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Rimpiango Beckham

images (1)È maggio, e come ogni anno di questo periodo, prima della primavera finisce il campionato di calcio, più o meno in sincronia in tutte le nazioni dell’Europa occidentale, vera culla di questo gioco. Tra i verdetti delle classifiche, gli ultimi dibattiti da bar e gli sfottò che solo riposano qualche settimana, gli amanti del calcio, tutti gli sportivi si ritrovano spesso a dover salutare un loro beniamino, un calciatore che come si suol dire “appende gli scarpini al chiodo”. Così, quest’anno, è stato il turno di David Beckham, che il 18 maggio, ha giocato la sua ultima partita a 38 anni sul terreno verde, per l’occasione il Parco dei Principi di Parigi, casa appunto del Paris Saint Germain, neo-campione di Francia. Del calcio si può dire tutto, ed il contrario di tutto: spesso è quello che accade nel dialogo più semplice a riguardo. Stupidità manifesta dei diretti interessati, sopra e sotto il campo, e presa di distanza dal sistema entertainment e consumistico, che di fatto lo circonda, contro la ritualità dell’immancabile domenica pomeriggio, sul divano o allo stadio. images (2)Tutto lecito, senza dubbio, specie però se considerato che oggi il calcio è uno dei più grandi fenomeni di massa (uno sfegatato tifoso bolognese come Pasolini lo paragonò alla funzione del teatro, ormai persa, come “l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”), il più seguito degli sport, plasma l’immaginario di moltissimi, non solo tra ragazzi e ragazze. Criticabile dunque, ma non rimandabile al mittente: necessario diventa parlarne con coscienza, attenzione, moderazione, oserei cultura. Poiché tutto ciò che accade, avviene tramite esempi, i calciatori-protagonisti, che raramente ri-conoscono questa loro importante presentazione, inevitabilmente dal valore pubblico.
È per questo, che diventa necessario anche parlare dell’addio al calcio di una figura come Beckham. I maggiori ricordi che abbiamo di lui sono magari di una sfilata (con la moglie, unica che ha avuto, l’ex Spice Girl Victoria), o delle sue mutande in mega vista su una nota pubblicità, sicuramente del suo viso angelico, sempre alla moda, quasi esageratamente perfetto in un ambiente bruto come quello degli spogliatoi, rubato si direbbe ad Hollywood. Ricordiamo quindi la sua immagine superficiale, la sua invidiata bellezza, ed è parte del suo successo, con il quale ha rimpinzato le casse di molti sponsor e ripagato le ‘aziende’ calcistiche, questo probabilmente sono anche state le sue squadre d’appartenenza. Ma non solo, sono state le maggiori piazze calcistiche degli ultimi venti anni (Manchester United, Real Madrid, Milan, ed ora a Parigi, dopo le parentesi americane nel Los Angeles Galaxy), e non è uno scherzo riuscire diligentemente nell’impresa di fare sempre un bella figura anche in campo, dove senti probabilmente solo il fiato sul collo, l’energia emessa dai tifosi, i loro canti o i loro fischi (piccoli dettagli che chi ha solcato anche pochi metri di quell’erba, o terra a volte, può capire). E così, è necessario e giusto ricordarlo come uno dei piedi destri più sensibili apparsi in quel mondo, che disegnava parabole perfette con il pallone (mentre il suo braccio sinistro roteava nel gesto del tiro, come a distrarre l’avversario, nel 818974_JQZHIN88ZULGZDQCPDLFN32D1RYZ7Y_20-foto-7-giorni-famiglia-beckham-natale_H145759_Lsuo tipico movimento), dritte sotto il sette, passaggi precisi al millimetro, e come un giocatore intelligente (anche se ha letto un solo libro, durante una trasferta lontana, ha confessato) che si è messo spesso a disposizione della squadra, conscio forse del sopraggiungere di limiti fisici, e così l’abbiamo ritrovato mediano, o addirittura fuori rosa (con mister Capello, nella nazionale inglese, di cui fu capitano e giocatore con maggior numero di presenze), fino agli ultimi trasferimenti a titolo gratuito. Ma non ha mai alzato polveroni, cibo per avvoltoi giornalistici (come sono i media british), silenzioso. Come uno che di un gioco ha fatto arte, appagando il piacere di un tifoso sincero.
Che poi è un miliardario, ambasciatore Unicef, che ha solcato molti red carpet, che sono scelte di vita basate sull’immagine, e comunque poco limpide ai veramente bisognosi, se ne può parlare, discutere, ma sempre torniamo al punto di cui sopra: il giovanissimo che compra la maglia numero 7 con scritto David non lo può sapere, oggi come domani. Lo vuole soltanto emulare. Ed in questo calcio, metafora (non solo linguistica) della politica, in cui emerge il leader e non la squadra, e sotto stretto controllo da subdoli interessi economici, tra la tanta volgarità e poca attenzione sociale, David Bechkam era e rimarrà un signorile, elegante personaggio a cui si può solo imputare di aver scelto una vita da élite.
E se anni fa lo “sognavamo” (celebre il film del 2008 di Gurinder Chadha “Sognando Bechkam”), forse chissà, tra qualche anno lo rimpiangeremo, come già facciamo per chi ha sancito la fine di una generazione negli anni appena conclusi, suoi illustri colleghi.

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