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Perfect Day

Oh, it’s such a perfect day
I’m glad I spent it with you.

Lou Reed

Illustrazione di Elisa Moi

Illustrazione di Elisa Moi

New York è come il tartufo: o la ami o la odi. Generalmente, quelli che dopo la prima visita nella grande mela si accorgono di amarla più di loro stessi vengono programmati per detestare qualsiasi altra città che non sia Manhattan.
Per questo motivo la mia visita a Washington inizia con uno spirito di sicuro rigetto. Il biglietto costa solo $26 e sono pronta all’eventualità di averli sprecati per vedere una città che non è New York e che per di più è molto diversa, quindi inevitabilmente meno bella.

1. Una città perfetta

Quattro ore di pullman spiaccicata contro il finestrino perché il mio vicino alto due metri si è preso tutto il minuscolo spazio vitale. Appena scendo alla stazione vedo una cupola in lontananza e mi prende un colpo. È la Casa Bianca? No, aspetta. La Casa Bianca non ha la cupola. Giusto? Prima di partire C. mi ha ricoperto di guide e volantini quindi li prendo e comincio a sfogliarli. Cammino, e inciampo contro gli americani vestiti di tutto punto. In fondo, siamo nella capitale degli Stati Uniti. Forse stavolta i miei occhi non verranno violentati alla vista dell’ennesima ciabatta con calzino di spugna. Mi sforzo di mantenere quello snobbismo culturale che contraddistingue il visitatore europeo, ma la verità è che capisco subito che Washington ha qualcosa di speciale. Non è solo una città stupenda, ma possiede un’atmosfera lucente. Persino gli Starbucks mi sembrano quasi carini.

2. Una notizia perfetta

La mia gita nella capitale procede tra odori, sensazioni, immagini fugaci. E in questo romanticismo ovviamente non puo’ mancare l’inevitabile momento in cui mi perdo. Cammino verso la Casa Bianca, e non la trovo. Ok, non ha la cupola. Pero’ è grossa. Com’è possibile che non la vedo? Mentre la cerco febbrilmente con la coda dell’occhio noto il famoso monumento a forma di obelisco. Mi ricorda subito la puntata dei Simpson in cui Lisa va a Washington. Sembra vicino, così sospendo temporaneamente la Casa Bianca e mi incammino. Dopo quasi un’ora e i piedi che sembrano due pagnotte finalmente arrivo. Mentre contemplo l’imponenza dell’obelisco mi rendo conto che potrebbe essere uno di quei luoghi testimoni di momenti importanti della vita: una proposta di matrimonio, un figlio in arrivo, la telefonata per un nuovo lavoro. E lo sperimento sulla mia pelle. Ricevo la notizia perfetta, attesa da mesi, ed è totalizzante. È uno di quegli istanti rivelatori che proviamo tutti almeno una volta nella vita in cui si realizza che le scelte che abbiamo fatto sono state giuste perché ci hanno permesso di conquistare quella felicità. Inizio quindi a saltellare goffamente, ma non troppo dato che non ho l’assicurazione sanitaria. Meglio stare calmi. Con la mente stordita e l’obelisco che mi saluta da lontano passo finalmente di fronte alla Casa Bianca e non riesco a non fermarmi. Ci sono tanti turisti, ma anche tanti americani che fissano oltre il cancello. Sguardi assorti, seri. Sono ammirati, o sono arrabbiati?

3. Una compagnia perfetta

Chinatown è sterminata. All’entrata c’è un enorme arco decorato con dragoni dai colori sgargianti. Le strade sono piene di gente e mi sento un po’ come Alice nel paese delle meraviglie.
D. e io ci siamo conosciuti sul treno. Dopo esserci fissati per due ore si è avvicinato e mi ha approcciato con disinvoltura. È il tipico americano: biondo, occhi blu, pelle chiarissima. Sorride alle mie battute sui suoi improbabili abbinamenti vestiari e mi prende per mano tutte le volte (tante) che giro per la strada sbagliata. Incassa bene anche il mio sarcasmo sulla sua laurea presa in un’università prestigiosa e mi prende in giro correggendo la mia pronuncia di “Richard Gere”. Ha due anni meno di me, ma fa una vita che potrebbe benissimo fare un adulto conclamato. Ha da poco avviato un’attività in proprio e guadagna mille dollari al mese. I suoi genitori vivono nella stessa città, ma lui vive da solo in una stanza talmente disordinata che sembra esserci scoppiata una bomba. Mi domando: quanti ragazzi avendo i genitori vicini farebbero la stessa scelta di D.? Se guadagnassero quanto guadagna D., sceglierebbero i disagi di un appartamento condiviso con dei coinquilini o resterebbero a casa con mamma e papà? Mentre sorseggiamo i nostri drink parliamo di tutto. Faccio fatica ad esprimermi in una lingua che non è la mia e D. sa dire a malapena qualche parola di italiano, tuttavia ogni volta che ci sorridiamo mi ricordo che l’intensità dello sguardo è un linguaggio universale.

La mattina dopo sono di nuovo sul pullman. Il paesaggio scorre di fronte ai miei occhi. Ho trascorso una giornata perfetta per puro caso, ma mi rendo conto che tutti noi possiamo invece esserne artefici. Non c’è bisogno di attraversare un oceano per avere la giornata perfetta, una notizia perfetta puo’ essere scovata nella quotidianità di una bella giornata e a volte i periodi migliori della vita iniziano con uno sguardo su un treno. Quindi, cari lettori, prendetevi un giorno tutto per voi, andate nel luogo che preferite, godete della bellezza di un cielo terso e condividete il vostro sorriso con una persona che vi fa fremere.

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