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Buon non-compleanno a me!

Sono 111 gli articoli scritti su Pauranka. Non per, ma su: nel senso che mi ci buttavo a capofitto sulla tastiera del computer, con tutta la passione per le storie che mi sono fatta crescere dentro sin da bambina. Mi ci buttavo con ostinata dedizione, come fosse la cosa più importante al mondo. Una manciata di lettori, ma uno scopo sempre fermo. 111 più tutti quelli letti e corretti, limati, riscritti. Fa questo un caporedattore, anche se piccolo, anche se della professione c’è solo il titolo ma neanche una lira in tasca. Ché se è vero che non si campa di sogni, a volte sembrano bastare solo quelli.

11 febbraio e poi non ho scritto più: la vita mi ha fatto uno sgambetto e io sono ancora lì a cercare di dribblare. Oggi torno un attimo a salutarvi, a salutarmi, che sento un po’ la mancanza di me stessa. Sempre se chi corregge me, stavolta, decide che questa cosa può andar bene.

In effetti qui non c’è niente da risparmiare: non una notizia, non un’opinione, non un commento. Neanche una riga sgualcita di giornalismo. C’è solo vita. Una come tante, niente di speciale. Ma forse per questo vale la pena raccontarla un po’. Credo che la gente senta il bisogno di riconoscersi in occhi diversi, di sentirsi a casa nei dolori altrui, di ricordarsi che non è sola mai. È come stare sul divano la domenica, in pigiama tutto il giorno. Senza dover pensare alle presidenziali americane o al referendum sulla Costituzione. Ignoranti ma comodi, con l’unica attenzione rivolta al pranzo buono e ricco atteso per una settimana intera. Ogni tanto serve questa strana libertà.

Oggi è il mio compleanno e non voglio nemmeno una torta, io che adoro i compleanni. Non so ancora se è perché non ho più il mio desiderio da esprimere o perché ho imparato che non c’è niente da festeggiare. Da che ho memoria, il desiderio è sempre stato lo stesso: “Voglio essere felice”. Ora posso rivelarlo, ora che ho capito che la felicità non cade dal cielo come la manna agli israeliti. La felicità si insegue, si tiene stretta tra i denti, va disinfettata e protetta a tutti i costi. La felicità è una decisione, non un desiderio da realizzare. Potrei guardarmi dentro per trovare qualcos’altro in cui sperare, ma neanche questo avrebbe senso: io so già quello che voglio. E uso il presente e non il condizionale, che tanto ci pensa il destino a dirmi di no, mentre la fede che mi manca inizia a irridermi. Dalla morte non si torna, e allora si brucia anche il mio nuovo desiderio, insieme alla fiamma delle candeline che non soffierò. Non c’è niente da festeggiare perché si cresce tutti i giorni e tutti i giorni in tanti modi diversi. Bisognerebbe farsi gli auguri 365 giorni l’anno, così da ricordarci – nel bel mezzo della banalità quotidiana – che esistiamo nel presente, nelle frazioni di secondo, nella somma di noi stessi, in quello che diventiamo piano piano, non solo nella celebrazione di quello che siamo diventati.

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Mi pare un po’ la filosofia di Alice… meglio un anno di non compleanni che un giorno solo da ricordare.

Sembrano una marea di stronzate, è vero. La fiera dell’ovvietà, frasi da Baci Perugina andati a male. Il punto è che, in questi mesi, nonostante fossi frastornata, ho avuto molto tempo per pensare e poco tempo per lasciarmi andare. Le parole si sono incrostate dentro, sanno di ferro e timore e, allo stesso tempo, sono inconsistenti e fastidiose come polvere.

Oggi compio 28 anni. C’è un’altra cosa che devo decidere: se ho 27 anni e 5 mesi o se ho cominciato ad avere 28 anni già 8 mesi fa. È iniziato un anno tutto nuovo a febbraio, ho conosciuto una stagione fredda, nuova e inaspettata in cui ho dovuto fare i conti con il vigore che non pensavo di possedere. È cambiato tutto, anche se alla fine ho deciso che non doveva cambiare niente, che è un po’ come parafrasare il Gattopardo e quel «Tutto deve cambiare perché tutto resti come prima». Mi sono vista a metà nello specchio e poi ho scoperto che quella visione incompleta era uno spartiacque. Su di una panchina, in una sera in cui l’estate era ancora estate, una nuova amica mi ha detto che non sarei più stata la stessa. Aveva ragione. Mi sono scoperta solida e pronta, con le tasche nella carne per trovare brandelli vivi a cui attaccarmi.

Poi, di nuovo il contrattacco della vita. E l’estate sommersa da neve alta e sporca. Lì dentro sono rimasta immobile, pietrificata, indifesa. Non mi sono mossa di un passo per settimane. Aprivo gli occhi solo per piangere. Allora sì, ho un anno in più già da qualche mese.

Un anno che mi ha tolto tanto, che si è preso troppo. Che mi ha lasciata ammutolita o dispersa in frasi vuote. Un anno che mi ha rubato la gioia per ciò che si deve ancora realizzare. Un anno che non potrà mai farsi perdonare, perché ci sono sorrisi che non si possono coprire con il marmo freddo delle tombe.

Ma è quando ti spezzi in due come un ramo secco che vedi cosa ti resta dentro. È quando rimani nuda ed esposta che avverti il calore dei fiori e dei frutti che ti copriranno a primavera, quando sarai pronta a rinascere.

È stato un anno da dimenticare, anche se non vorrò dimenticare mai la sofferenza. Una persona speciale me lo ha detto per prima: fa parte della vita. Aveva ragione anche lei.

E hanno ragione tutti quelli che – scontati come me che scrivo cose già sentite – dicono che ciò che segna insegna. Perché in quest’anno ho perso tanto ma ho imparato che la vera dignità è fatta di coraggio. L’ho vista splendere lucente ed elegante negli occhi di un padre distrutto, che piange senza lacrime. Ho imparato che esistere vuol dire resistere, e che resistere è impossibile se non si lotta. Che davvero a contare sono le piccole cose: un dolce in più mangiato senza rimorsi, un orgasmo pieno, il succo di mirtillo che tinge di viola le screpolature delle labbra, un’amica che ti dice “torno a casa”, lo sguardo di un cucciolo di cane, una montagna di libri sul comodino, tutti iniziati da mesi e nessuno finito, tranne l’ultimo: Seneca e Di Paolo, le copie di MicroMega, La Bibbia e il Corano, De Luca, Abate, Il Piccolo Principe. Imparare a dire di no, a posporre i doveri ché c’è sempre tempo per i rimorsi, è quello per gli sbagli che rimane corto e in affanno. L’amore completo di chi ti guarda dopo averti vista in bianco, le birre tra amici, la vita che resta.

So già che riceverò tanti messaggi di auguri, oggi. E io ringrazio tutti così, con un inno alla vita, forse banale, ma vero.

E grazie anche a me, che mi sono impacchettata un regalo: la resilienza.

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