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I libri (classici) da leggere – “Il deserto dei Tartari”

Capolavoro della letteratura italiana e al 29° posto in classifica tra i 100 libri del secolo, Il Deserto dei Tartari di Dino Buzzati è parabola esistenziale di un’interrogazione continua sul senso della vita

il deserto dei tartariPubblicato nel 1940 da Leo Longanesi, all’interno della collana “Il sofà delle muse”, Il deserto dei Tartari  sancirà il successo, e di pubblico e di critica, del bellunese Dino Buzzati. Protagonista del romanzo è Giovanni Drogo, un ufficiale partito alla volta del confine settentrionale di un regno geograficamente non identificato per raggiungere la Fortezza Bastiani. 

«Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita»

A fare da sfondo a quel Forte misterioso e affascinante è il deserto: un luogo da sempre simbolo della perdizione e della tentazione, ma allo stesso tempo metafora di sperimentazione interiore e materializzazione di un percorso ad ostacoli in cui è possibile riscoprire sé stessi. Bastiani, inizialmente vista come meta ideale all’interno della quale conquistare la gloria militare, utile a conferire un senso alla vita di Drogo, disattenderà puntualmente tutte le sue promesse eroiche. I Tartari non arriveranno mai. Giovanni Drogo non combatterà mai la guerra contro quel popolo mitico. La possibilità di uno scontro giungerà troppo tardi, quando l’ufficiale si appresta ormai a combattere una nuova, più importante, battaglia.

Questo continuo infrangersi di illusioni sarà alla base dell’ambiguo rapporto che Drogo instaurerà con la Fortezza: andare o restare? Vivere l’oggi o sperare nel futuro? Sentimenti contrastanti domineranno l’uomo che, per oltre trent’anni, vivrà all’interno di quelle mura nella ricerca di qualcosa di grande, un Evento indimenticabile in grado di cambiare il corso della propria storia personale.

Del resto, tutti, lì dentro, sono affetti dalla stessa malattia, quel senso dell’attesa che si consuma nel tempo, mentre il tempo, a sua volta, si consuma. Nell’attesa di un’occasione irripetibile i personaggi bruciano le piccole gioie quotidiane, perdono di vista l’importanza dei singoli giorni e delle cose, vanificano le proprie esistenze. Nella convinzione di potersi scoprire vincenti in giorni ancora da venire, si negano alla vita presente.

Fino allora egli era avanzato per la spensierata età della giovinezza, una strada che da bambini sembra infinita, dove gli anni scorrono lenti e con passo lieve, così che nessuno nota la loro partenza. Si cammina placidamente, guardandosi con curiosità attorno, non c’è proprio bisogno di affrettarsi, nessuno preme di dietro e nessuno ci aspetta, anche i compagni procedono senza pensieri, fermandosi spesso a scherzare. Dalle case, sulle porte, la gente grande saluta benigna, e fa cenno indicando l’orizzonte con sorrisi di intesa; così il cuore comincia a battere per eroici e teneri desideri, si assapora la vigilia delle cose meravigliose che si attendono più avanti; ancora non si vedono, no, ma è certo, assolutamente certo che un giorno ci arriveremo. Ancora molto? No, basta attraversare quel fiume laggiù in fondo, oltrepassare quelle verdi colline. O non si è per caso già arrivati? Non sono forse questi alberi, questi prati, questa bianca casa quello che cercavamo? Per qualche istante si ha l’impressione di sì e ci si vorrebbe fermare. Poi si sente che il meglio è più avanti e si riprende senza affanno la strada. Così si continua il cammino in una attesa fiduciosa e le giornate sono lunghe e tranquille, il sole risplende alto nel cielo e sembra non abbia mai voglia di calare al tramonto. Ma a un certo punto, quasi istintivamente, ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle nostre spalle, chiudendo la via del ritorno. Allora si sente che qualcosa è cambiato, il sole non sembra più immobile ma si sposta rapidamente, ahimè, non si fa tempo a fissarlo che già precipita verso il fiume dell’orizzonte, ci si accorge che le nubi non ristagnano più nei golfi azzurri del cielo ma fuggono accavallandosi l’una sull’altra, tanto è il loro affanno; si capisce che il tempo passa e che la strada un giorno dovrà pur finire. Chiudono a un certo punto alle nostre spalle un pesante cancello, lo rinserrano con velocità fulminea e non si fa tempo a tornare. Ma Giovanni Drogo in quel momento dormiva ignaro e sorrideva nel sonno come fanno i bambini. Passeranno giorni prima che Drogo capisca ciò che è successo. Sarà allora come un risveglio. Si guarderà attorno incredulo; poi sentirà un trepestio di passi sopraggiungenti alle spalle, vedrà la gente, risvegliatasi prima di lui, che corre affannosa e lo sorpassa per arrivare in anticipo. Sentirà il battito del tempo scandire avidamente la vita. Non più alle finestre si affacceranno ridenti figure, ma volti immobili e indifferenti. E se lui domanderà quanta strada rimane, loro faranno sì ancora cenno all’orizzonte, ma senza alcuna bontà e letizia. Intanto i compagni si perderanno di vista, qualcuno rimane indietro sfinito, un altro è fuggito innanzi, oramai non è più che un minuscolo punto all’orizzonte. Dietro quel fiume – dirà la gente –  ancora dieci chilometri e sei arrivato. Invece non è mai finita, le giornate si fanno sempre più brevi, i compagni di viaggio più radi, alle finestre stanno apatiche figure pallide che scuotono il capo. Fino a che Drogo rimarrà completamente solo e all’orizzonte ecco la striscia di uno smisurato mare immobile, colore di piombo.

Attraverso il suo alter-ego − ricordiamo che molti videro in Drogo, e nelle sue vicende all’interno della Fortezza, la trasposizione della routine del lavoro redazionale sperimentata da Buzzati al «Corriere della sera» −, l’autore ci porta ad interrogarci continuamente sullo scorrere del tempo, ci racconta la dicotomia che si viene a creare tra principio e fine e ci ricorda come, inevitabilmente, la morte incomba su ognuno di noi sin dal nostro primo respiro. Questo è il destino ineluttabile dell’uomo.

Il deserto dei Tartari, come autorevoli critici hanno notato, è un anti-romanzo, un’opera dalla trama quasi inesistente in cui i colpi di scena non sono presenti e le vicende si susseguono senza ritmo, con una monotonia che potrebbe precludere il palesarsi di una rivelazione: sebbene Drogo sembri incarnare il prototipo dell’inetto, riuscirà però a riscattarsi e a quel suo continuo posticipare l’esistere sostituirà un atto estremo di coraggio.

Scoprirà la verità più grande mentre si prepara per il suo atto finale: la morte. In quell’istante tutto brillerà di luce nuova e si vorrebbe indietro ogni istante sprecato, ogni ora pigra persa nell’attesa. Drogo smetterà di aspettare: il grande Evento è la morte, con la sua oscurità pronta ad avvolgerci innalza e riqualifica la vita che non abbiamo saputo apprezzare. Basta questa agnizione per fare di Giovanni il nostro eroe.

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