturnina mente di Brandani, su ciò che egli vede e, ancora di più, su ciò che egli pensa; è Brandani il vero demiurgo della storia, il suo flusso di coscienza dà forma al racconto – e, ciononostante, gran parte della narrazione è in terza persona –; mentre la struttura dell’opera accosta – pur non imitandola passivamente – quella del capolavoro di Svevo, dove ogni capitolo era dedicato ad un argomento diverso.

Il lettore viene in tal modo abituato ad operare – da vero entomologo – una continua scomposizione e analisi degli avvenimenti della vita del protagonista, così come della storia d’Italia. Non è un caso che quella di Pecoraro sia una scrittura imbevuta di punti interrogativi, di domande e di risposte trovate a volte solo per poter porre altre questioni. Luigi Malerba, che affermava di essere lo scrittore ad aver in assoluto inserito il maggior numero di interrogazioni nei suoi testi, sarebbe un po’ risentito da un simile tentato attacco alla sua leadership…

Se – si è detto – non si sbaglia poi molto nel parlare di romanzo storico, non può non essere notato il coté esistenziale ed universale dal racconto. Un Leopardi ormai approdato al pessimismo cosmico annotava, sul suo Zibaldone, che «tutto è male»: Ivo Brandani parteggia per il recanatese, anche quand’egli, nelle sue Operette morali, svelava l’indifferenza della natura ai bisogni dell’uomo e l’assoluta indipendenza e superiorità di essa. La vita, anche in tempo di pace, è perpetua decadenza e rovina; l’uomo, lungi dall’essere il padrone del creato, ne è l’animale più pericoloso per la salute generale (si intuisce anche una polemica ecologista in diverse pagine del libro).

A Brandani non resta che sperare, in fondo, in una palingenetica apocalisse, in grado di purificare e redimere, tramite la distruzione, l’uomo e la sua vanità. Il protagonista, appena  approdato nell’amministrazione di Roma in qualità di responsabile al patrimonio pubblico, si trova a dover gestire un biblico diluvio che rischia di spazzare via ampie zone della città. Al contrario di Noè, Ivo in fondo desidera la catastrofe. E questo perché avverte l’atavica colpa dell’uomo:

«L’unico dovere che abbiamo in quanto uomini è combattere il caos con la razionalità della forma, contrastare il degrado e l’usura del tempo».

L’essere umano, al contrario, scompiglia l’armonia del creato, rompe l’equilibrio del reale. Brandani non riesce ad accettarlo, esattamente – lo si è visto – come non ci riusciva Gadda; se per l’ingegnere lombardo «barocco è il mondo», quello romano precisa che «nel barocco è l’ornamento che si fa struttura».

Pecoraro descrive ambienti che sono al contempo sacrali e profan(at)i, ieratici e banali(zzati), e lo fa per tramite di una scrittura tanto mimetica quanto simbolica. Basti un saggio per quest’ultimo assunto: in due capitoli del libro ci si concentra sulla descrizione di Roma («Monsone» e «La città di Dio») e qui i luoghi capitolini diventano rappresentanti delle tante anime che la città ha avuto nel corso dei secoli; pertanto, i loro nomi si astraggono dalla contingenza reale per assurgere a concentrato concettuale della loro funzione (si parla, ad esempio, della Grande Stazione Ferroviaria, che altro non è se non Termini; del Tempio Pagano, dietro la cui denominazione si può scorgere il Pantheon; del Fiume, ossia il fondamentale Tevere, in procinto di sommergere l’intera Città di Dio con una sua piena).

Non si preoccupino i lettori che non vogliono imbattersi in un libro di difficile lettura: La vita in tempo di pace, a dispetto della sua voluminosa mole, scorre velocemente tra le mani di chi lo sfoglia, grazie alla capacità dell’autore di alternare toni seriosi a momenti ironici e sarcastici, descrizioni dal sapore ancestrale a episodi quotidiani o dalla forte carica erotica. Non stupisce che il libro di Francesco Pecoraro sia riuscito ad entrare nella lista dei finalisti del Premio Strega 2014, né che abbia vinto il Viareggio, il Volponi e il Mondello. Perché si tratta, indubbiamente, di uno dei romanzi migliori degli ultimi anni, di uno dei migliori romanzi italiani di sempre.

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