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Un buon cittadino, ovvero: riflessioni di un utopista

di Tommaso Mineo

Pensa_a_non_pensare_by_duilio94Sono sempre stato un “pensatore solitario”. Non amo i dibattiti, le discussioni di gruppo, le tavole rotonde in cui tutti si accalorano per far valere le proprie idee. Non mi sento per questo un egocentrico: mi piace ascoltare la gente e sentire i pareri di ognuno. Un fatto mi colpisce? Trovo un’ idea interessante? Ci ragiono per giorni, poi questo miscuglio di idee lo rielaboro seguendo una logica personale e soggettiva. Mi sono costruito nel tempo una visione del mondo in cui, se ne ho l’occasione, aggiungo un altro tassello. Di recente, in una situazione apparentemente banale, ho avuto una brillante intuizione che in parte ha cambiato la mia vita o meglio le mie abitudini. Voglio raccontare come sono andati i fatti e a quali conclusioni sono giunto.

Un giorno sono uscito dal lavoro già rassegnato; aveva piovuto tutto il pomeriggio e mi aspettava una lunga attesa alla fermata dell’autobus. Basta un po’ di pioggia e tutto si rallenta. Sono indeciso se mettermi a leggere il giornale oppure trastullarmi con i miei pensieri, ma sono troppo stanco e non voglio concentrarmi nella lettura. Mi avvicino alla fermata, la solita – quella di fronte la pizzeria –  e mi metto ad osservare quel continuo andirivieni di gente con cartate di pizza fumante, ne percepisco lo stuzzicante odore. Intanto ripenso al racconto della mia collega di stanza che ancora sconvolta aveva raccontato a tutti la sua disastrosa avventura al Pronto Soccorso avvenuta la sera precedente. La figlia, una bambina di sei anni, aveva la febbre molto alta, forse un’influenza, ma verso le nove aveva avuto anche delle convulsioni e loro, molto spaventati, si erano precipitati in ospedale. Lì era cominciata la loro odissea; ore ed ore ad aspettare, buttati su una scomoda panchina in mezzo a gente dolorante e stremata, finché, alle quattro di mattina, un medico aveva visitato la piccola e prescritto un altro antibiotico. Questo era stato, in pratica, l’argomento del giorno: ognuno aveva commentato, dato un giudizio o raccontato esperienze analoghe.

Mentre penso a tutti i ragionamenti fatti nella mattinata, alle critiche su come funzionano male certe strutture nel nostro Paese, continuo a fissare la pizzeria senza però un motivo preciso, o forse sì: mi disturba molto vedere che lì di fronte c’è un cassonetto della spazzatura, un cestino proprio fuori il negozio, eppure ci sono cartacce unte d’olio e lattine dappertutto. Si ferma una macchina di fronte la pizzeria; è un papà che ha preso i figli a scuola e adesso vuole comprare loro la merenda. Esce dal negozio con due cartate, una lattina ed un supplì per lui. Distribuisce la pizza ai bambini, apre la lattina e con due bocconi finisce il supplì e mentre accende il motore getta dal finestrino il tovagliolo sporco. Vedo il bambino dietro che protesta e mi consolo “Meno male che a scuola insegnano l’educazione e il rispetto dell’ambiente, ma questi insegnamenti fino a quando dureranno? Non diventerà anche quel bambino come il padre che non si cura di quello che gli sta intorno?”

Ecco, in quel momento ho avuto l’illuminazione, avevo trovato il nesso logico che lega l’interminabile attesa della mia collega al Pronto Soccorso alle cartacce buttate per terra di fronte la pizzeria. Non ci sentiamo curati e protetti da un Potere che è indifferente alle nostre esigenze e ai nostri bisogni e, di rimando, noi non ci curiamo di lui, e lo facciamo sporcando, imbrattando tutto quello che possiamo. Il concetto per me era chiaro: i nostri comportamenti incivili sono un’inconscia protesta. Questo è il vero problema! E l’unica soluzione è dimostrare che ci siamo, che vogliamo dare il nostro contributo e partecipare al bene comune, ma che pretendiamo ascolto, attenzione e protezione. Ero talmente infervorato da questi ragionamenti che cominciai ad ipotizzare anche improbabili similitudini letterarie: il Potere come la natura matrigna di Leopardi, crudele e indifferente alle sofferenze degli uomini interessata solo al perpetuarsi della specie.

Nel frattempo escono dalla pizzeria tre ragazzine, scherzano e ridono con in mano un bel pezzo di pizza fumante. Mi accorgo di fissarle con una certa insistenza, ma non riesco a distogliere lo sguardo. Una di loro se ne accorge e mi scruta turbata, è sospettosa…chissà, forse pensa che io sia un guardone… uno sporcaccione e guardone. Non mi importa niente di quello che pensa, voglio proprio vedere cosa faranno quando avranno finito di mangiare. Finalmente l’ultimo boccone, continuano a ridere, mentre appallottolano la carta sudicia e poi, dopo un attimo di indecisione, guardano il cassonetto e gettano tutto sul marciapiede. No, è troppo, non posso tollerarlo, mi precipito verso di loro. La ragazzina che mi aveva rivolto l’occhiata sospetta ha un sussulto, forse teme un approccio diretto, ma io mi lancio sulle cartacce e le raccolgo. Rimango fermo così con le carte unte in mano perché mi accorgo solo allora che il cassonetto e il cestino sono pieni. La ragazzina scrolla le spalle indispettita e insieme alle altre si allontana. Ma non mi perdo d’animo, ormai sono troppo coinvolto dalla situazione e troppo convinto della mia teoria, devo dimostrare che all’indifferenza non è sempre giusto rispondere con altrettanta indifferenza. Lascio le cartacce ed entro in un negozio lì vicino e compro un rotolo di sacchi per la spazzatura, quelli grandi, condominiali. Nel frattempo è arrivato l’autobus, la gente si accalca per salire, ma io rimango lì: ho una missione da compiere. Raccolgo tutto quello che c’è in terra, chiudo il sacco con il laccio e lo metto vicino al cassonetto. Da quel giorno e tutte le mattine porto avanti la mia missione. Ora sono organizzato: la mattina esco presto con un sacco grande e guanti usa e getta. Faccio il giro delle pizzerie, bar e locali che sono nel mio quartiere, raccolgo carte, bottiglie e lattine. Poi torno a casa, mi lavo, mi cambio e vado a lavoro, e questo ormai da mesi. Ho saputo che qualche giornale si sta interessando a me e alla mia missione, che mi hanno definito un esaltato, un megalomane che con un sacco condominiale vuole cambiare il mondo. Niente di tutto questo, io mi definisco forse un visionario, un utopista, ma la mia è una provocazione o, meglio, la voglia di spezzare la logica perversa del postulato “tu non ti curi di me, allora io non mi curo di te”.

Non mi sento un rivoluzionario, ma cerco solo di essere un buon cittadino. Ma chissà perché tutte le mattine quando faccio il mio giro canticchio sempre la Canzone del maggio di De Andrè e ossessivamente ripeto a me stesso “… per quanto noi ci crediamo assolti siamo per sempre coinvolti..”.

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