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Aylan Kurdi: la guerra in una foto

Sono stati tanti, innumerevoli i casi in cui una fotografia è entrata per sempre nella mente delle persone, cambiando la storia. Uno scatto che vale più di centinaia di parole, che descrive completamente un momento, un fenomeno, una situazione. La morte di Aylan Kurdi è una di queste fotografie

Qualche anno fa era molto più difficile per una fotografia fare il giro del mondo, con i mezzi limitati della stampa; ora che abbiamo internet il mondo è diventato più piccolo ed anche le immagini si diffondono ovunque a velocità istantanea.

Dopo mesi in cui tutto il mondo, in particolar modo l’Europa, chiude gli occhi di fronte alla situazione in Siria ed alle centinaia di persone che muoiono ogni giorno, all’improvviso una foto pare risvegliare dal torpore, diventando uno schiaffo in pieno viso. I migranti, i clandestini, i numeri che ogni giorno vengono elencati nei telegiornali, sono persone. Spesso sono bambini. Che muoiono, come Aylan.

Quando David Cameron si rifiuta di ospitare nel Regno Unito i migranti provenienti dalla Siria o quando Angela Merkel dichiara di non poter far gravare sul suo paese altri rifugiati, dovrebbero pensare un attimo a quella fotografia.

Se un uomo si trova in una casa che va a fuoco, per salvarsi cerca qualsiasi via di fuga. Può provare addirittura a fare un tentativo pericolosissimo, se intravede la minima possibilità di scamparla. Altrettanto fanno coloro che si imbarcano in questi viaggi della morte, che affrontano il mare senza provviste, che viaggiano schiacciati dentro un camion per centinaia di chilometri. Costoro accettano l’eventualità di non farcela, pur di non restare nella propria terra a morire.

Aprite gli occhi, adesso: guardate quel corpicino con il viso immerso nella sabbia, bagnato dal mare. Lo stesso mare che dovrebbe essere un luogo felice per un bambino, non la sua tomba. Ricordatevi di lui ogni volta che sentirete di un barcone con 700 persone trovato alla deriva o di un camion frigorifero carico di persone morte soffocate, perché spesso ci si dimentica che si tratta di persone, di vite. Aylan non è stato ucciso dalla guerra, è stato ucciso dall’indifferenza di chi l’ha permessa.

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