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Sbagliarsi non è sbagliato

Commettere buoni errori non è facile

Fin dalle scuole elementari ci è stato insegnato che per avere un buon voto si deve rispondere alle domande della maestra in modo corretto, e che, anche se il proverbio dice che sbagliando s’impara, se si traduce bene una versione di greco è meglio, si guadagna un bel 9 e si fa felici la professoressa.

Questo perché è norma comune pensare che l’errore sia assenza di conoscenza e che o si ha conoscenza o si ha errore, perciò se si ha conoscenza non si ha errore.

Quando si sbaglia spesso l’errore viene anche visto come una cattiva applicazione della nostra conoscenza e in particolare nell’aver formulato un giudizio in mancanza di conoscenza sufficiente.

Ma l’errore è davvero eterogeneo alla conoscenza? L’errore, è sempre negativo?

Se ci mettessimo a discutere con Aristotele probabilmente ci darebbe torto sostenendo che l’errore è non conoscenza perché «tutti errano intorno alle cose che non conoscono». Per Aristotele però conoscere una cosa significa conoscerne l’essenza, e se ne conosce l’essenza quando la si afferra con l’intuizione e la si enuncia, perciò l’intelletto «se enuncia ciò che una cosa è secondo l’essenza, è nel vero». Dunque, secondo Aristotele, sbagliare sull’essenza di una cosa è impossibile. L’errore riguarda solo ciò che non fa parte dell’essenza, ovvero quelli che lui chiama accidenti, come per esempio riguardo alla percezione, nel caso della questione «se il bianco sia questa o quell’altra cosa». In questo caso è possibile ingannarsi.

Nel caso non fossimo abbastanza preoccupati dal fatto che un personaggio del calibro di Aristotele non ci dia ragione, e volessimo cercare conferme da studiosi di una letteratura più recente, rimarremmo purtroppo nuovamente delusi dal momento che anche Kant, per esempio, non sarebbe d’accordo con noi, ma per motivi diversi.

Kant infatti dice che «l’errore è un vitium del giudizio», ovvero consiste nel considerare vero un giudizio falso. Perciò «una conoscenza falsa e un errore sono due cose differenti. Se propongo ed esamino un giudizio falso, non si tratta ancora di un errore: l’errore è il tener per vero una falsità». E allora nessun errore è inevitabile perché semplicemente uno dovrebbe cercare di «non giudicare di cose che non capisce affatto». Al contrario dell’ignoranza che non si basa sempre sulla nostra volontà, ma spesso si basa sui limiti della nostra natura e perciò a volte può essere inevitabile, «nel caso dell’errore la colpa è sempre nostra, in quanto non abbiamo la dovuta cautela nell’azzardare un giudizio laddove non abbiamo conoscenza sufficiente». Perciò per Kant «la condizione di chi erra è peggiore di quella di chi non sa, perché l’errore impedisce l’ingresso della verità».

A questo punto, dal momento che anche Kant ci contraddice dovremmo essere totalmente demoralizzati. Eppure, nonostante ciò possiamo dire di avere ancora qualche asso nella manica per cui esitare a dichiararci sconfitti.

Considerare infatti l’errore come assenza di conoscenza, come fa Aristotele, si applica soltanto alla scienza essenzialistica aristotelica per cui conoscere una cosa vuol dire conoscerne l’essenza, rispetto alla quale non si può sbagliare, per cui l’errore è mancanza di conoscenza. Nella nostra scienza moderna però, questo concetto non si applica perché nella scienza moderna conoscere qualcosa significa solo conoscerne alcune affezioni e l’errore ci dice che un’ipotesi che abbiamo scelto è inadeguata per risolvere il nostro problema, dunque ci dà conoscenza e può aiutarci a formulare una nuova ipotesi migliore.

Anche considerare l’errore come cattiva applicazione della nostra conoscenza – come dice Kant –  in realtà trascura che la conoscenza e l’errore hanno la stessa origine. Entrambi infatti nascono dal formulare un’ipotesi per la soluzione di un problema e, se questa è plausibile, cioè compatibile con i dati esistenti, ci dà conoscenza, altrimenti ci dà errore. Come giustamente dice il fisico e filosofo Ernst Mach: «conoscenza ed errore discendono dalle stesse fonti psichiche, solo il risultato permette di distinguerli».

Inoltre, sostenere che l’errore è il risultato della formulazione di un giudizio in mancanza di conoscenza sufficiente significa trascurare che le ipotesi vengono sempre formulate sulla base di conoscenza insufficiente. Quando infatti vogliamo risolvere un problema, la formulazione di  un’ipotesi ci serve per ottenere conoscenze che vanno al di là dei dati esistenti e perciò, per loro stessa natura, sono introdotte in mancanza di conoscenza sufficiente.

L’errore quindi non è sempre negativo, ma anzi può produrre nuova conoscenza, perché l’analisi delle cause di quest’ultimo può dare utili indicazioni per formulare nuove ipotesi che possono portarci a nuova conoscenza.

La nostra battaglia contro Aristotele e Kant quindi se non ci ha visti vincitori, almeno non ci ha sconfitti del tutto, e se volessimo cercare alleati in una letteratura ancora più recente potremmo rifarci alle parole del matematico giapponese Goro Shimura che diceva del suo collega Taniyama: «Era dotato della speciale capacità di commettere molti errori, per lo più nella giusta direzione. Lo invidiavo per questo e cercai invano di imitarlo, ma scoprii che è molto difficile commettere buoni errori»


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