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Amore dietro le sbarre: le donne che sposano i serial killer

Illustrazione di Elisa Moi

Richard Ramirez è un serial killer americano condannato a morte e in attesa di esecuzione nel braccio della morte della prigione californiana di San Quintino. Ramirez è stato giudicato colpevole di 13 omicidi, 5 tentati omicidi, 11 stupri e 14 rapine. È stato uno dei serial killer più attivi della storia.

Nonostante ciò, durante il suo processo, Ramirez ha scoperto di avere molte fans che gli scrivono lettere e vanno successivamente a fargli visita. Nel 1985 una giornalista freelance, Doreen Lioy, gli scrive ben 75 lettere. Tre anni dopo Ramirez le chiede di sposarla e la cerimonia avviene nel 1996 in prigione. Doreen ha dichiarato che nel momento in cui Ramirez subirà la sua esecuzione, lei si suiciderà.

Nonostante sposare un serial killer potrà sembrare assurdo a molte delle persone che stanno leggendo quest’articolo, il fenomeno delle cosiddette “killer groupies” è piuttosto comune. La domanda che viene da porsi è: come mai? Cosa c’è di attraente in un serial killer?

Molti studiosi hanno cercato di dare una risposta a questo interrogativo.

Secondo il portavoce di San Quintino, Eric Messick, “è la pubblicità che attira le persone”.

Jack Levin, criminologo direttore del Brudnick Center on Violence alla Northeastern University di Boston, sostiene che le persone “adorano lo status di celebrità.” Le donne che scrivono ai serial killer “sono le stesse che potrebbero avviare una corrispondenza con una rock star o con un artista rap.”

Quindi quello che sembra contare è il desiderio di sposare un uomo famoso. C’è il fattore pericolo, ma anche il fattore sicurezza: in caso le cose si mettano male, la moglie puo’ sempre scegliere di andarsene.

Rick Harperin, professore di storia alla  Southern Methodist University e presidente della coalizione per l’abolizione della pena di morte in Texas, dice che le donne che sposano un serial killer “si sentono molto coinvolte dal loro caso, e credono senza ombra di dubbio che il loro uomo sia innocente.”

Messick sostiene che “il 99 per cento delle lettere rivolte ai condannati proviene da donne.” Non sembra esserci un fenomeno simile per le donne incarcerate in attesa di esecuzione. Nessuna delle 15 donne nel braccio della morte a Chowchilla si è sposata in prigione.

Una larga fetta delle lettere vengono da Gran Bretagna e Olanda. Messick ipotizza che forse l’interesse da parte di tali paesi sia dovuto alla loro opposizione nel confronti della pena di morte e nella conseguente simpatia per chiunque ne venga sentenziato.

Nel 1991 Sheila Isenberg scrive “Donne che amano uomini che uccidono” in cui sostiene che “la maggior parte di queste donne sono state abusate in giovinezza, da genitori, mariti o fidanzati. Quindi una relazione con un uomo dietro le sbarre appare come una relazione sicura. L’uomo non puo’ far loro del male.” Isenberg aggiunge che un altro aspetto riguarda il fatto che “queste donne tendono a cercare l’uomo più ‘macho’ che ci sia in giro. Ovvero quello che preme il grilletto.” Secondo la scrittrice “nella nostra società tendiamo a venerare gli uomini violenti. A volte si tratta degli uomini buoni, dei poliziotti nei telefilm, a volte degli uomini cattivi.” La vita della moglie di un serial killer “è sempre pericolosa ed eccitante: riuscirà a telefonarmi? Verrà giustiziato? Quanti anni di prigione gli daranno? Tutti questi sono elementi eccitanti. Niente è routine.”

La famiglia di Doreen l’ha ripudiata, e lei sa bene che non potrà mai avere una famiglia.

“Amo i bambini, e non ho mai nascosto di volerne cinque o sei. Ma questo sogno non si avvererà per me e quindi l’ho semplicemente rimpiazzato con un altro.”

Quale?

“Quello di stare con Richard.”

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