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Uccido per (il)legittima difesa

La morte di Gjergi Gjonj riaccende i fari sulla relatività della legittima difesa, che torna a far parlare media e popolazione in chiave fortemente politicizzata

Gjergi Gjonj ha ventidue anni e non si può certo definire un bravo ragazzo. Viene dall’Albania, ha numerosi precedenti penali ed è già stato espulso dall’Italia tre anni fa. Nella notte tra il 19 e il 20 ottobre, insieme ad altri tre complici, decide di introdursi nella casa in cui vive Francesco Sicignano, pensionato, a Vaprio D’Adda. Gjergi si toglie le scarpe, indossa dei calzini sulle mani per non lasciare impronte digitali, prende una torcia e si introduce nella casa. Poco dopo i vicini sentono uno sparo, seguito poi da altri quattro, e Sicignano che grida “Bastardi” dalla finestra della sua abitazione. I complici fuggono, Gjergi no: lui è steso a terra sulle scale con un proiettile nel cuore (link al fatto accaduto).

Sicignano racconta di aver visto il ladro nella sua cucina e che, una volta scoperto, invece di fuggire, gli era corso incontro come per aggredirlo. Da lì il colpo mortale.

Ma la Procura di Milano non ci sta, troppe cose non quadrano e gli esami balistici inducono a pensare che il pensionato abbia freddato il ladro sulle scale, non in casa, e che abbia decisamente atteso che fosse ad una buona distanza di tiro. Eccesso colposo in legittima difesa o omicidio volontario?

(Il)legittima difesa

Qui, come al solito, entra in gioco la politica. La destra nazionalpopolare, che tanto ama ribadire quanto siamo minacciati dagli extracomunitari, corre a difendere il pensionato, abbandonato dalle forze dell’ordine e costretto a farsi giustizia da solo. Salvini, immancabile in questi casi, twitta: «Che doveva fare il pensionato, offrire caffè e biscotti? Quel pensionato ha difeso la sua famiglia, e ha fatto bene!». Offrigli caffè e biscotti magari no, ma nemmeno appostarsi come un cecchino ed ammazzarlo a sangue freddo sembra un comportamento adatto al caso. Renzi invita a non farne un eroe, ma ormai è tardi, c’è già una nutrita folla sotto il balcone della famiglia Sicignano, che manifesta la propria ammirazione e la propria solidarietà. In tanti, in tantissimi, scrivono sui social «io avrei fatto lo stesso». Chissà se sono le stesse persone che, qualche mese fa, erano indignate dalla leggerezza della pena nei confronti di Oskar Pistorius, il campione paraolimpico che uccise la propria fidanzata perché l’aveva scambiata per un ladro. In quel caso la vittima non era un ladro albanese ma una bellissima modella e la bilancia dello sdegno pendeva diversamente.

Cosa succederà se si arriverà ad un processo? Dal punto di vista giuridico, dopo la modifica del 2006 all’articolo 52 del codice penale, si può ricorrere all’uso di un’arma legalmente detenuta per difendere l’altrui o la propria incolumità e i beni propri o altrui e non è punibile chi si autotutela nel caso in cui la minaccia sia concreta, attuale (diventa quindi reato sparare ad un aggressore in fuga) e soprattutto la difesa deve essere proporzionale all’offesa. Quindi nel caso di Sicigliano, se si fosse appostato per colpire il ladro disarmato a distanza favorevole, non si tratterebbe più di legittima difesa.

Si parlerà ancora a lungo di questa storia perché le polemiche, come al solito, non si placano mai, specialmente in una situazione come questa, in cui è facile far leva sulle paure delle persone. Anche se l’Italia non diventerà mai un Paese come gli Stati Uniti, in cui la legittima difesa è un’ossessione e quasi chiunque possiede un’arma, certi politici trarranno sempre vantaggio da queste vicende di cronaca per alimentare un’inutile ed esasperante xenofobia.

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