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“I libri da leggere” – Finalisti Premio Strega 2014: “Lisario o il piacere infinito delle donne” di Antonella Cilento

Il libretto era stato infatti scritto da un pagano che riferiva pratiche personali e licenziose, ma soprattutto sosteneva che la donna provasse piacere in misure che l’uomo non sarebbe mai stato capace di provare e che poteva arrivare a questo piacere senza alcun bisogno dell’uomo stesso, ripetendo l’esperienza infinite volte. Infinite volte. Era stata la parola “infinite” che aveva spaventato Avicente. Di fronte a un piacere infinito non c’era altro risultato che la follia.

cilentoC’era una volta la bellissima figlia di un ufficiale spagnolo, che viveva in un rinomato quartiere della Napoli di metà Seicento. La fanciulla, dai lunghi capelli neri e dalla carnagione nivea, improvvisamente – all’età di sedici anni – si ritrovò vittima di una insolita fattura, che la costrinse per mesi e mesi a giacere nel proprio letto, in preda ad un profondissimo sonno, dal quale sembrava impossibile uscire. Un bel giorno, un valente e giovane medico arrivò nella dimora della fanciulla e, quasi miracolosamente, riuscì a ridestare la candida adolescente dalla prigione nella quale Morfeo la tratteneva: il matrimonio tra i due si celebrò prontamente… Fine della favola. Del resto, a dire il vero, le quasi trecento pagine del nuovo romanzo di Antonella Cilento, dal titolo Lisario o il piacere infinito delle donne – finalista all’ultima edizione del Premio Strega –, narrano una storia tutt’altro che fiabesca: perché il principe azzurro di turno è ben poco aitante ed impavido; perché la sedicenne – Lisario, appunto – non precipita nell’assopimento perpetuo a causa di una stregoneria; perché non è il classico bacio del vero amore a risvegliare la disgraziata figlia di Don Ilario; perché, infine, lungi dall’essere un matrimonio felice, quello tra Lisario e il dottore Avicente Iguelmano si rivela essere ben presto un’asfissiante prigione per entrambi i coniugi.

Riscriviamo, allora, la storia, per cercare anche di cogliere il focus e l’insegnamento che l’autrice partenopea voleva veicolare. Belisaria, chiamata da tutti Lisario in quanto non ancora donna matura, perde sin da piccola la voce a causa di una non riuscita operazione chirurgica. E già questo è un primo dato significativo, ad una lettura che voglia essere al contempo simbolica e contestualizzante: se il mutismo  della protagonista non può non ricordare quella di un’altra grande figura femminile della letteratura italiana contemporanea, la Marianna Ucrìa dell’omonimo romanzo di Dacia Maraini, anche il senso da dare a tale invenzione finzionale pare essere il medesimo: denunciare la condizione femminile, fatta di sudditanza, incomprensione, abbandono alla violenza che una società misogina impone. Le donne non hanno voce né diritto di parola; siamo in un universo – narrativo, ma anche reale (sulla bandella dell’edizione mondadoriana ci si chiede: «ma è del primo Seicento che qui si narra o di noi e di oggi?») – dominato dagli uomini, gelosi custodi della propria coercitiva egemonia.

Eppure Lisario è diversa dalle altre: spirito ribelle e selvaggio, la si potrebbe definire un’amazzone barocca. Tanto che sceglie consapevolmente di cadere in un sonno prolungato pur di non convolare a nozze con l’uomo che il padre ha scelto per lei. Possiamo qui intravedere un preciso segnale che l’autrice ha avuto cura di lanciare al lettore. La causa dell’immane e indefessa sonnolenza di Lisario non è da ricercare – come accade nelle fiabe – nell’attivarsi di un sortilegio: la fanciulla non mangia la mela che, nella notte dei tempi, indusse Biancaneve a non aprire gli occhi per un lungo periodo. (Si sa, del resto, – la Genesi docet – che la mela è simbolo antico del peccato femminile, e le donne sono colpevoli o per via sessuale o per via intellettuale: il serpente che tenta Eva è al contempo allegoria fallica e del desiderio di conoscenza connaturato alla donna). Lisario, per converso, vuole dormire: finalmente una figura femminile che prende in mano il proprio destino, che non si lascia manovrare – né tantomeno plasmare nell’indole – dai membri maschili della propria famiglia. Non a caso, sarà, questa dell’autodeterminazione femminile, anche la cifra della seconda parte del romanzo, quando la giovane sposa scapperà di casa e concepirà una figlia con l’uomo che ha imparato ad amare veramente, e quando, riportata a forza dall’imbelle marito, piomberà nuovamente in un sonno senza tempo.

Al centro della narrazione, lo si diceva, ci sono i desideri, i sogni, i bisogni e la voglia di indipendenza delle donne, nonché il tentativo maschile di controllare e reprimere tutto ciò. Se Avicente – figura goffa, poco autoritaria per propria natura (non certo per convincimenti libertari), medico inetto e pauroso – riesce a smuovere la futura consorte dal sonno in cui era piombata soltanto usandole violenza carnale (altro che bacio del vero amore!), non sopporta poi la libertà sessuale della moglie, neanche quando lei gli è ancora fedelissima. La ragazza non riesce a ridursi a mero strumento per le voglie erotiche del coniuge e, ben lontana dal considerarsi alla stregua di un oggetto o di uno strumento – come Avicente la vorrebbe –, ha la consapevolezza di essere una persona, e perciò di avere diritto alla ricerca della felicità, anche fisica. Gode nell’atto sessuale di coppia e, quando i rapporti col marito si raggelano, sa godere anche da sola.

Il marito la spia e scopre il suo segreto. Capisce che il controllo della ragazza gli sta sfuggendo di mano ed entra nel panico, come risulta evidente, ad esempio, in un dialogo tra Avicente e l’anatomista Töde: afferma Iguelmano, parlando delle donne: «Loro godono e io non capisco come… godono anche senza di noi… […] Se possono godere anche senza di noi, forse possono fare altro senza di noi. […] Immaginate che concepiscano senza di noi… […] Immaginate un mondo senza padri: su chi eserciteremmo la nostra… autorità? […] Saremmo alla mercé di chi partorisce i figli e li educa… Presto anche il denaro sarebbe nelle loro mani…». L’emancipazione sessuale femminile è, per il medico – come per i misogini di ogni epoca e cultura –, sinonimo di disordine sociale.

Per scongiurare lo scoppiare di una rivoluzione rosa, Avicente chiede alla sposa di mettere in atto pratiche omoerotiche per lui, affinché egli possa studiarle; disegna uteri e vulve dappertutto, ne ipotizza più volte il funzionamento; si fa recapitare a casa, da ogni parte d’Europa, dissertazioni scientifiche sull’apparato riproduttivo femminile, tra cui un volume che ragiona sulla capacità delle donne di provare un piacere ben superiore a quello maschile, un piacere infinito. Il dottore spagnolo diventa succube di una non aggirabile ossessione, accettata prefissandosi un obiettivo ben preciso: carpire il segreto dell’autosufficienza della donna, per sopprimerne ogni tendenza indipendentista. Anche stavolta Lisario è capace di sottrarsi al controllo dell’uomo, attraverso la già citata fuga dal castello dove dimora con Avicente, raggiungendo a grandi passi quel vero amore che non aveva mai provato in vita sua e che le garantirà stima e rispetto.

Questo il focus del romanzo, che, peraltro, ha numerosi altri sotto-temi, più o meno avviluppati col leitmotiv principale: la rivoluzione popolare guidata a Napoli da Masaniello, nel 1647; la peste scoppiata in Campania dieci anni dopo; il tratteggiamento del circolo artistico della città partenopea, prepotentemente influenzato dal Caravaggio; il riferimento all’opera cantata, di cui Napoli fu una fondamentale fautrice. Infine, un motivo più astratto e meditativo: momenti di riflessione sull’amore sincero, sul legame che unisce donna e uomo e che prescinde dai giochi di predominio e potere. Vengono alla mente le storie – in verità tragiche – di Anna Karenina e Madame Bovary, con la disperata ricerca della felicità da parte delle due protagoniste. Antonella Cilento, peraltro, imperla il suo racconto con una serie di riferimenti letterari: spiccano su tutti le citazioni da Cervantes e Shakespeare, nonché dai libretti destinati al teatro per musica che, in quelli anni aurorali per l’opera lirica, erano popolarissimi. E proprio il dramma La Psiche, musicato dal già famoso Scarlatti e descritto nell’explicit del romanzo, dà l’occasione all’autrice di utilizzare il mito del fascinoso Amore e dell’avventata Psiche per una mise en abîme dell’intero suo racconto: Psiche, esattamente come sperimentato da Avicente e da qualsivoglia amante troppo razionale, ha perso l’oggetto del desiderio per aver voluto sottrargli il segreto della propria beltà, la formula della propria unicità. Perché questo libro, in fondo, non è altro che un romanzo d’amore.

Antonella Cilento, Lisario o il piacere infinito delle donne, Mondadori, 2014.

 

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