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L’attentatore della maratona di Boston condannato a morte

17 capi d’accusa per Dzhokhar Tsarnaev che sarà ucciso tramite iniezione letale

Il 13 maggio scorso Dzhokhar Tsarnaev, il ragazzo ceceno responsabile dell’attacco terroristico alla maratona di Boston nel 2013 (guarda il video), è stato ritenuto colpevole di 17 capi d’accusa e perciò condannato a morte tramite iniezione letale. Suo fratello Tamerlan, complice dell’attentato, venne ucciso quattro giorni dopo il fatto durante uno scontro a fuoco con la polizia mentre cercava di fuggire.

Dzhokhar Tsarnaev

Due colpevoli, due morti.

La corte federale di Boston ha stilato un verdetto accusatorio lungo ben 24 pagine, davanti al quale la difesa ha potuto fare ben poco: a nulla è valso il fatto che il ragazzo fosse incensurato, che all’epoca dell’attentato avesse solo diciannove anni e che molto probabilmente era stato influenzato dal fratello maggiore, fanatico musulmano. Niente da fare, nemmeno le lacrime ed il perdono dei genitori del piccolo Martin Richard, il bambino di 8 anni dilaniato dalle bombe di Tsarnaev o le centinaia di appelli virtuali che invocavano una pena più lieve hanno mitigato la sete di giustizia della corte. La premeditazione, l’efferatezza, il voler colpire un evento sportivo storico ed importante come la maratona di Boston sono stati motivi sufficienti per decidere di togliere la vita a Dzhokhar Tsarnaev. «Questa non è giustizia» è stato il commento di Amnesty Usa «Condanniamo l’attentato e piangiamo per le vittime. La pena di morte però non è giustizia. Alimenta la violenza e non impedisce che altri commettano crimini simili in futuro». Amnesty International ha inoltre protestato anche per il fatto che il governo federale abbia imposto come condanna la pena di morte, scavalcando lo stato del Massachusetts che invece l’ha abolita. Nell’arringa finale dell’accusa, l’avvocato Steve Mellin aveva dichiarato che «L’imputato merita la pena di morte non perché è violento, ma perché è crudele. Per la sua volontà di distruggere la vita di altre persone per un’idea». Parole che pesano, che andrebbero ben interpretate, perché in fondo la corte federale sta facendo la stessa cosa, sta distruggendo la vita di una persona per un’idea o meglio per un ideale di giustizia vecchio di migliaia di anni. Quello che una volta si chiamava “occhio per occhio”: quando viene applicato in Cina o in Nord Corea viene definito la vergogna dell’umanità, quando invece si tratta del cuore della cultura degli Stati Uniti, si chiama giustizia.

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