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VIGILIA DI FERRAGOSTO

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foto © peshkova – Fotolia.com

«Non le farò perdere troppo tempo signor commissario, vedrà. Alla mia età di tempo ne rimane poco, così…». Il poliziotto sospirò, trattenendo a stento un moto di stizza: il suo collega si era defilato in tempo e aveva lasciato a lui la grana. Erano le dodici e mezza di giovedì quattordici agosto e dopo appena mezz’ora sarebbero scattate le sue tanto richieste e sospirate ferie. Sua moglie e sua figlia lo aspettavano o forse stavano ancora preparando i bagagli, ma di certo non vedevano l’ora che arrivasse anche lui.

«D’accordo» Disse rassegnato, «dica pure, ma cerchi, se può, di essere breve». Il vecchio dimostrava di essere arzillo e non sembrava rimbambito, perciò forse, pensò, dandogli un po’ di corda, si sarebbe sbrigato in pochi minuti.

«Vede, signor commissario, mia moglie è morta un mese fa».

«Mi dispiace, ma…».

«È per questo che mi sono deciso a venire. Se lei fosse ancora viva non lo avrei mai fatto».

Il commissario annuì, senza capire.

«Prima che io cominci vorrei chiederle di azionare un registratore così potrà risentire  più tardi quel che le avrò detto, se lo vorrà».

Sempre più perplesso il poliziotto tirò fuori dal cassetto un piccolo apparecchio, lo accese e lo posò davanti al vecchio, che annuì tutto contento.

«So che sto abusando della sua pazienza, ma vedrà che non ci metterò più di mezz’ora per raccontarle tutto. Sarà necessario però che cominci dal principio e cioè dall’estate del 1968».

Il commissario mandò un piccolo gemito, ma non lo dette a vedere.

«Quell’anno io ero molto preso dal lavoro e mia moglie, con mio figlio Simone di dodici anni, era in villeggiatura al lago. Avevamo preso una casetta con giardino nell’entroterra e contavamo di passarci il mese di agosto tutti insieme. Purtroppo, come dicevo, fui richiamato sul lavoro, e dovetti lasciarli per circa dieci giorni da soli. Quanto è strana certe volte la vita! Erano quattordici anni che Miriam ed io eravamo sposati e tutto era filato sempre liscio tra di noi. Certo qualche screzio ogni  tanto, qualche diversità di vedute, ma sempre tutto, come dire, nell’ambito del fisiologico. Il nostro rapporto era vero, genuino, come l’amore che ci aveva unito fin dall’inizio. Avevamo faticato non poco perché ci fosse alla base del nostro stare insieme la fiducia, il rispetto, la responsabilità e la sincerità. Insomma ognuno dei due si era sempre sforzato, ma con piacere e convinzione, di essere sempre sé stesso e di non mentire mai all’altro. Eravamo convinti che solo così saremmo rimasti sempre insieme. Solo crescendo entrambi ed evolvendoci come singoli, oltre che come coppia, avremmo potuto arricchirci l’un l’altro. Infatti funzionò e nostro figlio non ebbe grossi problemi: non sembrava nemmeno un figlio unico. Miriam aveva abortito spontaneamente sette anni prima e il secondo figlio che avremmo voluto non arrivò, malgrado il nostro impegno. Ma quell’estate eravamo felici noi tre; i fantasmi del passato erano stati cacciati via. Durante quei dieci giorni della mia assenza per lavoro (dovetti partire improvvisamente per il Canada) mia moglie conobbe un uomo, anzi un ragazzo: si chiamava Riccardo ed aveva ventisei anni. Faceva il fotografo di professione, lavorava anche per un giornale ed era bravo nel suo lavoro. Si trovava lì per un servizio fotografico, non in villeggiatura, e conobbe Miriam per caso.  Già, il caso!».

Il commissario si agitò debolmente sulla sedia e sbirciò l’orologio: erano già le dodici e quarantacinque. Ricacciò indietro un’incipiente sbadiglio e si dette un contegno. Il vecchio sorrise e con aria triste continuò.

86790796_large_LAST_KISS1«Era il due agosto, il giorno dopo la mia partenza, e mia moglie si recò a fare la spesa al supermercato. Era sola. Quando ne uscì portava due borse piuttosto piene e forse pesanti, fatto sta che, giunta davanti alla sua macchina scivolò, e nella caduta una di esse si lacerò, rovesciando il contenuto a terra. Miriam imprecò giustamente e cercò di raccattare tutto alla svelta,  ma era in difficoltà, anche perché quel giorno c’era un vento teso e fastidioso che preludeva  a un temporale. Inoltre si era ferita a un ginocchio e perdeva sangue. Fu allora che si avvicinò un ragazzo e le chiese se aveva bisogno di aiuto. Poi, visto che mia moglie zoppicava, si offrì di accompagnarla al pronto soccorso più vicino per farla medicare. Miriam all’inizio cercò di rifiutare, ma il ginocchio le faceva veramente male e finì per accettare il suo aiuto. In seguito mi disse che era rimasta subito affascinata dal ragazzo, per la sua gentilezza e…beh… per il suo aspetto fisico. Non era mai stata una donna che dava molta importanza all’esteriorità, tanto è vero che si era sposata con me» – il commissario fece un cenno di sussiego – «ma quel giorno fu come stregata da quel volto e da quel fisico atletico. Riccardo era single ed era un donnaiolo, come  si è capito  più tardi, ma non lo dimostrava. Aveva un modo di fare semplice ed accattivante, assolutamente affidabile e affascinante. In breve, dopo essersi fatta medicare, Miriam accettò di recarsi a casa sua (un residence preso in affitto per un mese)  a prendere un caffè, tanto per tirarsi un po’ su disse lui, e fu l’inizio della fine. Il giorno dopo Miriam, dopo aver accompagnato Simone a prendere l’autobus che l’avrebbe portato da un amico, e con lui sarebbe rimasto per tre giorni, passò a casa di Riccardo. Mi disse che lo fece soprattutto per ringraziarlo. Il ragazzo stava ascoltando un CD di musica blues e, vedendo che a lei piaceva, le avrebbe chiesto di ballare. Miriam accettò e di lì a poco si sarebbe scatenata l’ondata di passione. Dopo pochi minuti e senza che lei se ne rendesse ben conto, si trovarono a fare sesso in modo travolgente: come mai l’aveva fatto in vita sua; queste furono le parole di mia moglie quando me lo raccontò».

Il vecchio fece una pausa e abbassò lo sguardo. Quando rialzò la testa i suoi occhi erano pieni di pianto. Il commissario si rese conto di quanto quell’uomo, avanti negli anni, soffrisse ancora al ricordo di quel che era successo trentacinque anni prima e di quanto, quindi, doveva aver sofferto al momento dell’accaduto. Senza che glielo chiedesse si alzò e andò a prendergli un bicchiere d’acqua dal dispensatore.

«Grazie» – gli disse il vecchio sorridendo lievemente, e con voce un po’ tremante riprese il suo racconto.

«Tornando a casa da sola, Miriam ebbe una crisi. Mi disse che il pensiero di avermi tradito la fece star male e che una forte nausea la costrinse a fermare la macchina. Quando ripartì non si accorse che una macchina sopraggiungeva da sinistra. Ebbe un incidente, non grave certo, ma che la dice lunga su quanto fosse sconvolta  in quel momento. Il giorno dopo lui le telefonò per chiederle di vederla ancora, ma lei non voleva e cercò di convincerlo a lasciar perdere tutto. Gli disse che non voleva  continuare, che amava suo marito e la sua famiglia e che voleva troncare. Ma Riccardo, dopo averla rassicurata, si fece trovare al supermercato dove sapeva che lei sarebbe andata di nuovo a fare la spesa. L’accompagnò a casa e stavolta fu proprio lei a cedere, non seppe resistere e lo fece salire. Così la storia di sesso continuò per giorni e mia moglie era sempre più in crisi. Era sola e non riusciva ne a mangiare né a dormire. Mio figlio ritornò a casa accompagnato dal suo amico, che a sua volta sarebbe rimasto da noi per qualche giorno, e trovò sua madre stesa sul letto a piangere e rimase spaventato del suo stato senza poter ovviamente sapere quel che era successo».

Il condizionatore della stanza cominciò a sputacchiare, minacciando di fermarsi. Il commissario lo guardò in ansia. Fuori la temperatura si aggirava sui trentotto gradi e sarebbe stato impossibile resistere. Fortunatamente, dopo qualche secondo,  la macchina riprese la sua normale funzione e il poliziotto gettò un’occhiata all’orologio della parete: le tredici e dieci!

«Ho paura di doverla trattenere più del previsto signor commissario, mi dispiace» –  disse il vecchio seguendo lo sguardo del commissario.

«Non si preoccupi e vada avanti».

«Quando telefonai dal Canada mia moglie era diversa e capivo che c’era qualcosa che non andava, ma quando ritornai mi spaventai veramente. In dieci giorni era dimagrita di almeno quattro chili, aveva occhiaie profonde e lo sguardo atterrito. Quando le parlavo evitava di guardarmi e quando la accarezzavo si scostava da me. Naturalmente non mi disse niente e per giorni continuò la commedia, ma io avevo capito. Miriam nel frattempo continuava a recarsi dal ragazzo e continuava la loro storia, anche se limitatamente al tempo concesso dallo stare in famiglia. E arriviamo all’epilogo. Le farò perdere ancora solo pochi minuti signor commissario».

Il poliziotto non disse niente, ma si fece attento e si protese verso l’uomo che stava dall’altra parte della scrivania.

«Era appunto il quattordici agosto di trentacinque anni fa e faceva molto caldo, come oggi e, come oggi, c’era un gran silenzio in città».

Il telefono squillò inopportuno e fece sobbalzare entrambi.

«Sì?» – rispose seccato il commissario – «Ah, sei tu!». La voce si era addolcita. «No, non posso ancora venire. No, devo finire un lavoro. È importante. No non mi manca molto credo» –  il commissario istintivamente guardò il vecchio, che sorridendo in modo strano scosse la testa. «Abbi pazienza, dai! Guarda, facciamo così: andate per conto vostro da Luigi e io vi raggiungerò lì appena finito, va bene?». Ma non doveva andare proprio bene perché la risposta fu tale che il commissario fece una smorfia del tipo: e ti pareva che non cominciava al solito modo. «D’accordo, senti è inutile che cominci, tanto ora non posso muovermi. Cercherò di fare presto, va bene? Dai, ti assicuro che è importante». Ora il viso del poliziotto si era addolcito e sorrise mentre rispondeva: «anch’io. A presto amore».

«Mi dispiace…» – cominciò a dire il vecchio, ma il commissario lo interruppe subito.

«Non ci pensi nemmeno e continui come se niente fosse».

«Sì. Beh, stavo dicendo che era la vigilia di ferragosto e mi ero recato in città per chiedere un favore all’unico amico che poteva aiutarmi in quella circostanza. Vede commissario, per il lavoro che faccio conosco molta gente e tra queste mi era capitato, anni prima, di imbattermi in una persona squisita e discreta a cui avevo fatto un piccolo favore. Niente di speciale ma abbastanza per indurlo a sdebitarsi. Era un investigatore privato, un amico appunto, e gli chiesi di farmi avere le prove dell’infedeltà di mia moglie. Poveraccio, anche lui doveva partire per le vacanze, ma dopo appena tre giorni mi fece avere le foto di un incontro tra Miriam e Riccardo. Erano foto in cui si abbracciavano sorridenti per strada, la strada che portava al residence. A dire la verità più che altro era lui a sorridere felice, mia moglie molto meno, ma il loro atteggiamento era inequivocabile. Ricordo che tornando a casa mi dovetti fermare per vomitare. È incredibile come riusciamo a negare l’evidenza delle cose quando queste non ci piacciono e come cerchiamo dentro di noi di sperare che la realtà non sia quella che temiamo, fino all’ultimo, fino a quando non ci investe con tutta la sua drammaticità, fino a quando non c’è più niente da sperare.

Non dissi niente. Non ce la facevo e, oltretutto, vedevo che mia moglie stava sempre peggio. Non riuscivo a capire in quel momento cosa la inducesse ad avere rapporti con quel ragazzo, ma, qualche tempo dopo, lei mi spiegò che era come una malattia. Non riusciva a sottrarsi al suo richiamo. Non è che lui la cercasse poi tanto, anzi, di solito era lei a farlo, tanto è vero che lui se la faceva anche con altre, anche se Miriam di questo ebbe conferma soltanto l’ultimo giorno, il quattordici agosto appunto. Erano circa le sei di pomeriggio e decisi di andare a guardare il diavolo negli occhi.

Non fu proprio una decisione meditata perché agii d’impulso: semplicemente uscii deciso ad andare da lui. Miriam era uscita da circa un paio d’ore, approfittando del fatto che i ragazzi erano al cinema. Quando mia moglie arrivò al residence vide, al bar che si trovava sotto casa, Riccardo che amoreggiava con una ragazza di colore, bellissima e molto giovane. Deve capire, commissario, che Miriam aveva quarantadue anni all’epoca, anche se onestamente non ne dimostrava più di trenta. Deve aver provato un gran dolore a vedere Riccardo con quella ragazza e mi raccontò in seguito di essere piombata nel bar come una furia. Senza dire una parola aggredì il ragazzo con schiaffi, calci e pugni, tanto che lui all’inizio si spaventò, come pure le persone presenti,  poi però Riccardo la bloccò e la trascinò letteralmente fuori, spingendola su per le scale del residence. Arrivati davanti alla porta di casa la discussione degenerò e lei si scagliò di nuovo contro di lui, il quale per tutta risposta prendendola per le spalle riuscì di nuovo a bloccarla. Con enorme sofferenza e grande coraggio, Miriam mi raccontò anche il seguito, di cui venni a conoscenza soltanto diversi anni dopo. Mentre lui la teneva da dietro per le braccia, le sussurrava all’orecchio che la voleva, che la desiderava ancora e in qualche modo mia moglie si sentì ancora una volta alla mercé, non tanto di lui, ma di quel che rappresentava in quel momento della sua vita. Fecero sesso lì, sul pianerottolo del residence, che per fortuna non era abitato a quel piano. Non fu violenza, commissario, perché mia moglie mi confessò di averlo voluto alla fine, ma certo non fu nemmeno un tenero rapporto d’amore».

Il vecchio fece una pausa e abbassò lo sguardo. Grosse lacrime rotolavano ora sulle sue guance e lui non si curò neanche di asciugarle.

«Capisce commissario? Se mia moglie mi tradì in quel modo non fu solo colpa sua, ma anche mia! Non c’è dubbio che qualcosa nel nostro rapporto non andava da tanto tempo, anche se non ne eravamo consapevoli. In qualche modo a un certo punto della nostra vita in comune devo aver commesso l’errore di trascurare l’amore che nutriva per me e lei, senza volere, ha lasciato che tutto questo avvenisse, ha lasciato che io continuassi a sbagliare. Eravamo sempre stati fieri del nostro amore, mentre alla fine abbiamo commesso lo stesso errore che commettono tutti. Se così non fosse Miriam non avrebbe mai ceduto in quel modo a quel ragazzo».

Finalmente l’uomo si calmò un poco e, passatosi una mano sugli occhi, continuò come in trance.

«Quando arrivai a casa sua ancora non sapevo che mia moglie, terminato il loro ultimo… incontro d’amore,  era appena fuggita via da lì. Solo per una manciata di secondi non ci siamo incontrati. Lei ancora non sapeva che io sapevo. Quando Riccardo mi aprì la porta rimasi fermo a guardarlo. Lui mi chiese chi fossi e che volevo e io risposi semplicemente che ero il marito di Miriam. Mi fece entrare e tentò di non sembrare a disagio. La casa era sottosopra ed io mi aggirai facendogli brevi domande a cui  lui rispondeva ostentando naturalezza. Disse che lei veniva tutti i giorni, anche più volte al giorno e che facevano sempre l’amore. Disse poi che lui non l’amava e forse neanche lei, ma che non riuscivano a fare a meno l’uno dell’altra. Mi versò del cognac e se ne servì anche lui. Io ero tesissimo, anche se da fuori credo non si notasse. Altre volte mi è capitato, quando sono molto su di giri, di non dare a vedere quel che ho dentro. Non è che faccio finta è che non riesco ad esternarlo subito. Dopo poco però cominciai a sentirmi male. Avevo una forte nausea e mi girava la testa. Mi sedetti sul letto che era sfatto e subito mi rialzai di scatto  immaginando mia moglie che faceva sesso con Riccardo. Quante volte Miriam si era rigirata con lui tra quelle lenzuola, quante volte? Posai il bicchiere sul comodino e vidi il braccialetto di mia moglie. Ne chiesi conferma a Riccardo e lui rispose con naturalezza che lo aveva perso poco prima, doveva essersi rotto e le era caduto senza che se ne accorgesse. Fu quello il momento che sentii la testa girare forte e sedetti di nuovo sul letto. Guardai ancora il braccialetto e la nausea aumentò. Lo dissi al ragazzo, mi pare proprio che glielo dissi che stavo male, e lui si avvicinò parandosi in piedi davanti a me. Ora il ricordo si fa un po’ confuso, ma so di aver afferrato con entrambi le mani  un grosso e pesante posacenere di cristallo con bordi d’acciaio che stava sul comodino accanto al braccialetto e di aver colpito il ragazzo in testa due volte in rapida successione. Furono due colpi violenti, dati con tutta la forza che avevo e devo averlo fatto dopo essere scattato imprevedibilmente in piedi perché Riccardo non tentò neanche per schivarli. Lui rimase lì fermo, in piedi davanti a me, senza fare un fiato, evidentemente stordito, ma ancora cosciente credo. Il sangue cominciò a colargli dalla ferita scivolandogli lungo le tempie, sempre più copioso. Arrivò a bagnargli le mani e lui se le guardò come incredulo, poi cominciò a gocciolare per terra. Un attimo dopo tutta la faccia era coperta di sangue. Roteò gli occhi e cadde pesantemente giù, senza fare un fiato, sbattendo con violenza la testa contro lo spigolo di marmo dello scalino del bagno».

Il vecchio fece un’altra pausa e si prese la faccia tra le mani, che ora gli tremavano forti. Il commissario non parlò, ma lo guardò annichilito, poi si lasciò andare sullo schienale della sedia. Non c’era più nessuno al commissariato, erano andati tutti via, tranne il piantone all’ingresso due piani di sotto. Il silenzio era impressionante.

«Andai in bagno e vomitai. Mi sciacquai la faccia ma notai che le mani non erano per niente sporche di sangue. Non avevo toccato niente tranne il bicchiere e il posacenere e con quello l’avevo ucciso senza neanche sporcarmi le mani. Non so quanto rimasi seduto sul letto a contemplare il sangue che continuava a uscire sempre più lentamente dalla testa del ragazzo e che ormai aveva allagato buona parte della stanza, ma ero calmissimo ora. Meccanicamente cominciai a pulire dalle mie impronte il bicchiere, il posacenere e presi il braccialetto mettendomelo in tasca.

In quel mentre squillò il telefono e scattò la segreteria. Era mia moglie, che con voce decisa avvertiva  Riccardo che non si sarebbero visti mai più, che lei voleva farla finita e voleva riappropriarsi della sua vita, dedicandola alla sua famiglia. Non avrebbe più dovuto cercarla quindi, era tutto finito. Già, pensai, sicuro: era veramente tutto finito ora!

Tornai a casa e dissi tutto a Miriam e lei mi disse quel che poteva dirmi. Alcune cose me le confidò solo molto più tardi come ho detto, ma rimanemmo a parlare per tutta la notte, sottovoce per non svegliare Simone e il suo amico, come dei cospiratori, anche se il più ormai era stato fatto. Piangemmo  insieme tutta la nostra disperazione e alla fine, dopo gli inevitabili  “come hai potuto?”, sentivamo di amarci più che mai e di essere uniti ancora una volta. C’era solo una cosa da decidere: dovevo costituirmi?  Era chiaro infatti che il corpo sarebbe stato presto scoperto da qualcuno, ma io ero abbastanza certo di non aver lasciato tracce. D’altra parte non mi sentivo di vivere con quel rimorso, come  pure Miriam non si sentiva di far pagare solo me per quel che era successo. Non è stato facile, signor commissario, prendere una decisione, anche pensando al futuro di nostro figlio, ma il mattino dopo decidemmo di recarci al posto di polizia insieme e raccontare dettagliatamente l’accaduto. Così mia moglie svegliò Simone e il suo amico di buon ora e disse loro che dovevamo uscire per una cosa molto importante, che potevano far colazione in pace e aspettare il nostro ritorno, o almeno di uno di noi. I ragazzi hanno più intuito di quanto si creda e comprendendo la gravità del momento  non fecero domande. In macchina accesi la radio e mi sintonizzai sul notiziario regionale delle nove. Il corpo era già stato scoperto dalla donna delle pulizie e, in prima ipotesi, gli inquirenti pensavano che si trattasse di un incidente. Naturalmente rimanemmo di sasso,  ma bloccammo la macchina e aspettammo. Il giorno dopo uscì fuori che quel ragazzo, fino ad alcuni anni prima, aveva sofferto di una forma lieve di epilessia, subendo a volte degli attacchi di piccolo male e quindi di temporanee assenze. Anche se il suo medico curante asseriva di non essere a conoscenza di altre crisi recenti, era probabile che ne avesse avuta una il giorno prima e che avesse perso i sensi. Il colpo dato sul gradino del bagno coincideva esattamente col punto in cui gli avevo inferto il colpo con il posacenere. Per quanto incredibile, gli accertamenti autoptici confermarono nei giorni seguenti la teoria esposta e la conclusione ufficiale delle indagini fu di morte accidentale».

Il vecchio rimase in silenzio per qualche secondo, abbandonandosi sulla sedia esausto. Poi guardando negli occhi il poliziotto, con voce tremante aggiunse: « Sono un assassino, signor commissario, e lei deve fare il suo dovere; solo così mi sentirò in pace. Se fino ad ora ho taciuto l’ho fatto soprattutto per mia moglie e mio figlio, ma, ora che lei non c’è più, credo di dover finalmente pagare il mio debito con la giustizia». Il vecchio abbassò lo sguardo e attese. Sembrava che si fosse spento e che attendesse l’inevitabile. Il commissario rimase in silenzio, assorto. Rifletteva con le mani giunte, tenendole davanti al viso, a contatto con le labbra e scuoteva lentamente il capo.

Dopo un po’ spense il piccolo registratore e si alzò dalla sedia andando alla finestra. Fuori la luce era accecante ma il cielo era di un azzurro fantastico. Non si sentiva alcun rumore e nel giardinetto pubblico lì sotto i passerotti si posavano indisturbati a becchettare il loro pranzo, volando via subito dopo. Il commissario guardò l’orologio: erano le tredici e cinquanta.

«Come si chiama lei?» – disse rivolgendosi al vecchio con voce bassa.

«Oh, che stupido, non le ho neanche dato il tempo di chiedermelo. Mi chiamo Lucarelli, Giorgio Lucarelli».

«E…quanti anni ha?».

«Settantasette».

Il poliziotto alzò lo sguardo al soffitto pensieroso. Prima scosse ancora il capo, poi annuì.

«Ha una foto di sua moglie?».

«Sì, Certo che ce l’ho!» – rispose perplesso il vecchio. La tirò fuori da un portafoglio logoro e la porse al commissario.

«È una foto di qualche anno prima; doveva avere circa trentanove anni».

Dopo averla guardata attentamente questi sorrise e annuì ancora.

«Era bella sua moglie, affascinante. Una gran bella donna!» –  così dicendo il poliziotto si sedette di nuovo alla scrivania, e si rivolse al vecchio.

«Vada a casa Giorgio, vada a casa o, se può, vada in un bel posto a riposarsi. Lei è una persona speciale e, secondo me, non merita di essere punito. Potrei semplicemente dirle che alla sua età non credo che potrebbe affrontare il carcere e che un bravo avvocato riuscirebbe facilmente a farle dare gli arresti domiciliari o a farla addirittura assolvere. Potrei informarla, e dargliene i dovuti dettagli, di come sia difficile provare quello che afferma sui fatti avvenuti trentacinque anni fa. Potrei anche dirle che ormai la morte di quell’uomo è stata archiviata per la legge. No, non le dirò questo. Le dirò invece che lei ha già pagato, se è questo che l’ha spinta qui, e ne ha dato dimostrazione proprio oggi. Non sono un giudice e non mi sono mai sognato di diventarlo, ma proprio non mi sento di procedere contro di lei e per la prima volta sono contento di non fare il mio dovere».

Il commissario si avvicinò al vecchio e gli prese le mani tra le sue.

«Vada a casa Giorgio e stia in pace se può, perché, se può consolarla, di persone malvagie ne ho conosciute tante facendo il mio lavoro, ma lei non è sicuramente tra queste».

Il vecchio piangeva silenziosamente mentre guardava il poliziotto negli occhi.

«Ha dei nipotini?».

«Sì!» – rispose Giorgio sorridendo tra le lacrime – «ne ho due: Ornella e Roberto!».

«E dove sono ora?».

«Beh, sono al mare, con mio figlio e sua moglie».

«Vada da loro e cerchi di archiviare il suo passato. Cerchi di vivere decentemente il resto della sua vita, magari con il caldo ricordo di sua moglie, che di certo ora sarà molto arrabbiata con lei per quello che è venuto a fare qui».

Il vecchio annuì sorridendo, ma non riuscì a parlare subito per la commozione.

«Ci siamo amati per quarantanove anni, signor commissario, e io li ricordo uno per uno».

«Ne sono certo, Giorgio, ne sono certo e la invidio anche un po’».

«Allora… posso andare?» – chiese incerto.

Il commissario annuì sorridendo. Il vecchio fece per alzarsi, ma barcollò leggermente e il poliziotto lo sostenne.

«Questa è sua» – disse restituendogli la foto – «e anche questa» – e gli mise in mano la cassetta di registrazione. «La getti via e segua il mio consiglio».

Più tardi in macchina, mentre si dirigeva verso casa di suo fratello Luigi, il commissario si sentì bene. Era contento di aver preso la decisione giusta e non avveniva spesso di poterlo fare. Ma ancora di più si sentiva felice di vivere come da molto, molto tempo non gli capitava. Aveva voglia di fare l’amore con Simona, sua moglie, e sorrise pensando alla sua reazione e al suo sguardo, mentre di lì a poco glielo avrebbe sussurrato all’orecchio.

Fonte Immagine: http://vincentmars.com/2013/09/06/50-word-tales-114/

Immagine in evidenza: http://www.ibirbanti.it/pick-a-colour/

 

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