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Pillole d’arte: Paul Delvaux

AuroreL’aurora è un dipinto del belga Paul Delvaux (1897-1994) realizzato nel luglio 1937, oggi esposto a Venezia presso la Collezione Peggy Guggenheim.

Un paesaggio di reminiscenza antica, prospetticamente distorto e abitato da elementi statici, e in primo piano quattro formose figure femminili, silenziose e introspettive, che hanno la parte inferiore del corpo costituita da un tronco d’albero rugoso e radicato nel terreno. I loro gesti sono quasi teatrali, gli sguardi attoniti e fissi, la posa immobile e le braccia come raggelate, a dominare un mondo in cui uomini inquieti passano senza disturbare.

La donna è una presenza continua nella poetica del surrealista Delvaux, ossessiva, bella, verginale e al tempo stesso demonicamente possessiva.

Altrettanto ricorrente è il tema della “metamorfosi”: “Contro il mondo della scienza, lei, la donna, afferma la sua appartenenza al mondo della natura: donna-fiore, donna-edera, donna-albero, lei fa risuscitare i miti di Dafne e di Elena-Dentritis. Lei è la fonte della metamorfosi e comanda gli elementi”, testimoniò l’artista.

“Nel mio quadro non ho voluto impiegare delle reminiscenze dell’antichità, né Ovidio né altri. Per me queste donne-albero sono l’interpretazione di un’idea e di una pratica surrealista a cui ero molto sensibile in quel momento. Era una trovata della mia immaginazione”.

Nel mistero del quadro c’è qualcosa d’incantato: ogni soggetto, le donne-albero immobili, gli archi rivestiti di piante, le ombre lunghe e inquietanti, la lunga prospettiva e lo specchio in cui è riflesso un seno femminile, creano nel loro insieme un’atmosfera allucinata che si genera per la contraddizione tra la stranezza delle presenze e il realismo rappresentativo.

Verso il fondo della composizione compare la figura poco delineata di un uomo borghese col cappello in testa: questo personaggio ha la funzione di rafforzare quel senso di sospensione tra due livelli di realtà che il quadro comunica nel suo insieme. Alcuni critici hanno tentato un’identificazione dell’omino con l’artista stesso; Delvaux al contrario ha creato “questo piccolo buon uomo borghese e convenzionale per avere un contrasto insolito con le mie donne nude, con le creature dei miei sogni. Una realtà banale in mezzo a una realtà poetica”.

La quinta presenza è lo specchio poggiato sull’ara, in cui si concretizza il concetto del reale e dell’irreale, il fisico e l’immaginario, il banale e il poetico (si compendiano, si cristallizzano in unità); l’immagine riflessa, un seno femminile e una parte di torso, si colloca al di fuori del campo della tela, è una presenza invisibile misteriosamente evocata ma non spiegata. Si tratta di un altro essere ibrido forse identico agli altri quattro, che trovandosi in uno spazio indeterminato, genera non solo lo stupore, ma anche una sensazione di ambiguità nel momento in cui esso potrebbe rappresentare noi stessi, gli osservatori, che alla stregua dei muti personaggi rappresentati subiamo un mitico processo d’ibridazione diventando così tutti di sesso femminile e nudi; di conseguenza, siamo allo stesso tempo riguardanti e osservati.

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