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Amici degli zombie parte 1 – Gli zombie filosofici –

Cosa ci viene in mente quando sentiamo parlare di zombie? Probabilmente pensiamo ad una creatura spiacevole, simile ad un essere umano eppure molto diversa, in via di putrefazione, che si muove a stento, che è perennemente affamata e aggressiva. Insomma non proprio un tipo con cui andremmo a cena insieme. Gli zombie sono esseri ripugnanti e forse proprio per questo presenti in gran parte della letteratura cinematografica. Recentemente il telefilm americano “The Walking Dead” si è fatto spazio accaparrandosi un numero elevatissimo di ascolti. La trama è piuttosto semplice e concreta: in un mondo in cui chiunque muoia si trasformi in uno zombie, i pochi esseri umani rimasti lottano per la sopravvivenza.

Si dice sempre che la filosofia non sia legata alla nostra vita quotidiana e che tenda a trattare di argomenti astratti, lontani dalle nostre abitudini, figuriamoci un telefilm. Eppure molti di voi saranno sorpresi nello scoprire che invece gli zombie esistono anche in filosofia. Si chiamano zombie filosofici, ma come sono fatti? L’immaginazione umana non ha limiti per cui gli zombie sono stati descritti fin nei più macabri dettagli. Gli zombie filosofici ovviamente non hanno tratti estetici così coloriti, ma non sono molto diversi da quelli che potremmo vedere nei telefilm: mancano di coscienza e sono indistinguibili da un essere umano. Se per esempio li feriamo con un pugnale non urlano di dolore. Gli zombie filosofici vengono usati come protagonisti di quelli che in filosofia della mente vengono comunemente chiamati esperimenti mentali.

Che cos’è il dolore? È uno stato mentale. E che cos’è uno stato mentale? È una tendenza a comportarsi in un certo modo. Questa è la posizione del comportamentismo che ritiene per esempio che il dolore sia una nostra tendenza ad urlare, piangere etc.
Il comportamentismo si inserisce all’interno della prospettiva del cosiddetto fisicalismo che sostiene che ogni aspetto della natura umana e della percezione puo’ essere spiegato da un punto di vista neurobiologico.
Siamo tutti d’accordo? Forse no. Sicuramente i protagonisti di The Walking Dead non lo sarebbero. Gli zombie infatti sono indistinguibili da un essere umano, ma non piangono quando vengono feriti, non mostrano alcun segnale che ci possa indurre a pensare che provino dolore. In una delle scene più famose del telefilm infatti uno dei protagonisti – Shane Walsh – si domanda con rabbia come possano mai gli zombie essere considerate persone. Sparando ad uno di loro mostra inconfutabilmente ai suoi compagni che se quello fosse un essere umano piangerebbe per il dolore, mentre cosi non è. Puo’ il comportamento esterno essere sufficiente per dire che una persona sta soffrendo? La domanda di Shane è in effetti proprio una delle critiche sollevate al comportamentismo. Se il fatto che soffriamo è causato non dal nostro stato mentale, ma dal nostro dire “aia” o dal nostro pianto allora come possiamo sapere se uno zombie che non agisce in nessuno di questi modi sta soffrendo? La domanda di Shane in realtà ne nasconde una più profonda: che cos’è che rende degna della definizione ‘persona’ un essere vivente? Basta il fatto che un essere si muova e cammini a definirlo essere umano? La risposta a questa domanda nella seconda parte.

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