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Il mare d’estate – racconti balneari

 Il mare d’estate – racconti balneari: un bagno rinfrescante nella letteratura italiana, una lettura perfetta per questa torrida stagione

il mare d'estateÈ arrivata l’estate, e con essa il tempo del sole abbacinante, delle scottature per la troppa esposizione al sole, delle vacanze e del riposo, nonché delle piacevoli letture. Proprio per ristorare la mente degli stanchi ma appassionati lettori italiani, le Edizioni Croce hanno dato alle stampe una vivacissima raccolta di testi brevi, partoriti dalle menti fertili di sedici diversi autori, i quali si erano già cimentati – e tutti in maniera più che convincente – col respiro breve del racconto. Il risultato di tale operazione editoriale è la godibilissima antologia Il mare d’estate – racconti balneari, disponibile nelle librerie già da fine giugno. L’editore, che lascia sempre carta bianca ai propri autori nello sviluppo delle loro opere, ha proposto un tema di base – quello del mare e dell’estate, appunto – che tangibilmente si è declinato per sedici volte in maniera sempre originale e mai ripetitiva.

L’estate è una stagione e il mare un elemento naturale, connotazioni concrete e ciclicamente presenti nella vita di ognuno di noi. Ma l’estate ed il mare – e soprattutto quest’ultimo – sono anche metafore e simboli di qualcos’altro, di qualcosa che riguarda le nostre emozioni, lo scorrere del nostro tempo, l’essenza del nostro essere. Parlare di essi, allora, è parlare della nostra vita tout court. È questo un risvolto ben presente agli scrittori che, incitati da Fabio Croce, si sono spinti a comporre un racconto breve, col risultato che molte storie acquistano anche un secondo piano di lettura, più profondo e misterioso, eludendo la semplice superficie fattuale per stagliarsi su di un piano più alto: meritano, è evidente, una lettura più attenta e vigile, e spiace non poter dedicare ad ognuno di loro un commento.

L’estate, il mare e le vacanze rappresentano, per tutti noi, un momento di riposo dalle angosce quotidiane, sono il momento in cui stacchiamo la spina da tutto ciò che ci preoccupa e ci stanca; eppure, estate, mare e vacanze non rappresentano solo momenti belli e rilassanti, in quanto spesse volte si caricano di connotati malinconici, di nostalgia per i bei momenti passati nelle estate precedenti e che forse mai più si ripresenteranno. Rappresentano l’ignoto, il limite della conoscenza umana, la costa oltre la quale l’uomo non può avere il controllo della propria vita e del proprio corpo (la sfuggevole Moby Dick ne è l’esempio palese); nondimeno, è proprio l’acqua ad averci dato la vita, siamo stati immersi nel liquido amniotico per nove mesi prima di essere gettati heideggerianamente nel mondo: l’acqua è nostra madre, il mare ne è il simbolo più pregnante.

Conscio della portata emotiva e psicologica di tale associazione è Cristiano Maria Carta, autore del racconto breve Il paese del mare, il cui inizio spiazza il lettore e dà l’idea di quanto sia vivace la vena artistica dello scrittore: lungi dal ritrovarci nella solita spiaggia, il testo prende avvio con un protagonista sui quarant’anni costretto ad andare a consulto da un analista. Sembra pieno inverno, ci sentiamo subito un po’ imbrogliati dall’autore, che invece prontamente rientra nel tema in maniera inaspettata: Francesco – il protagonista appunto – ha preso appuntamento col dottor Bagnoli proprio perché ha problemi col mare. La madre, ottima nuotatrice, amava spingersi fino a largo per rilassarsi, tanto che il piccolo figliolo temeva che non sarebbe più tornata indietro per stare con lui. Torna alla mente, allora, l’associazione tra acqua e maternità cui si accennava pocanzi, così come il riferimento alla potenza oscura del mare, al suo essere simbolo dell’ignoto, dove è meglio non avventurarsi, poiché non se ne può avere il controllo. Inoltre, l’autore del racconto fa un interessante riferimento alla Trilogia della villeggiatura di Carlo Goldoni, commedia settecentesca che mirabilmente ci fa capire come «la storia occidentale ha cadenzato i tempi, le stagioni. Tutto precostituito, come il calendario di Frate Indovino: tutto ha un inizio e un seguito già programmato». L’estate – sembra affermare allora Cristiano Maria Carta – viene cristallizzata in una serie di atti convenzionali da compiere, in una serie di rituali stagionali irrinunciabili per salutare come si deve la stagione incipiente. In questo modo, la si carica di innaturalezza, togliendole linfa vitale.

L’accomunamento tra il motivo balneare e il motivo familiare è presente anche nel prezioso racconto firmato da Franco Piol, intitolato Mare bambino. Con una penna leggiadra e quasi scoiattolesca – per citare la definizione che Pavese diede della scrittura calviniana –, l’autore trevigiano ci narra l’incantevole storia del piccolo Sorso, orfanello in vacanza con i compagni di collegio, che per la prima volta in vita loro scoprono il mare. Sorso, al contrario, conosce già l’ambiente marino, poiché vi ha trascorso un’indimenticabile giornata in compagnia della madre. Il racconto si immerge in un ambiente al contempo fiabesco e “storico”, che con la sua rievocazione di famosi motivi musicali quali Il piccolo naviglio e Lo stornello del marinaro ci fa fare un viaggio indietro nel tempo, a spasso nell’Italia dell’immediato dopoguerra. Potremmo definirlo, pertanto, un viaggio alla scoperta delle nostre origini – musicali e non –, così come il protagonista scopre le proprie avventurandosi sulla spiaggia di notte: attirato dal suono di un violino, avvista un uomo sul bagnasciuga e lo raggiunge, il che gli permetterà di conoscere – per la prima e ultima volta – suo padre. Ma si tratta di un sogno oppure di un incontro reale? Piol lascia che sia il lettore a fornire la sua personale risposta. Di certo c’è solo il regalo che questo padre semi-immaginario lascia al figliolo: una bellissima biglia, che racchiude in sé la potenza vitale del mondo. Le parole che l’autore utilizza per descrivere il dono calzano a pennello per tratteggiare il suo racconto:

«Che meraviglia. Era una biglia gigante che sprigionava energia pura tutto intorno, riflettendo la luce del mare, della luna, degli occhi blu oltremare dell’uomo: un mondo intero con i suoi oceani turchini, le sue terre lussureggianti di verdi e di ocra, un mondo di sogni e di chimere, di desideri e di malinconie remote.»

Lo stile del racconto alterna momenti di intensa nostalgia con altri di pungente ilarità; non a caso, Franco Piol intarsia il suo italiano dal colorito vintage ad un freschissimo romanesco, facendo sorgere sulle labbra del lettore più di qualche sorriso.

Chi punta decisamente sull’atmosfera comica è Irene Calvo Crespo, prosatrice iberica che ha dato vita al racconto Il mio mare mai visto. La protagonista – dal nome tanto grottesco quanto significante di Banale Mediocre – vive una vita insoddisfacente e frustrante, accanto ad un uomo fedifrago e opprimente: «Non ho mai avuto le redini della mia vita, ho sempre fatto quello che si deve fare e quello che gli altri sostengano si debba fare: finire la scuola, fatto! Fidanzarsi con uno per bene, fatto! Sposarlo nel bene e nel male, fatto! Laurearsi, fatto! Trovare un lavoro sicuro, fatto! E aspettare la morte… o sono già morta?». Per dare una sterzata decisa alla propria esistenza, la protagonista scappa in Messico senza avvertire nessuno dei congiunti, decidendo di abbandonarsi al divertimento sfrenato. Il mare, mai visto prima dalla giovane donna, assume qui una funzione che potremmo definire carnascialesca, in quanto stravolge tutti i canoni e le certezze della sua vita precedente, delineandone il nuovo profilo di donna libera, intraprendente e coraggiosa.

Il mare e il rapporto dell’uomo con la natura, ad ogni modo, sono anche temi d’attualità scottante. In particolare, è Stefano Fiorelli a porre alla ribalta il problema ecologico dell’inquinamento ambientale, ideando una fiaba subacquea – non a caso Favola del mare è il titolo scelto – che intende ispirare un più profondo rispetto per il creato. L’autore mette in piedi una vera e propria spy story, seppur raccontata con toni elegiaci: un pescatore – si tratta dell’io narrante – adesca col suo amo un pesce parlante, che lo prega di aiutare il regno del mare a liberarsi di un pericoloso baciapile, ben visto dall’anziano e malato regnante, ma in realtà dedito a sigillare loschi affari con umani malavitosi per lo scarico in mare di rifiuti tossici. Il protagonista, allora, subirà una metamorfosi corporea, trasformandosi anche lui in un pesce, in modo da sventare la pericolosa banda. Mafia, inquinamento ed educazione civica sono al centro della trama, una trama pensata per farci capire che la stagione estiva ed i suoi costumi non debbono essere solo momento di distrazione, ma possono trasformarsi in occasione per riflettere su ciò che ci circonda e sui peggiori – ma rimediabili – errori che commettiamo durante l’intero arco dell’anno.

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