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Furio Camillo, una tragedia strumentalizzata

Furio Camillo: un’altra storia italiana in cui si sceglie di puntare il dito verso qualcuno, riducendolo a capro espiatorio, semplificando una situazione complessa. Ma le responsabilità sono altrove

Il caldo di Roma sta seccando i fiori davanti all’ingresso della stazione metro di Furio Camillo. Sono stati lasciati lì insieme a giocattoli, pelouche e bigliettini di cordoglio per il piccolo Marco, morto giovedì scorso a causa di una disgraziata serie di coincidenze.

Furio Camillo

C’è un’estate caldissima nella capitale ancora piena di gente. C’è una fermata metro che è sempre trafficata e che spesso risente di guasti. C’è un’azienda, l’Atac, che ha carenze di personale e lacune nella gestione. C’è un ascensore che si blocca, con delle persone dentro. Ci sono alcuni uomini, tra il personale della stazione, che senza un’autorizzazione specifica decidono di intervenire e liberare le persone nell’ascensore. C’è un uomo che allinea parallelamente a quello fermo un altro ascensore e ne rimuove i pannelli per permettere alla gente di salirci. E c’è però un’intercapedine di quasi mezzo metro tra i due elevatori. C’è un bambino, di circa cinque anni, che sentendo il panico intorno a sé non vede l’ora di uscire da quel luogo angusto ed appena vede l’uomo dall’altra parte, si precipita nella sua direzione. C’è un volo di oltre dieci metri, nella tromba dell’ascensore, poi la tragedia.

Questi sono attimi infiniti, manciate di minuti che resteranno impressi per sempre nella vita delle persone coinvolte, della mamma di Marco, dei vigili del fuoco, di quelle persone che stavano cercando di salvarli. È stata aperta un’inchiesta per omicidio colposo nei confronti dei soccorritori dell’ascensore, di coloro che sono intervenuti senza avere le competenze adatte e che speravano di porre fine rapidamente a quella situazione così difficile. Secondo alcuni giornali, però, l’assassino è un altro: nientemeno che il sindaco Marino. Chi se non lui è il responsabile del degrado in cui versano i mezzi pubblici della capitale? Chi se non lui avrebbe dovuto occuparsi della stazione metro di Furio Camillo, sempre vittima di guasti e malfunzionamenti? Non esistono dirigenti Atac, non esistono assessori alla mobilità, non esiste nessuno quando si tratta di incolpare il primo cittadino di Roma. Lui è il capro espiatorio perfetto. Ed ecco che Libero ha titolato “La metro di Marino uccide un bimbo”, fulgido esempio di giornalismo obiettivo.

Farci due domande su chi ha ridotto così l’Atac riempiendola di raccomandati o chi ha preso tangenti per anni riducendo le opere di piccola manutenzione basterebbe in pochi secondi a far crollare accuse tanto assurde, ma è così comodo puntare il dito su qualcuno, e Marino si presta bene alla gogna. Di colpe ne ha tante, il primo sindaco d’Italia, non è certo un encomio quello che vogliamo scrivere qui. Tuttavia si dovrebbe essere un po’ più obiettivi, guardando ad una tragedia come quella della metro di Furio Camillo, e cominciare a parlare di fatalità, di una disgraziata serie di coincidenze.

Fotografie di Daniele Pace

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