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L’eterna lotta tra scrittore e lettore: alla scoperta del “Diario di Rondine” di Amélie Nothomb

Ti risvegli al buio nella più assoluta incoscienza. Dove sono, che cosa è successo? Per un istante la memoria è cancellata. […] In che consiste la vita all’interno di questa frazione di secondo in cui hai il raro privilegio di non avere identità?

In questo: hai paura.

Non c’è libertà più grande di questa breve amnesia del risveglio.

 

 

diario di rondineBraccato, incalzato, impaurito: queste le sensazioni che colgono l’essere umano nel breve frammento temporale che collega il risveglio al recupero della propria coscienza, ma queste sono anche le sensazioni che prova il lettore nell’approcciarsi ai libri della scrittrice nippo-francese Amélie Nothomb, e lo prova sin dalle prime righe. Da tale punto di vista, Diario di Rondine (del 2006) è un esempio perfetto del modus operandi dell’autrice, caratterizzato com’è dall’interpellare direttamente chi sfoglia le pagine del libro, dal porgli delle indirette domande dal profumo esistenziale, domande che vanno a toccare il subconscio di tutti noi grazie alla loro marcatura escatologica – ma si tratta di una escatologica laica, quasi pagana –, psicanalitica, primitiva. Per avere un saggio di tali qualità stilistiche, basti leggere il seguente estratto, rinvenibile già alla seconda pagina dell’edizione italiana:

«In realtà, passiamo il nostro tempo a lottare contro il terrore della vita. Per tentare di sfuggirgli, inventiamo definizioni: mi chiamo tizio, sgobbo per conto di caio, il mio lavoro consiste nel fare questo e quello.

Sotterranea, l’angoscia avanza con il suo lavoro di trincea. La sua voce non si può completamente imbavagliare. Credi di chiamarti tizio, che il tuo lavoro consista nel fare questo e quello ma al risveglio niente di tutto ciò esisteva. E può darsi che davvero non esista.»

Scacco matto per il lettore. Un afflato pirandelliano impregna di sé le incipienti riflessioni sull’identità e sul senso della vita, sulle costruzioni mentali e sociali che gli uomini innalzano per sfuggire al vuoto interiore e al caos che li circonda. Eppure, lungi dal voler comporre un romanzo filosofico e dall’andamento statico, Amélie Nothomb abbandona il tono meditativo già dalla terza pagina, dando il la ad una avvincente quanto rocambolesca storia noir, dove pistole, omicidi e sangue dettano il ritmo della narrazione. L’universo che viene illustrato ha diversi tratti strampalati, esagerati, quasi illogici, tanto che di volta in volta viene il sospetto che tutta la narrazione sia, in realtà, soltanto un’allucinazione onirica del protagonista; eppure – miracolo della scrittura – il lettore ci crede, non mettendo mai in dubbio la veridicità di quanto raccontato.

Sarà utile spendere due parole sulla trama: un anonimo pony express – si noti che l’assenza del nome del protagonista si ricollega a quella difficoltà autoidentitaria cui si faceva riferimento poco sopra –, alla fine di una travagliata storia d’amore, sperimenta l’insorgere di un radicale stato di atarassia dall’epicureiana memoria, una privazione sensoriale che, a dispetto di quanto credeva il filosofo di Samo, conduce il ragazzo ad una sorta di eutanasia sentimentale, ad una morte in vita per paralisi emotiva. Cercando una soluzione a tale nichilismo, l’ormai ex fattorino – licenziato dopo aver investito un vecchietto con la sua moto – si dedica alla contemplazione dell’arte (Schopenhauer non avrebbe gradito, convinto com’era che l’arte fosse una via per la liberazione momentanea dal giogo della volontà di vivere, ovvero che comportasse una temporanea pace dei sensi).

La pittura sperimentale e soprattutto la musica (altrettanto sperimentale) dei Radiohead sono i grimaldelli di tale tentata rinascita. La breccia si apre, le emozioni fanno la loro comparsa, ma non basta, non sono ancora complete e travolgenti. La causa di tutto è la noia (Oblomov annuirebbe, mentre ancora una volta Schopenhauer sarebbe intervenuto per ricordare al protagonista la vanità di tutti i suoi interventi, in quanto la «vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente fra noia e dolore»). Chi narra in prima persona ha la necessita, per sfuggirvi, di imbattersi in esperienze inedite. E riesce a trovarle, diventando uno degli spietati killer di una banda di russi stabilitasi a Parigi. Quale esperienza più originale dell’uccidere?

Così come l’Alex DeLarge di Arancia Meccanica compie i più turpi misfatti dopo essersi esaltato nell’ascolto di Beethoven, così il nostro Mister X – che decide di farsi chiamare Urbano (ironia della sorte!) dai suoi superiori – rinviene la fonte di adrenalina nei cd più avanguardistici dei Radiohead; allo stesso modo, la riattivazione di un forte istinto sessuale pare essere una componente ineliminabile del redivivo impeto vitale del protagonista, nonché la giusta coronazione dell’estasi post-omicida. Ulteriore caratteristica che accomuna i due romanzi: la totale assenza di immoralità e rimorso per quanto compiuto. L’arte, la violenza e il sesso sono il sale delle vita dei due memorabili personaggi.

Il lettore, arrivato a questo punto della vicenda, si vede costretto a fermare la lettura per porsi più di qualche domanda: l’allontanamento dall’atarassia e dalla pace dei sensi può portare al disconoscimento della linea di demarcazione tra bene e male? L’eccessivo intellettualismo e l’estremizzazione dell’arte possono causare un simile inaridimento dell’uomo? («Il corpo è il sangue: puro. L’anima è il cervello: niente altro che grasso. È il grasso del cervello ad aver inventato il male.») In sintesi, l’uomo può dismettere così facilmente il proprio lato umano? Amélie Nothomb, dopo aver sollevato simili ed altre questioni, non vuole scomodarsi a rispondere: il suo è un romanzo dai risvolti riflessivi, ma non filosofico; il fine dell’autrice è solamente quello di raccontare una storia, il più avvincente possibile. E il lettore è di nuovo sotto scacco.

Del resto, la corposità del libro non lascia molto spazio ad approfondimenti di sorta: sono solo 88 le pagine in cui si dipana la vicenda sui generis di colui che si fa chiamare Urbano, e che poi diventa il fu Urbano per vestire una nuova identità, stavolta legata al nome (anch’esso di invenzione) di Innocenzo. Rispolverando una vecchia consuetudine del teatro greco, i nomi sono parlanti, ma sono altrettanto paradossali: può dirsi urbano – dunque civile – un uomo che uccide per noia? Può dirsi innocente solo perché non toglie la vita per motivazioni personali e senza conoscere identità e colpe della proprie vittime? Ma verrebbe da chiedersi: la razza umana tutta potrà mai dirsi innocente? Oppure siamo tutti uomini e no (per parafrasare Vittorini), umani e al contempo non umani? E inoltre: è risultato efficace il cambio del nome operato dal ragazzo? Si è generato veramente un uomo nuovo? O invece, così come aveva modo di esperire Mattia Pascal nel romanzo pirandelliano a lui dedicato, l’aver vissuto una parte della sua vita sotto altra identità non gli ha consentito di cambiare, di sottrarsi a sé stesso? Anche stavolta, Nothomb lancia il sasso e nasconde la mano: fa nascere domande occultando le risposte.

Gli spunti riflessivi sono talmente tanti – e tutti ben amalgamati nella trama – che si potrebbe stilare una lista infinita di interrogativi, in cui naufragare sarebbe dolce. Ad una lettura attenta non sfugge la partitura simbolica di alcune scene (come quella in cui il protagonista, al termine dell’ennesimo omicidio e dell’ennesima pratica onanistica, mangia carne fredda e beve vino rosso, che altro non è che la trasposizione in chiave moderna di un antico rito sacrificale e purificatorio), così come la metadiscorsività della storia: al centro della seconda parte del romanzo, del resto, c’è quel famoso diario di Rondine (altro nome proprio tanto significante quanto falsato) citato nel titolo del libro, che causerà uno stravolgimento nella vita già pazzesca del nostro improvvisato killer.

Il finale ha la capacità di spiazzare il lettore, anche se l’explicit avrebbe probabilmente meritato il respiro di qualche pagina aggiuntiva. Ma del resto, lo abbiamo detto, l’autrice sembra proprio voler stuzzicare chi legge per poi lasciarlo con un pugno di mosche in mano. La riflessione finale di una così coinvolgente storia potrebbe essere, allora: fino a che punto può dirsi innocente una/o scrittrice/ore che rompe le regole della narrativa e lancia una così sfrontata sfida al suo pubblico?

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