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La Sposa giovane: l’immoto caos della vita familiare

Una storia avvincente, bizzarra e affascinante in cui stile sperimentale, narcisistico virtuosismo e feconda fantasia si incontrano per dar vita a un capolavoro della letteratura contemporanea: La sposa giovane di Alessandro Baricco

 

«[…] si cammina molto, e anche con coraggio, intuito, passione, e ciascuno per il proprio giusto cammino, senza errori. Ma non lasciamo tracce. Non so perché. Il nostro passo, non lascia tracce. Forse siamo animali astuti, veloci, cattivi, ma incapaci di segnare la terra. Non so. Ma, mi creda, non lasciamo tracce neanche in noi stessi. Così non c’è nulla che sopravvive alla nostra intenzione, e quel che costruiamo non è mai costruito.»

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A lasciare delle tracce – ed indelebili – nella nostra esperienza di lettori, invece, ci pensa Alessandro Baricco col suo ultimo libro, La Sposa giovane, edito da Feltrinelli appena tre mesi fa. L’editore ha deciso di non concedere la minima traccia a chi si trova a sfogliare i volumi presenti nelle varie librerie, indeciso se acquistare o no l’ultima fatica dell’autore di titoli quali Novecento, Seta, Emmaus, Omero, Iliade: nessuna sinossi della storia compare nella bandella del libro, mentre la quarta di copertina non riporta altro che un disegno di Tanino Liberatore, che rappresenta la protagonista. Baricco, sembra dirci Feltrinelli, è una garanzia: il suo stile sperimentale, il suo narcisistico virtuosismo, la sua feconda fantasia sono noti al pubblico di lettori, che non ha bisogno di sapere altro – per convincersi ad acquistare La Sposa giovane – se non che si tratta di un’opera del fondatore della scuola di scrittura Holden.

Dopo essere arrivati all’ultima pagina del volume, come si fa a dare torto alla strategia di Feltrinelli? Impossibile, del resto, sarebbe riassumere convincentemente la trama del romanzo, o meglio sarebbe del tutto insufficiente a rendere giustizia alla complessità linguistica e strutturale messa in campo dallo scrittore. Se la storia è avvincente, bizzarra e affascinante, tanto che il lettore non vorrebbe mai dover interrompere la lettura, le giravolte linguistico-strutturali rendono La Sposa giovane un prodotto imprescindibile nel panorama letterario italiano. L’indiscutibile vanità che sostanzia le creature di Baricco non intacca mai la ricerca di un senso compiuto, la ricerca di un progresso nello stile narrativo contemporaneo, che non serva solo ad aumentare la fama di chi ha ideato l’opera.

Per apprezzare tutte le sfumature dell’ultimo romanzo, converrà comunque fare il punto sulla trama. È l’alba quando la storia prende avvio. Ogni giorno, all’alba, Modesto – il servitore di casa, dal nome evidentemente parlante – apre le imposte dell’abitazione della Famiglia, riportando in vita – novello Orfeo – i vari componenti che, sottratti alla morte del sonno – quasi fossero la reincarnazione di Euridice –, possono godere di un’altra giornata di vita, prima di dover nuovamente affrontare le temibili ore dell’oscurità. Una volta svegliati, è necessario officiare un adeguato rito di ringraziamento, che consiste in una interminabile colazione – che dura all’incirca mezza giornata, andando ad inglobare il pranzo –, puntellata dalle visite delle più disparate persone.

Cinque i membri della Famiglia senza cognome: il Padre, uomo bonario e con un difetto fisico al cuore, che lo induce a fare una vita tranquilla e monotona, priva di sbalzi umorali («Nella ripetizione dei gesti fermiamo il mondo: è come tenere per mano un bambino, perché non si perda»); la Madre, femme fatale unitasi in matrimonio col coniuge solo «per rimettere in ordine il mondo»; la Figlia, bellissima e storpia al tempo stesso, vuole sottrarsi al destino familiare, che ha visto morire tutti i suoi antichi componenti durante la notte; lo Zio – zio acquisito, in realtà, non avendo alcun legame di sangue con gli altri –, che risulta essere il personaggio più strambo della combriccola, in quanto dorme sempre, ma è capace di parlare, ragionare e compiere azioni anche durante il sonno. Ad essi va aggiunto il Figlio, stabilitosi in Inghilterra per lavoro: è il futuro marito della Sposa giovane, la quale – compiuto il diciottesimo anno d’età – si riaffaccia nella vita della Famiglia per reclamare le nozze.

Com’è evidente, il tessuto che Baricco ha saputo tessere è al contempo mistico e grottesco. Un’aura di sacralità riveste i riti quotidiani della Famiglia e investe figure quali quella della Madre e del Padre, di Modesto, finanche della Figlia. Poi però non si può non essere colpiti dal tocco alla Jarry con cui lo scrittore tratteggia lo Zio – alter ego gentile del ben più rozzo Ubu –, nonché dalle diverse situazioni narrative che si dipanano nel succedersi delle pagine. Si sprigiona allora la carica propulsiva della letteratura dell’assurdo: il Padre che ha un cuore di vetro; il nome con cui si appella la protagonista – Sposa giovane, appunto –, che in realtà non si sposerà mai; il ritorno del Figlio in Italia preceduto ogni giorno dalla spedizione a casa di oggetti suoi, tutti tremendamente inutili e spropositati (si va dai bufali alle ruote dentate, dallo stemma araldico di una famiglia slava a ventisette metri di cotone egiziano)… Il tempo in cui vive immersa la Famiglia, non a caso, non sembra essere lineare, bensì ciclico, costellato dall’eterno ritorno dell’uguale, il che conferisce anche un tocco di fiabesco alla storia. L’acronia e l’atopia sono i veri tempi e luoghi de La Sposa giovane.

La sposa giovane

La sposa giovane – illustrazione di Elisa Moi

Al modello della letteratura dell’assurdo, del resto, ci si può riferire anche per commentare la strana assenza del Figlio: colui che avrebbe dovuto essere l’altro protagonista del romanzo, insieme alla Sposa giovane, è semplicemente un’ombra, un nome, un personaggio relativo al passato. Più che ai Promessi Sposi di Manzoni, Baricco pare dunque rifarsi ad Aspettando Godot di Beckett. Tutti lo aspettano, il Figlio, e sembra un’attesa vana. Il finale del libro, però ci farà capire che Baricco segue sì Beckett, ma per dire qualcosa di diverso: se lo scrittore irlandese voleva comunicare la totale inesistenza di un senso, il suo collega italiano lega l’assenza all’immutabilità della situazione descritta all’inizio: finché la Famiglia rimarrà invischiata nelle ferree regole di vita che si è autoimposta, finché avrà paura della notte – simbolo dell’irrazionalità, del caos, della libertà estrema –, finché non si allontanerà dalla ripetizione dei medesimi gesti, il Figlio non potrà tornare, proprio perché la sua privazione è, in definitiva, un estremo tentativo di mettere in moto ciò che è immobile.

A contrastare il Padre nella sua missione di regolazione del mondo ci pensa il narratore stesso. Si tratta di un narratore assolutamente fuori dai canoni classici. A ben vedere, non è un narratore onnisciente, eppure conosce ogni dettaglio della vicende; è esterno alla storia e contemporaneamente interno ad essa; ha mille nomi e facce, cambia punto di vista e focalizzazione repentinamente. Una tale scrittura caleidoscopica – in cui quasi tutti i personaggi si trovano, prima o poi, a raccontare in terza persona, non essendo però nessuno di loro il narratore principale – è una chiara dichiarazione di guerra alla rigidità dello stile di vita imposto dal Padre alla sua Famiglia, è una chiara volontà di sovvertire il mondo.

L’autore sembra usare l’invenzione di un così originale stile narrativo anche per raccontare – in quella che potremmo definire la cornice della storia, ovvero una storia parallela e superiore alla principale, dove veniamo a conoscenza dell’identità del narratore primo – la vita dello scrittore, le sue angosce, le sue tecniche, il suo rapporto col reale. Ci si può trovare invischiati, ad esempio, nella spiegazione del perché il narratore abbia scelto una determinata espressione in luogo di un’altra; oppure si può vedere il narratore perdere su un autobus il computer con l’intero suo romanzo dentro – e si tratta proprio del romanzo che si sta leggendo; altrove, invece, assistiamo ad una velata polemica letteraria contro i colleghi “autobiografisti”, quelli che trasferiscono nei romanzi il loro vissuto, come forma di terapia psicanalitica; infine, si possono anche trovare risposte alle motivazioni che sorreggono certi stilemi baricchiani:

«Perché tutto quel sesso?

In che senso?

Nel libro, tutto quel sesso.

C’è quasi sempre, nei miei libri, il sesso.

[…]

Ma evidentemente c’è qualcosa che ti attira, nello scrivere il sesso.

Sì.

Cosa?

Che è difficile.»

Se La Sposa giovane, lo si è visto, si origina dal caos, non va dimenticato che nel corso delle pagine si attua una parallela ricerca dell’equilibrio. Lo stesso agognato matrimonio tra i due ragazzi sarebbe dovuto servire a sancire l’unione tra due mondi solo apparentemente inconciliabili: l’agricoltura – attività familiare della Sposa giovane – e l’industria – che ha reso ricca la Famiglia. Per non parlare, poi, dello sbalorditivo matrimonio tra la Madre e il Padre: se lei è una femme fatale con un passato in un bordello, lui è quanto mai frigido e votato alla famiglia tradizionale. La Famiglia, in fondo, ripete quotidianamente sempre gli stessi riti proprio con l’obiettivo di trovare la chiave per creare il giorno perfetto. Ed è Baricco, a ben guardare, ad aver trovato quella per comporre il libro perfetto.

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