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L’audace colpo: Intervista a Marco Marsullo

Vecchiaia, viagra e rock ‘n’ roll. Marco Marsullo ci racconta il suo ultimo romanzo

Rinchiusi come carcerati nella casa di riposo Villa delle Betulle, alle porte di Roma, gli anziani ospiti delle monache dell’ordine di santa Lavinia d’Oriente hanno solo un paio di opportunità per sopravvivere all’immoto scorrere del tempo in quella prigione senza sbarre: assuefarsi alla nullificante quotidianità imposta dalle sorelle carceriere, trovando magari un passatempo che distolga dal vuoto che li circonda (come fa, tanto per fare un nome, il puntiglioso Necro, passando le sue giornate a sfogliare e catalogare mentalmente i necrologi pubblicati sui giornali); oppure, ed è la scelta degli spiriti irriducibili, munendosi del coraggio di reagire, tempestando di avventure e di sarcasmo gli ultimi anni della propria vita.

Marco MarsulloEd è questo l’obiettivo segreto – in quanto non confessato – di Agile, Brio, Rubirosa e Guttalax, i quattro agguerriti protagonisti dell’ultimo romanzo di Marco Marsullo, L’audace colpo dei quattro di Rete Maria che sfuggirono alle miserabili monache. Decisi a mettere a ferro e fuoco Roma proprio nel giorno della beatificazione di papa Giovanni Paolo II, l’obiettivo di un così criminale progetto è la sede televisiva di Rete Maria (citata nel titolo del libro, nome dietro al quale si cela – ma non troppo – un’emittente italiana molto famosa), meritevole degli strali polemici della banda dei quattro (e specie di Brio) a causa di una troppo disinvolta declamazione dell’odierno rosario. Ma, a ben guardare, l’irrispettoso fascino oratorio di padre Anselmo da Procida altro non è che un pretesto con cui velare la vera motivazione dell’ars belligerante del gruppo: la voglia intensa di riscossa, di rivincita verso una società che rilega gli anziani in un limbo da obliare, la necessità di far capire al mondo quanto ancora si ha da dare. Queste sono le vere spinte propulsive dell’azione, che si agitano nel cuore dei quattro protagonisti.

Marco Marsullo, grazie ad una penna infaticabilmente volta all’ironia e all’umorismo, ci aiuta a spalancare il dolcemente spietato universo della terza (nonché quarta) età, facendoci ridere e riflettere dalla prima all’ultima pagina del suo libro. Un libro che abbiamo avuto modo di scoprire ancora meglio, confrontandoci con le intenzioni creative dell’autore, grazie all’intervista che Marco Marsullo ha acconsentito a rilasciarci.

Iniziamo parlando un po’ di te: sei napoletano, hai appena compiuto trent’anni, al tuo attivo ci sono già due romanzi e un diario di viaggio, scrivi sulla «Gazzetta dello Sport» e pubblichi per Einaudi. Come si fa a raggiungere livelli così alti in così poco tempo? E in particolare, come sei entrato in contatto con Einaudi?

La mia è una storia un po’ particolare; nel senso, sono arrivato da Einaudi Stile Libero spedendo il manoscritto in casa editrice. È una pratica piuttosto rara, quella dell’essere richiamato dopo aver semplicemente mandato il proprio libro, ma a me è successo. Grazie, prima di tutto, all’attenzione e alla sensibilità di Severino Cesari, che mi ha letto e chiamato a Roma. E grazie al resto della casa editrice, Rosella Postorino su tutti e via via tutti gli altri, Paolo Repetti, Francesco Colombo (arrivato da poco) eccetera. Stile Libero per me è una famiglia, oltre che l’editore con il quale lavoro, molto bene per adesso, e spero ancora per tanti e tanti anni. Per i “livelli così alti” l’unico segreto, credo, sia quello di lavorare duro, in qualsiasi settore ci si impieghi. Le storie sono tutta la mia vita.

Concentriamoci dunque sul tuo più recente romanzo, L’audace colpo. Non è usuale nella letteratura italiana che i protagonisti siano degli ultrasettantenni, tanto che mi viene in mente solo Le sultane di Marilù Oliva tra gli esempi recenti. Come mai questa scelta tanto particolare, specie considerando la tua giovane età?

Il primo romanzo, Atletico Minaccia Football Club, era andato molto bene, era un romanzo il cui protagonista era un allenatore di calcio molto particolare, una commedia scatenata sul mondo del pallone. Non volevo ripetermi perché trovavo poco divertente percorrere la stessa strada; e poi in Einaudi l’idea dei miei vecchi pazzoidi era piaciuta subito, quando la avevo raccontata nel 2010, ancora prima di pubblicare Atletico Minaccia. La voglia nasce dalla curiosità di descrivere un mondo sommerso con le sue proprie regole, un mondo spesso ignorato, e raccontarlo con la sfacciataggine e l’esuberanza tipico del mondo dei bambini. I miei vecchietti sono dei bambini, alla fine. La curiosità era quella di creare un’operazione del genere.

Ne L’audace colpo la vecchiaia è rappresentata in maniera poco edulcorata e poco aderente agli stereotipi: ad esempio ci sono diversi riferimenti alla sfera erotica, specialmente in relazione a Rubirosa, uno dei protagonisti. In generale, la vecchiaia non appare molto diversa, nei suoi bisogni, dalle età precedenti. Era questo uno dei tuoi intenti?

Sì, come ho un po’ detto nella risposta di prima. Volevo che uscisse fuori l’essenza dei protagonisti, indipendentemente dalla loro età, che alla fine è quasi un pretesto, di certo non un limite oggettivo per compiere imprese straordinarie. E, perché no, certo, anche atti legati alla sfera sessuale. Anche perché io, quando avrò la loro età, vorrò sentirmi libero come oggi di pensare e fare quello che la mia testa mi dice. Sesso incluso.

Marco Marsullo

Le spassosissime disavventure dei quattro protagonisti sembrano davvero folli, una follia che è ben rappresentata da personaggi come Montepulciano, ma anche dal dinamitardo Brio. In vecchiaia è concesso di tutto? Le remore sociali sono lasciate da parte quando si avvicina il tramonto della vita?

Sì. Non vedo l’ora di essere vecchio proprio per questo motivo; non che oggi mi contenga poi troppo. Mi piace ridere, mi piace divertirmi, a qualunque costo. La felicità va perseguita come un traguardo, e l’ironia è l’arma principale per vivere una vita, quanto più possibile, felice. E Montepulciano è il miglior personaggio di tutti i tempi, credete a me.

La tua è una scrittura, oltre che decisamente ironica, anche marcatamente cinematografica. In alcune parti pare di scorgere citazioni di film western e di film d’azione americani, mentre viene citato direttamente Bruce Lee. Quanto è voluto questo effetto? Quanto lavori al tuo stile?

I riferimenti al cinema (americano in prevalenza), in questo romanzo, sono voluti e cercati con forza. Ho provato a mischiare i generi; dalla spy story, al thriller, al western alla Sergio Leone. Ho voluto mischiare le carte e provare a scrivere un romanzo molto atipico per l’Italia, senza dimenticare la nostra tipica scorza ironica, ma mescolandola con il sarcasmo e l’irriverenza a stelle e strisce. L’operazione mi ha divertito molto, è anche piaciuta ai lettori, sono contento che il rischio abbia pagato. Al mio stile ci lavoro giorno per giorno con grande dedizione, leggendo tanto, concentrandomi per superarmi a ogni libro. L’impegno è tutto.

Citavamo il genere western e la narrazione impregnata sull’azione. Nonostante la tua scrittura e la struttura del romanzo siano impregnate di comicità, e nonostante i protagonisti – lo si diceva – abbiano tutti raggiunto la quarta età, credi possibile affermare che il tuo, in fondo, è un romanzo di formazione?

Non credo, questo sia un romanzo di formazione. Più il primo, con Vanni Cascione e la sua crescita come padre e allenatore. In questo i protagonisti sono già formati. Forse, a volte, si forma un pezzetto di loro, un grammo d’umanità, qualche centimetro d’amore, ma quello che volevo è che L’audace colpo fosse una storia d’amore, prima che tra Agile e la sua Flaminia, tra questi quattro vecchi e la vita. Che loro difendono a morsi, pagina per pagina.

I vari personaggi della storia sono tutti non solo ben caratterizzati, ma anche originali e diversi l’uno dall’altro. Come costruisci i tuoi personaggi?

I personaggi nascono dall’osservazione e dalla fantasia. Si comincia a dargli un nome che li caratterizzi in modo perfetto, definitivo. Poi le loro caratteristiche principali e distintive sono quelle che tutti noi abbiamo addosso o hanno addosso i nostri amici e conoscenti. Un personaggio per funzionare, specie nella commedia, deve essere come noi. Non ha senso raccontare gente che non esiste nel mondo reale. Vizi e virtù sono quelli di tutti i giorni. Certo, nei miei romanzi poi c’è sempre un sacco di casino e azione; ma io sono uno che si diverte a sparare in alto. Anche nella vita di tutti i giorni.

La soluzione della storia d’amore di Agile lo porta a riflettere sul tempo, sul fatto che «il futuro è una cosa talmente bella» da aver dovuto utilizzare «tutta la vita ad aspettarlo, per poi lasciarlo alle spalle come un vecchio amico finito chissà dove». Quali insegnamenti hai tratto dall’entrare nella mente di chi è al tramonto della propria vita?

È una bella domanda. Questi vecchi mi hanno insegnato la pazienza e il cinismo, quello divertente, quello utile a prendersi ancora meno sul serio. L’autoironia, ancora più dell’ironia, è una scienza fondamentale per uscirne vivi dai problemi. Alla fine raccontare la loro storia per me è stato un privilegio. Spero di diventare vecchio come loro, ognuno per il suo talento e la sua, preziosa, fantasia. Che è l’unico vero obiettivo dei miei, prossimi, trent’anni: restare così attaccato alle invenzioni come oggi.

Ecco il libro sul sito di Einaudi Stile Libero

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