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Della solitudine e altri demoni

la-solitudine“Diario di uno scandalo” è un film del 2006. Diretto dal britannico Richard Eyre con Cate Blanchett. In poco più di un’ora e mezza affronta diversi temi. Una riflessione sui rapporti umani che tocca il tradimento, l’amore tra persone di età molto diversa, l’amicizia e soprattutto la solitudine. Quest’ultima, paura più o meno forte – e più o meno confessata – che finisce per colpire chiunque.

Da questo punto di vista il film nel complesso è consolatorio. Alla fine è l’anziana Barbara l’unico personaggio veramente solo. Una adescatrice, malvista sul posto di lavoro, odiata da chi comincia a conoscerla oltre la superficie di rispettabilità. È lei che finisce per programmare il suo weekend sapendo che l’unica uscita sarà quella per andare in lavanderia. Sarà lei che confessa di sentire la libidine mordere anche solo quando sfiora involontariamente la mano del controllore sull’autobus.

Ma come cantavano i Negrita, “qui non è Hollywood”. È davvero così nella vita reale? Basta essere gentili, sorridenti e disponibili verso il prossimo per non cadere preda del demone della solitudine? Domanda retorica ovviamente. E poi cos’è la solitudine? Si limita solo alla mancanza di un partner con cui soddisfare i bisogni sessuali? È la ricerca di una compagnia che riempi un weekend, rendendolo più eccitante del guardare una lavatrice in funzione?

La solitudine ha diverse sfumature. Può essere una sensazione momentanea. Un tarlo che rode lentamente fino a provocare un crollo solo all’apparenza improvviso. Può essere ricercata – come quella degli eremiti – può sfociare in complicazioni mentali preoccupanti.

È il camminare attraverso una città straniera. E realizzare che nessuno ti saluterà chiedendoti come vanno le cose perché praticamente nessuno ti conosce. È il passare davanti a luoghi che per te non hanno storia. Che sono del tutto anonimi come anonimi sono i posti di passaggio: non ci sei nato, non ci hai vissuto se non per un tempo troppo breve e non ci vivrai in futuro. È il bisogno – che rimarrà sospeso nella sua irrealizzabilità – di chiamare un amico che conosci da anni per prendere una birra e parlare per ore prima di accorgersi che non vi siete detti nulla.

Poi c’è la solitudine quando sei in compagnia. Situazione ossimorica solo all’apparenza. Una festa, un ricevimento, una cena, una qualsiasi altra occasione conviviale con persone con cui ti accorgi di non avere nulla in comune. Persone su cui comincia a scendere una patina di anonimato, di indifferenza, finanche di disturbo. Ed è una sensazione che può colpire anche in una serata come tante, con gli amici di una vita.

Infine, la solitudine che colpisce, e fa male, quando sei con la ragazza o il ragazzo che in quel momento ti accompagna nella vita. Il realizzare che quello che c’era si è ormai spento e il non poterne/volerne parlare. Il non voler chiudere una relazione per pigrizia, per paura del futuro, nella speranza che le cose possano cambiare. La solitudine di chi non può comunicare – mettere in comune – con la persona per cui adesso prova nella migliore delle ipotesi solo un pallido affetto.

Fonte dell’immagine: http://www.valtellinarte.it/galleria/della-sale-franco/

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