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La Cina concede il secondo figlio

Dopo quarant’anni, la Cina interrompe il tabù del figlio unico. Questioni puramente economiche hanno influenzato questa nuova scelta che pone fine a uccisioni – principalmente – di bambine e ad aborti forzati

Dopo quasi quarant’anni, in Cina si è capito che continuare ad uccidere bambine o praticare aborti forzati non è la soluzione per far crescere economicamente il paese. È di qualche settimana fa, infatti, la notizia che finalmente è stata abrogata la legge che consente di avere due figli per nucleo familiare.

Dal 1979 in poi, visto il vertiginoso incremento demografico del primo decennio maoista, la Cina era corsa ai ripari varando una serie di leggi per controllare le nascite, ricorrendo spesso a sistemi a dir poco disumani. Nonostante lo Stato abbia favorito la diffusione di contraccettivi e facilitato le pratiche per l’aborto, moltissime neonate, soprattutto nelle zone rurali, vengono uccise appena nate o vendute dai loro stessi genitori. E chi si rifiuta di abortire e non può pagare la multa (pari a circa due annualità del proprio stipendio) può incorrere nel licenziamento, nella perdita della propria abitazione e nella sterilizzazione forzata.

Anche se riescono a sfuggire agli addetti al controllo delle nascite, i secondi figli hanno poco da rallegrarsi, perché li attende una vita da fantasmi, senza istruzione e senza cure mediche. Sono chiamati “mei ming”, che significa senza nome. Al contrario di quanto avevano previsto nel 1979, tutta questa crudele repressione, pensata per favorire il benessere della popolazione e garantire le giuste risorse a ciascuno, ha invece fatto regredire di molto la nazione, soprattutto a livello economico; meno persone significa meno lavoratori, meno compratori, meno soldi. E guardando in prospettiva c’è solo da preoccuparsi, perché uccidendo per decenni le bambine o quantomeno impedendone la nascita, entro il 2020 in Cina ci saranno circa 24 milioni di scapoli che non potranno sposarsi perché non ci saranno abbastanza donne per loro. Ecco spiegato il cambio di rotta della Repubblica Popolare, le motivazioni sono puramente economiche, perché si sa che sono le statistiche a far paura ai politici, non certo le persone che soffrono o le bambine che muoiono.

Dieci anni fa partii per la Cina con la speranza di imparare un po’ della lingua e di conoscerne meglio la cultura. La storia del figlio unico mi incuriosiva da morire, così un giorno interrogai la nostra guida, che era una ragazza di Pechino e parlava perfettamente inglese. Alla mia domanda si incupì e mi spiegò che lei non era contraria alla legge, perché così i genitori non fanno mancare nulla ai propri bambini. Ma nel suo caso, aggiunse, poteva anche rivelarsi molto ingiusta. Lei infatti aveva un figlio di due anni che, testuali parole, le aveva rovinato la vita. Nessun uomo, infatti, avrebbe mai voluto intraprendere una relazione o sposarsi con lei, perché così non avrebbe potuto avere un figlio suo, avendone lei già uno. E vivere da nubile, in una società ancora fortemete sessista come quella cinese, era una vera condanna.

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