Articolo

Social network, app e chat: dalla sindrome da ultimo accesso agli “attacchi di emoticons”

“Ultimo accesso alle ore 4:09”. Chi di noi non è mai stato messo in crisi da un’informazione come questa, apparsa sul telefono del proprio partner che ci aveva riaccompagnati a casa tre ore prima? Quelle semplici, insignificanti cifre proprio sotto il suo nome sono in grado di accendere le più furiose discussioni, i più funesti litigi, di minare la serenità di una tranquilla giornata, insomma, di scatenare un vero putiferio.

Per non parlare del visualizzato su Facebook. Una volta comparsa quella malefica scritta comincia il conto delle ore, dei minuti (a seconda dell’importanza che riveste la risposta).

“È online e non mi ha scritto, mentre ha avuto tutto il tempo di commentare la foto di quella!”.

Quante volte ci è capitato di trasformarci, quasi inconsapevolmente, in detective degni di competere con Sherlock Holmes, per carpire i profondi segreti che si celano dietro il comportamento di un individuo sul social network di turno?

Senza dubbio questi nuovi mezzi di comunicazione hanno alterato profondamente il nostro modo di relazionarci con gli altri. Se da una parte essi hanno offerto nuove, interessanti possibilità – contattare persone lontane senza spendere una fortuna, interagire simultaneamente con un gran numero di soggetti, condividere esperienze, informazioni, notizie praticamente con chiunque in qualunque zona del mondo – dall’altra hanno anche aggiunto una discreta quantità di ansia alle nostre vite. Spesso, infatti,  si manifesta una vera e propria dipendenza nei confronti di questi dispositivi, lo smartphone diventa un prolungamento naturale della nostra mano e sembra quasi che niente abbia effettivamente avuto luogo se non lo si immortala con un bel selfie da postare subito sul proprio profilo.

Qual è il modo giusto di rapportarsi a queste nuove tecnologie che inesorabilmente hanno scombussolato le nostre abitudini? Come in ogni altro ambito non c’è una ricetta infallibile che vada bene per tutti allo stesso modo. Tuttavia, per utilizzare in maniera corretta questi device non dobbiamo mai perdere di vista ciò che essi realmente sono, ossia dei semplici strumenti che per nessuna ragione devono prendere il sopravvento sul nostro equilibrio e sulla nostra serenità. È necessario manifestare un certo distacco da questo universo senza il quale spesso ci sembra difficile concepirci, ripristinare un sistema comunicativo più autentico, in grado di restituire il giusto valore alle relazioni tra individui, alle singole parole scambiate in una conversazione. L’abitudine di costruire interi messaggi basandoci quasi esclusivamente su faccine e altri simboli sta conducendo ad un tipo di scambio sempre più elementare e privo di valore, foriero di fraintendimenti, banale, scevro di contenuti. Fare uso delle emoticons nella composizione di un testo è sicuramente un espediente che dona simpatia allo stesso ma contemporaneamente lo appiattisce, lo spersonalizza.

Nella sua suggestiva opera Manuale del guerriero della luce, Paulo Coelho afferma:

«Possiamo avere tutti i mezzi di comunicazione del mondo, ma niente, assolutamente niente, sostituisce lo sguardo dell’essere umano».

È esattamente questo lo spazio che dovremmo sforzarci di riscoprire, quello reale e più vero, che da naturale cornice delle nostre esistenze ha finito per occuparne una porzione sempre più ristretta. Le varie applicazioni che utilizziamo di certo continueranno a far parte della nostra quotidianità, ma considerandole come accessori e non come il fulcro del nostro sistema di rapporti non ne saremo dipendenti e ci riapproprieremo di quella dimensione relazionale  più sincera a preziosa che troppo spesso viene nascosta dietro il display di un cellulare.

blog comments powered by Disqus