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“I migliori anni della nostra vita”: Ernesto Ferrero racconta gli einaudiani

«Editoria è conoscenza degli uomini»

Giulio Einaudi

ferreroCi sono storie che nascono dal nulla, altre si costruiscono intorno a vite fuori dal comune. Non raccontarle sarebbe una mancanza imperdonabile nei confronti di chi non ha potuto incontrarle, incrociarle, carpirne gli insegnamenti. In quello che Paolo Di Stefano sul “Corriere della Sera” ha definito uno straordinario romanzo storico, Ernesto Ferrero riporta in vita Giulio Einaudi, «l’Editore», il suo regno di via Biancamano fatto di libri, intraprendenza, genialità e coraggio e i protagonisti di una stagione culturale indimenticabile. I migliori anni della nostra vita è un libro di memorie, scritto da uno dei più importanti collaboratori della casa editrice: entrato all’Einaudi come addetto stampa nel 1963 e diventato poi direttore letterario e in seguito direttore editoriale, Ferrero fotografa con occhi a volte malinconici e nostalgici, altre ironici e divertiti e altre ancora critici e attenti i protagonisti di una vicenda che diventa universale, metafora collettiva di progresso, percorso formativo di un’Italia in cui cresce l’albero della felicità.

Forse bisogna proprio partire da qui, dalla felicità. Abbiamo della felicità un’idea timida e intermittente. Parlarne è difficile, come parlare di Dio. Ogni parola la immiserisce, ne dissolve l’incanto. Impossibile classificarla, quantificarla. Al massimo possiamo tentare delle perifrasi, delle allusioni, nominandola con cautela. Ne parliamo soltanto al passato, quando ci ha abbandonato, forse per punirci di non esserci accorti della sua presenza. Dice un verso di Cardarelli: Felicità, ti ho riconosciuta dal passo con cui ti allontanavi. L’Editore non nominava mai la felicità. Parlare, scrivere, è un surrogato di qualcosa che ci sfugge. Lui voleva la felicità, la esigeva con un’irruenza infantile che assumeva un piglio granducale; la costruiva ogni giorno, come un liutaio caparbio, e come un seduttore impenitente la piegava alla sua libido. I libri erano un semplice strumento per fare di ogni singola giornata un momento di perfezione inimitabile, divertimento, allegria. Usava i libri come altri possono usare il pianoforte, i pennelli, il sesso.

Coltivava una fede assoluta nelle novità, quel gusto di inseguire qualcosa che aspetta al di là dell’orizzonte conosciuto, di scovare prima degli altri le cose che stanno nascendo o maturando: il figlio del primo presidente della Repubblica italiana era uno stratega autoritario, un inguaribile ambizioso, una figura prestigiosa, provocatoria e un po’ cinica. Un leader carismatico, un uomo fatto di passioni, amante della vita, affamato predatore:

Si alzava ogni mattina con la stessa idea: trovare uomini e libri capaci di modificare la sua e nostra percezione del mondo. Voleva stupirsi. Ogni giornata si apriva nel segno di  una rincorsa che spostava un po’ più in là il paletto dell’ultimo confine. Ogni giornata doveva essere memorabile, diversa da quella precedente. Il cambiamento scandiva il senso di una crescita che voleva essere ininterrotta. L’Editore sembrava l’incarnazione del modello cosmologico che prevede un’espansione impetuosa e continua, un Big Bang che non raffredda mai l’esplosione iniziale.

Un libro di memorie che però travalica la memoria stessa: spaccati di vita vissuta si tramutano in quadri familiari per ogni lettore. Quel percorso – culturale, esistenziale – che attraversa tutti gli stadi della casa editrice torinese, dall’apogeo alla drammatica rottura tra i due Giulii nel 1978, si fa percorso comune e condiviso. Un affresco di volti e luoghi rimane impresso nell’iride di chi percorre, scorrendo le pagine, la storia di quegli sciamani laici.

Un viaggio conoscitivo, una scoperta di proporzioni epiche: sembra di essere stati lì con loro, negli uffici, nei ritiri estivi, in quella quotidianità fatta di progresso. Tutti i membri di quella intellighenzia diventano inevitabilmente guide da seguire, amici di cui sentire la mancanza, perdite affettive ad un certo punto del tragitto. Incontriamo Vittorini e Pavese, così ugualmente grandi e tremendamente diversi, Italo Calvino e i suoi eloquenti silenzi, Primo Levi, le sue angosce e le sue solitudini, l’ingegnere-letterato Gadda e le sue affascinanti stranezze, e poi ancora Sciascia, Leone e Natalia Ginzburg, Noberto Bobbio, Elsa Morante, Pier Paolo Pasolini, Massimo Mila e tutto il meglio dell’Italia culturale. Vezzi, liti, caratteri e umori si legano e scrivono la genealogia familiare di una nazione. Ma, come accade in tutte le famiglie, quella raccontata da Ferrero è una storia fatta di incontri e contrasti, speranze e delusioni, dicotomie assolute in grado di alimentare il confronto e rifondare il mondo su nuove basi. Come quello scontro continuo tra Einaudi e Bollati, il direttore generale, «il Maestro»; colui che, insieme al caporedattore Daniele Ponchiroli e al direttore dell’ufficio commerciale Roberto Cerati (governatori dei vicereami del regno dell’Editore), compensa le mancanze del suo napoleonico omonimo.

La poltroncina in legno chiaro e pelle beige andava stretta al gigante che era Giulio Bollati di Saint-Pierre. Quando se l’era trovato dinnanzi la prima volta, l’ingegner Carlo Emilio Gadda s’era stupito di imbattersi in qualcuno che lo sopravanzava di almeno una testa. Ma come spesso accade negli esseri di stazza ragguardevole, si capiva immediatamente che il dinosauro non era aggressivo: anzi mansueto, affabile, forse ombroso. Il tratto signorile riusciva amicale senza avere nulla di paternalistico o d’ostentato. Aveva il sorriso dei primi della classe, emarginati dalla timidezza e dalla loro stessa primazia; mani grandi e voce rassicurante. Gli occhi sporgenti guardavano da una sorta di misura interiore, in cui le contraddizioni del mondo, i paradossi della Storia, il caos delle vicende umane si disponevano in una spiegazione globale che li prevedeva tutti. Tanto al primo impatto l’Editore ostentava una glaciale lontananza azzurrina che paralizzava il visitatore, tanto Bollati ne cercava la confidenza, presto proponendogli il “tu”. C’era in lui un’attitudine protettiva che conteneva il suo contrario, il desiderio d’essere protetto, rassicurato. La curiosità dell’Editore non si tratteneva a lungo sulla stessa persona, Bollati aveva bisogno di sodali fissi, da cui non sentirsi minacciato o emulato. L’Editore era una figura paterna forte, irraggiungibile, potenzialmente minacciosa, di cui si paventavano i giudizi sprezzanti, le fredde collere, l’egoismo patriarcale. Bollati incarnava il lato materno della famiglia. Era la moglie intelligente, colta, racée e tuttavia insoddisfatta del ruolo secondario in cui si sentiva confinata, addirittura frustrata. Non osava intaccare l’autorità del Padre-Padrone, che sentiva troppo forte.

Quella felicità nata e coltivata in via Biancamano diventa anche un po’ la nostra. Si interrompe solo a tratti, tra un sussulto emotivo e un altro, quando ci imbattiamo nelle morti di quei personaggi che, dopo questa lettura, sapranno rivivere nella nostra mente e nelle maglie della nostra storia. Perché la memoria, la Storia cominciano quando tutto si ferma. Nella loro immobilità, le mattine di via Biancamano hanno la chiarità del cristallo.

Ernesto Ferrero, I migliori anni della nostra vita, Feltrinelli, 2005.

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