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“Futbol. Storie di calcio” di Osvaldo Soriano

Quante volte è stata rimembrata l’illusione dell’Olanda di Cruyff nel ’74, caduta nella finale del Mondiale nonostante una tattica d’attacco rivoluzionaria e divertente? Quante volte abbiamo rivisto le immagini dell‘Italia di Paolo Rossi nell’82 stroncare i sogni del fortissimo Brasile? Quanti si sono chiesti perché oggi parliamo ancora di Puskas, l’ungherese che quasi portò la sua nazionale a vincere nel ’54? E ancora, più vicino a nostri giorni, quanto spesso è capitato che ci schierassimo, nel tifo, dalla parte dell’outsider che sembra farcela contro il titanico avversario, per squadre come il Senegal nel 2002, la Grecia poi vittoriosa nel 2004, la Turchia nel 2008, o l’Algeria negli ultimi campionati mondiali? Per non citare in ambito nazionale il Foggia di Zeman, la sua filosofia eterodossa. Molte, molte volte. Risponderebbe così il tifoso appassionato, anzi l’amatore del calcio, prima ancora che della sua squadra. Succede spesso, ed è un gran bene. È il segno che non è stato tutto inutile, che il calcio mantiene ancora come minimo comune denominatore del suo mondo, ormai artificioso e dispendioso (specie economicamente), il sudore di un giovanissimo ragazzo che tira calci ad un pallone rattoppato con scarpe di fortuna. Non è un’immagine estraniante, esagerata o distorta: non lo è se si legge Futbol. Storie di calcio di Osvaldo Soriano (più volte edito dal 1983, con nuove storie fino al 1998).

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Non lo è perché Soriano ci porta lì: nelle favelas, nei campi di terra o pietre, nella parte dimenticata del mondo. In giro per il Sudamerica, che sia Argentina, Patagonia, Brasile, Perù, nelle Malvinas, per poi sviare fugacemente in Europa, con ricordi dell’Italia fascista o della Russia di regime. Lì dove talvolta l’uomo moderno non pensa di trovare punti in comune con il passato, con le situazioni di vita vissuta. Eppure trova la resistenza dell’ultimo uomo, che vuole giocare, correre, sentirsi libero, battersi per un ideale. Trova la poesia, l’imperfezione e il vizio che si sublima in racconto, in esperienza dinamica, come avesse due gambe e una bocca che canta, fischietta mentre cammina lungo la Storia.

Nel libro questa signora, la Storia, parla tramite la penna di Osvaldo Soriano. Chi è costui? È il primo eroe romantico delle storie di cui si fa cantore. Giornalista e scrittore argentino (1943-1997), è cresciuto nel secondo dopoguerra, fuggendo dal suo paese in preda ai rantoli autoritari di Videla verso l’Europa, a Parigi. La leggenda narra, appunto, che fu, prima di tutto, un attaccante particolarmente portato, costretto ad abbandonare gli scarpini a causa di un infortunio, e in seguito diventato un cronista sportivo (ingrassando, verrà chiamato “El Gordo”).

Il suo allenatore nel 1961, Orlando “el Sucio“, lo ricorda così: «Lei aveva del talento in area. È un peccato che sia finito così a scrivere stupidate…», invece che al Boca Juniors, al Barcellona o alla Juventus. Ma qui siamo già dentro ai racconti, alle storie di calcio, dove descrizione e resoconto si mischiano con la narrazione prosaica e la sua licenza a scostarsi dalla realtà. Già, perché Soriano non fa altro che dare inchiostro alle divertite, ironiche e disilluse situazioni e discussioni con parti del suo passato. Campioni finiti nel dimenticatoio per una rissa, arbitri pericolosi e corrotti, allenatori mentori o dal gran fiuto per i talenti. Quelli che più rimangono nell’immaginario sono personaggi come il mister Peregrino Fernandez, o appunto Orlando “el Sucio”, l’arbitro William Brett Cassidy, il portiere el Gato” Diaz, protagonista del rigore più lungo del mondo, e Obludio Varela. Quest’ultimo capitano di quell’Uruguay che condannò il Brasile a vivere l’incubo del Maracanazo, nel luglio 1950 (di seguito un pezzo tratto dal racconto a lui dedicato letto da Toni Servillo).

Non è passato così inosservato il vagabondare dell'”hermano” Soriano, che ha invece influenzato scrittori europei e non (specie l’uruguayano Eduardo Galeano, per esempio), e ispirato molti artisti (nel 2000 Peppe Servillo degli Avion Travel ha cantato le storie di calcio nell’album “Futbol” con Javier Ghirotto e Natalio Mangalavite).
Soriano ha lasciato una pesante eredità, ma senza gesti eclatanti, senza alzare vessilli, con la sola forza delle parole. Ora però volano e colpiscono come strali, talvolta pesanti e malinconiche, a volte come pietre dure a rotolar giù senza lasciare segno del passaggio.

Osvaldo Soriano - Futbòl

Futbol è un manifesto. Per chi ancora vede nel campo di calcio un palco di un teatro in cui gli attori hanno una parte da recitare, un ruolo, con la voglia di raccontare una storia, che sia un dramma o una commedia a lieto fine. Per ridare agli spettatori una genuina illusione, per sentirsi ancora ragazzi che inseguono un sogno, per esibirlo orgogliosamente. Anche soltanto come forza dell’abitudine, come fosse un vizio che non si vuole abolire, ogni maledetta domenica.

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