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Fame d’amore: l’anoressia di Chiara Andreola

Fame d’amore, la testimonianza sull’anoressia raccontata da Chiara Andreola con disarmante lucidità e ironia

timthumbSi parla spesso di anoressia, uno dei disturbi del comportamento alimentare (DCA) più diffusi, soprattutto, tra la popolazione femminile; il problema principale di questa malattia è la causa che la determina, che non è semplice da individuare e, di conseguenza, da risolvere. Si comincia quasi sempre con una banale volontà di perdere peso, quindi, imponendosi una dieta “fai da te”, dove tutto è apparentemente sotto controllo. Poi i dissidi con il cibo, le umiliazioni, le mortificazioni, in un processo di crollo vertiginoso. L’ago della bilancia che scende sempre più in basso, le costole sempre più evidenti, le forme e il ciclo mestruale che diventano solo un lontano ricordo. Questi segnali non lasciano più scampo: il labile confine tra dieta e anoressia è stato abbondantemente oltrepassato a favore di quest’ultimo.

Edito da Città NuovaFame d’amore – la mia anoressia di Chiara Andreola è una preziosa testimonianza su questo disturbo alimentare. Parlare di un evento così drammatico con la sua lucidità e ironia è sorprendente. Il suo punto di vista stupisce a tal punto da far dimenticare al lettore i luoghi comuni sull’anoressia, che nel suo caso sembra piuttosto essere un percorso ascetico del cibo, associato ad una strana convinzione, dettata da momenti formativi della sua vita, che lei non meritasse alcuna tipologia di soddisfazione e di piacere, tanto meno quello derivante dai pasti. Questa persuasione, unita a tensioni familiari e ad altre incertezze, fanno presto passare Chiara dai suoi 51 kg (la prima conquista) ai 38 kg (pericoloso punto di non ritorno).

Una lotta perenne tra la mente e il corpo, che ha portato la prima a sovrastare in modo insano il secondo, in un perverso meccanismo di annientamento e di non cooperazione.

Insofferenza nei confronti di chi si alimenta “come un maiale”, un percorso da giornalista per nulla facile da intraprendere, cambi di vita repentini in Italia e in Belgio, coinquilini strambi con cui fare i conti e, infine, l’amore costante di Enrico, della sua famiglia e lo sport che l’hanno aiutata a risalire quando oramai sembrava quasi impossibile. Una storia che vale la pena leggere, scritta con un trasporto ed uno stile brillanti. La divorerete, senza mai provare disgusto!

Fame d'amore, anoressia

Breve intervista alla scrittrice:

Ciao Chiara, “Fame d’amore” è una coraggiosa testimonianza sulla tua anoressia; quando e com’è nata l’idea di condividere questo dramma con i lettori?

L’idea è nata da un suggerimento della psicologa che mi seguiva a Roma, che mi ha invitata a scrivere come “sistema liberatorio”; in realtà per molto tempo non sono riuscita a scrivere una sola riga, cosa che per me, abituata a scrivere per mestiere, è alquanto inusuale. Evidentemente non ero pronta: perché poi, quando mi è venuto in mente – senza una ragione particolare – di riprendere in mano la cosa e proporlo alla casa editrice, ho scritto tutto nel giro di un mese. Come dico nelle ultime righe del libro, la volontà è quella di dare una testimonianza e superare molti luoghi comuni su anoressia e bulimia che trovo siano molto presenti nella nostra società, e far sì che anche chi ne soffre si senta libero di dirlo senza timore di essere etichettato come il pazzo di turno.

Iniziamo dal titolo che mi ha da subito incuriosita: dopo aver letto la tua storia, ho capito che non ti è mai mancato l’amore e l’affetto dei cari (Enrico in prima linea), ma era sostanzialmente assente l’amore nei confronti di te stessa. Perché?

Ottima domanda, credo che tu sia andata dritta al punto! Come dico anche nel libro, mi ritenevo sostanzialmente “immeritevole”: in un ambiente che mi spingeva a giudicare tutto in base ai miei risultati professionali, dato che questi “non erano mai abbastanza”, io non “meritavo” niente, né l’amore, né il cibo, né il piacere di alcun genere. Diciamo che ero arrivata, forse per difesa verso una situazione di disagio, a valutare tutto in maniera “matematica”: se ho successo ho un premio, altrimenti niente, uscendo dall’ottica in cui si vuole (o non si vuole) bene ad una persona al di là dei suoi alti e bassi. Fortunatamente, come dici tu, i familiari non mi hanno mai fatto mancare il loro amore per quanto io non lo cogliessi (e anzi lo rifiutassi): il che è stato fondamentale nel risollevarmi dopo, quando l’ho “ritrovato”.

Si inizia a mangiare meno e a perdere peso con molta facilità, pensando di avere sempre tutto sotto controllo. In realtà, la discesa verso il basso è semplicissima, ma ardua la risalita. Quali sono i segnali di un punto di quasi non ritorno?

Io ho identificato il momento in cui, come dico nell’introduzione, ho festeggiato con mio fratello il raggiungimento dei 51 kg: a quel punto non mi interessava più quanto pesavo (tanto è vero che ad un certo punto ho anche smesso di pesarmi), ma solo mangiare il meno possibile. Anche il fatto di non badare più all’aspetto fisico è un segnale: certo che mi vedevo scheletrica e deperita e non era certo una bella immagine, ma non facevo assolutamente nulla per rimediare (anzi: chi mai si vestiva bene, si pettinava con cura o si truccava? Tanto “non era importante”, è “solo il fisico”). Credo che il segnale principale sia questa sorta di “disconnessione” dalla realtà e da un obiettivo, perché non è più come in una dieta, in cui al raggiungimento del peso desiderato ci si ferma: qui un obiettivo non c’è più, è un andare avanti per inerzia.

La dieta a base di insalate scondite e insapori sono state una mortificazione prolungata per il tuo corpo e per la tua mente. Hai descritto questo aspetto con disarmante lucidità. Quanto è stato importante, nel corso degli anni, sfruttare i momenti di presa di coscienza per farti aiutare?

Diciamo che è da una lenta presa di coscienza di cose che in realtà avevo sempre saputo che tutto è partito: prima dall’ammettere a me stessa che non volevo vivere e lavorare così, poi nel “far pace” con me stessa e con i miei limiti e con i dissidi che si erano creati con la mia famiglia, e da ultimo ammettere che non si mangia o si beve solo per saziarsi (o per ubriacarsi) ma per stare insieme, per conoscere persone, popoli e culture, per provare piacere e per “elevare” anche lo spirito (che io avevo sempre separato dal corpo). È cominciato tutto con piccole occasioni, come le cene o le birre insieme ad Enrico; e poi è felicemente proseguito anche sul lavoro, da quando ho iniziato con il blog.

Senza rivelare troppo della tua storia, ma assicurando ai lettori un lieto fine, ci dici, lasciando oramai fuori il senso del disgusto, quali sono i tuoi cinque cibi preferiti?

Sono una grande appassionata di pesce (di ogni genere!), su tutti il salmone; Enrico osserva oltretutto che “la birra è un alimento”, per cui anche quella potrebbe contare. Sono anche molto golosa, quindi aggiungerei la torta di mele (spettacolare quella con le mele passate nella birra, per l’appunto) e il birramisù (evoluzione del tiramisù, però con i savoiardi inzuppati nella birra); e, tornando al salato, in realtà sono pure golosa di pizza, per quanto al momento non la digerisca. Se invece preferivi sapere i cinque piatti più buoni che mi sia mai capitato di assaggiare….direi: tartare di salmone nella birra blanche, trancio di tonno alla birra scura e pinoli, pizzoccheri ai gamberoni, carciofi e birra chiara, fianchetti di manzo ai funghi e birra scura, e paté d’anatra in polvere di caffè e gelatina di stout!

Pensando ad uno scrittore franco-rumeno, Emil M. Cioran, che diceva che per lui scrivere ha sempre avuto un carattere liberatorio, possiamo pensare che anche nel tuo caso sia andata così? Ti senti più libera?

Sì, decisamente: di tante cose ho preso coscienza soltanto scrivendo, e rileggere il libro è servito prima di tutto a me. Più volte mi sono detta: ma davvero questa cosa l’ho scritta io? E ammetto che ancora adesso mi succede, e ogni volta è un passo avanti lungo quella “presa di coscienza” di cui parlavo prima.

Come vedi il tuo futuro di donna sposata e di scrittrice?

Beh, innanzitutto con un figlio spero. Ma più di tutto, come mi ha fatto osservare un amico, lo vedo come un percorso “fecondo”, ossia che “genera” cose belle sia sul lavoro che nella vita di coppia e verso chi ci sta attorno. Per cui è così che voglio vedere il mio futuro.

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