Articolo

“Andrà tutto bene”: come farsi contagiare dall’ottimismo americano

Illustrazione di Elisa Moi

Illustrazione di Elisa Moi

J. M., 41 anni, americano, professore di letteratura e lingua italiana al college. Alto, capigliatura folta, spalle larghe, uno sguardo intenso di chi che ne ha passate tante.

“Quando sono venuto in Italia ho scoperto che c’è un intero mondo là fuori, lontano dagli Stati Uniti”.
Una soleggiata giornata di settembre, un bicchiere di tè  freddo, il Duomo di Firenze che fa da sfondo e J. M. che  mi racconta la sua storia. Laureato in matematica con  un master in informatica, ha lavorato per anni come  ingegnere di software, un lavoro sicuro in linea con i  suoi studi, obiettivo che in Italia è da sempre stato  difficile raggiungere, ancora di più in questo periodo    storico.

 “È un lavoro che consiste nello stare davanti a un  computer tutto il giorno, a volte senza parlare con nessuno. Ero profondamente infelice.”

 Così a 33 anni J. M. fa una scelta azzardata: si licenzia e  inizia il dottorato in lingua e letteratura italiana. Il mio sguardo è perplesso, a quell’età non si è vecchi, ma neanche così giovani, e cambiare vita decidendo di imparare da zero una lingua difficile come l’italiano mi sembra una decisione quantomeno miope.

“C’era il rischio che saresti rimasto a spasso per tutta la vita”, gli dico. “Sì, certo. Ma le sicurezze nella vita sono un’illusoria consolazione” – mi risponde J. M. in un italiano impeccabile.

In Italia si respira giustamente un’aria pessimista dal momento che stiamo vivendo uno dei periodi economici peggiori della storia. E quest’americano si permette il lusso di cambiare vita solo perché infelice. È un motivo sufficiente per ricominciare da capo? Mentre J. M. parla e mi racconta delle sue peripezie mi rendo conto che è di sicuro stato fortunato. Ora infatti insegna in un ottimo college e ha un impiego che gli piace. Eppure il suo non è un posto fisso, come farà con la pensione, come potrà fare carriera se ha iniziato a lavorare così in tarda età? Non è preoccupato?

“Non troppo, andrà tutto bene”, mi risponde con un sorriso perfetto.

Risposta spiazzante. Non e’ affatto scontato che andrà tutto bene.

“Vero, tuttavia la maggior parte delle volte è cosi’”.

Strano, a me sembra esattamente il contrario. E come me, tantissime altre persone la penserebbero allo stesso modo. Tantissime altre persone oggi in Italia non lascerebbero mai un posto di lavoro sicuro perché in un momento come questo essere infelici non è una motivazione abbastanza valida. Le parole di J. M. quasi mi innervosiscono, il suo ottimismo mi sembra ingenuo, incosciente. Ma più continua a parlare e più capisco che la ragione di questo risiede in realtà in una punta di invidia. Invidia nei confronti di qualcuno che è riuscito a fare qualcosa di estremamente difficile, avventato se vogliamo, ma di sicuro notevole. Invidia nei confronti di una persona che ha guardato in faccia la possibilità del fallimento e si è preso la responsabilità di rischiare la sicurezza per l’incertezza di inseguire un sogno. Una scelta discutibile, ma che nonostante tutto ispira coraggio, perché ci vuole una gran determinazione nel voler essere ottimisti giorno dopo giorno.

“È stata dura, non lo nego. Ma ora sono felice.”

E io mi domando, quante persone possono dire lo stesso? Dopo aver salutato J. M., mentre mi incammino verso S. Maria Novella col mio zaino pesante mi rendo conto di sentirmi stranamente leggera. Una storia del genere ispira necessariamente un’irrazionale speranza che tutti ce la possiamo fare, che non è mai troppo tardi per inseguire i propri sogni e mentre aspetto il treno penso che vorrei condividere questa sensazione raggiante con il mondo intero. Ma dopo qualche minuto il mio cinismo ritorna a galla, e mi rendo conto di essermi fatta contagiare dal pericoloso ottimismo di J. M.. Accidenti.

blog comments powered by Disqus