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Il vero peccato è non peccare: le utili verità di Eduardo Savarese

Le inutili vergogne di Savarese: il vero scandalo, il vero peccato è non accettare se stessi, non esprimersi per quello che si è realmente

Rinunciare alla vita per paura non è la vera penitenza richiesta. Bisogna bandire le inutili vergogne, bisogna mangiare il frutto e poi metterlo da parte. L’anima si fortifica attraverso i digiuni quando essi sono una libera scelta, un dono con cui togliamo qualcosa dalla nostra vita e la immettiamo nello Spirito Creatore. Le astinenze, invece, quando sono amputazioni rigide e predeterminate dei nostri desideri più profondi, distruggono la pace.

La fede, la famiglia, le convenienze sociali, i rimorsi personali, il senso del peccato: tutte gabbie e istituzioni astratte che possono far diventare la vita di una persona un inferno, se non equilibrate e diluite con la sicurezza della propria personalità e la coscienza del bisogno della libertà personale; tutte gabbie e istituzioni astratte che, in effetti, hanno trasformato la vita di Benedetto, il nobile cinquantenne napoletano protagonista de Le inutili vergogne di Eduardo Savarese, in un inferno; tutte gabbie e istituzioni astratte che Benedetto ha deciso di non sfidare, soccombendo al pregiudizio e alla vergogna, celando ipocritamente la sua omosessualità al mondo intero.

L’insicurezza nella bontà del proprio io, il provare un senso di colpa avvertito come ingiusto ma più forte di qualsivoglia tentativo di sbarazzarsene, la volontà  di integrazione in un milieu bigotto e perbenista spingono l’uomo a cercare amori fugaci, appagamenti momentanei dei propri sensi, incontri sessuali perversi che escludono a priori il suo coinvolgimento emotivo e sentimentale. Il sesso senza amore colora le interminabili notti di questo ginecologo insoddisfatto e vigliacco. Benedetto adesca i suoi partner tramite chat, li invita a casa sua e qui prende avvio il rito di accoppiamento: a incorniciare e “santificare” l’atto fisico, Benedetto – quale fosse un sacerdote del sesso – compie due gesti veementemente significanti per lui.

Come segno propiziatorio spalma le sue labbra col rossetto, in modo da far uscire allo scoperto il suo lato femminile e rendere l’atto amoroso più vicino ad un rapporto eterosessuale (l’inconscio, evidentemente, non gli perdona la sua diversità); ad amplesso concluso, invece, si rinchiude nella soffitta dove espone la collezione delle sue Barbie, raccolta che gli ha regalato notorietà a livello internazionale: è il rintanarsi in un mondo ideale e fanciullesco, in cui chiunque può esprimere la propria personalità senza inibizioni.

Nondimeno, l’universo di borghese e casta normalità in cui Benedetto sente la necessità di vivere viene incrinato e sfigurato dalla conoscenza di Nunziatina, affascinante e stralunata transgender che crede di essere incinta – benché in assenza di un utero nel proprio corpo – e richiede il continuo monitoraggio del ginecologo gay. Nunziatina condurrà con sé, in avventure sempre più bizzarre e al contempo liberatorie, il recalcitrante medico, fino al vero e proprio travestimento conclusivo in cui (paradossalmente) Benedetto potrà essere finalmente sé stesso. Già Karen Blixen, peraltro, sosteneva che «non dal volto si conosce l’uomo, ma dalla maschera». Pirandello si direbbe concorde.

Ma questa non è solo la storia di Benedetto: è anche il racconto della tormentata ad infelice vita della zia Gilda, sorella del padre di Benedetto (scomparso prematuramente), dipanatasi a partire dagli anni della Seconda guerra mondiale. Il romanzo procede così su un doppio binario narrativo e temporale, uno strabismo strutturale e visivo che ci permette di fare la conoscenza di una donna laureata in Lettere e profonda conoscitrice dell’arte figurativa, costretta in un matrimonio infelice, innamorata di un giovane uomo obbligato a vivere lontano da lei, considerata pazza dalla comunità in cui vive e, esattamente come il nipote adorato, intimamente tormentata. Eppure Gilda è una grande credente (mai bigotta), una donna in comunione profonda con Dio.

Ed è proprio la religiosità una delle chiavi del romanzo: in una Napoli che appare superstiziosa e finanche eccessivamente credente, il nome di battesimo del protagonista maschile risulta essere evidentemente simbolico ed in linea con l’insegnamento di fondo del romanzo (ci fa capire l’autore che l’andare contro le convenzioni e il falso moralismo chiesastico non esime dall’essere benedetti da Dio); il ginecologo, appunto di famiglia devotissima, riceve il dono dell’apparizione di icone sacre in casa sua (un calice, un cuore pulsante, una scala, un collo, un agnello alato); grazie alle varie analessi del racconto veniamo a conoscenza del fatto che l’unico vero amore della vita di Benedetto è nato durante un pellegrinaggio a Compostela; l’amico e guida del protagonista altri non è se non un religioso, padre Vittorio, eppure anch’esso – si capirà poi – omosessuale e innamorato deluso; Benedetto stesso appare – e sempre di più nello scorrere delle pagine – una Figura Christi, un uomo che si sacrifica per il bene e la salvezza della comunità in cui abita.

Considerevole è il sostrato artistico-letterario che sorregge e imperla il tessuto narrativo. La grande e raffinata cultura di Savarese emerge a più riprese per offrire diverse e più penetranti chiavi di lettura della storia, oltre che per impreziosire e rendere universale una vicenda inopinabilmente moderna. Innanzitutto la dimora di Benedetto, che ricalca le fattezze  ambientali del Commiato di Cristo dalla madre di Lorenzo Lotto, artista studiato a fondo dalla zia Gilda. L’ambiente spazioso e costantemente illuminato ci dà l’idea dell’ossessione di Benedetto per la purezza, del suo bisogno di una luce che illumini e tracci la via da seguire, che diradi le oscurità della sua anima.

savareseL’opera lirica, tuttavia, acquista un ruolo preminente nell’economia delle citazioni. La memoria di Benedetto spesso rimanda ai momenti felici passati con la zia Gilda (il cui nome, del resto, richiama apertamente la candida, pia e sfortunata protagonista del Rigoletto di Verdi) a ballare sulle note della Cavalleria Rusticana, mentre l’amato Gaetano, un giorno, lo emoziona cantandogli le arie più conosciute della Carmen di Bizet. Ma la pièce madre, alla cui trama Benedetto sostiene di essere segretamente legato, è la tragicissima Lucia di Lammermoor. Così come la Julia Roberts di Pretty Woman si commuoveva – in un momento di forte agnizione, di riconoscimento di sé nell’opera a cui assisteva – nell’ascoltare, a teatro, la storia della Traviata Violetta, così Benedetto fa con l’opera più famosa di Donizetti: lui pure, novella Lucia, impazzirà per amore.

Il tema – qui fondamentale – della natura umana come natura bina, al contempo maschile e femminile, è stato recentemente portato alla ribalta da una canzone presentata allo scorso Festival di Sanremo (si tratta di Io sono una finestra, interpretata da Mauro Coruzzi/Platinette insieme a Grazia Di Michele), con altrettanta raffinatezza e compiutezza di intenti. Benedetto avverte la crudeltà della scissione dei due sessi, quasi fosse un erede convinto della giustezza del concetto neoplatonico per cui l’essere androgino (unione di donna e uomo in un solo corpo) rappresenti la perfezione assoluta. Ma Benedetto soffre per questa sua intima e non dichiarata convinzione; alla fine anche lui opporrà «un’ombra di rossetto contro l’ipocrisia», come sostengono i due artisti pocanzi citati; alla fine anche lui capirà che «questo qui è il mio corpo, benché cangiante e strano, di donna dentro un uomo, eppure essere umano».

Ed è questo uno degli insegnamenti più importanti del libro. Inoltre, attraverso la sua narrazione Savarese ci fa capire che il vero scandalo non è mutare di aspetto, non è amare chi la società non vorrebbe che amassimo, non è compiere gesti eclatanti pur di non soccombere al moralismo, non è non seguire gli ortodossi precetti religiosi in materia di sessualità e di castità: il vero scandalo, il vero peccato è non accettare se stessi, non esprimersi per quello che si è realmente, è reprimere le proprie pulsioni in nome di un precetto morale fissato da altri. Ed il corpo, ci insegna ancora Savarese, non è il mezzo attraverso il quale l’essere umano non può giungere se non al peccato: «La infinita tristezza di questa epoca è che ha smarrito del tutto la consistenza mistica che aleggia nella nostra carne, nei piedi, nelle braccia, negli organi genitali, nei sudori delle ascelle, nella gengiva sanguinante, nella saliva dentro ai baci». Il corpo siamo noi. E noi siamo benedetti, comunque.

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