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TAVOLO PER DUE

La prima volta non me ne accorsi neppure.

Ero lì seduto al tavolino del bar del lungomare tutto intento a discutere con Laura, che non vedevo niente di quel che mi circondava. L’orchestrina suonava un blues di altri tempi, molto piacevole, ma per me c’era solo Laura, che con occhi fiammeggianti inveiva contro di me. Probabilmente aveva ragione a farlo, anzi, ripensandoci, sicuramente.

Ma non è questo il punto.

Quando la discussione divenne alterco, Laura si alzò con impeto e mi lasciò tutto solo, tirandosi dietro un terzo della tovaglia e facendo tintinnare i bicchieri.

Rimasi qualche secondo a guardarla andar via, chiedendomi come fossimo potuti arrivare a quel punto e pentendomi subito di quel che avevo detto e del modo in cui l’avevo detto.

Ma ormai era troppo tardi.

hopper1Così mi girai di tre quarti, quasi a cercare aiuto e, con gli occhi velati di lacrime, la vidi.

Non era più giovane, ma certo neanche vecchia.

Stava seduta a un piccolo tavolino tondo, per due persone al massimo, proprio vicino al piccolo palco dell’orchestrina.

Per un attimo mi sentii in colpa. Sì, proprio così. Non so perché, ma quello sguardo mi fece quasi star male. Stavo per sorriderle quando lei girò la testa. Allora ebbi modo di osservarla meglio. Aveva la pelle del viso bianchissima, capelli neri, raccolti ordinatamente dietro la nuca. Gli occhi li immaginai neri, ero distante almeno sei-sette metri ed era sera, un naso importante: un profilo greco. Doveva essere alta e vestiva un abito di chiffon alquanto fuori moda e inopportuno forse per l’occasione.

Pure era elegante e… molto bella!

Ostentava una sicurezza ed emanava una tristezza infinita.

Un anello d’oro brillava al mignolo della mano destra e non c’era un filo di trucco sul suo volto. Beveva un flute di champagne con gesto lento e misurato. Sembrava in attesa di qualcosa o di qualcuno. Non so quanto rimasi lì a guardarla. Mi rendevo conto di essere indiscreto, ma non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso. In fondo, considerai, non c’era niente di speciale. Era una donna che sedeva al fresco della sera, ascoltando della buona musica e bevendo qualcosa in compagnia di quelli che la circondavano e… di sé stessa.

Eppure vederla lì tutta sola, anche se così dignitosamente, mi dava una vertigine di malinconia e un irresistibile senso di abbandono. Poi l’orchestrina cominciò a suonare un vecchio valzer di Strauss. Notai che dal fondo del locale un ragazzo sulla trentina, alto e ben vestito, si alzò dal tavolo che divideva con altri per dirigersi verso quello della sconosciuta. Arrivato di fronte a lei si prodigò in un mezzo inchino e in un sorriso a trentadue denti, evidentemente chiedendole di ballare. Lei lo guardò enigmatica e, con un lieve cenno del capo, discretamente rifiutò.

Fu allora che lentamente, quasi con maestosità, si alzò e, dopo avermi gettato un’occhiata furtiva, se ne andò con passi lenti e cadenzati, lasciandomi interdetto.

Il caso volle che, un paio di giorni dopo, mi trovassi di nuovo seduto alla veranda del bar del lungomare. La sera era fresca per essere nel mese di agosto e una falce di luna illuminava in modo romantico il mare lievemente increspato del porto.

Sedevo stavolta con un collega di lavoro, che dissertava in modo futile su questo e quello, senza arrivare mai ad una conclusione. Il tavolino, dove avevo visto la prima volta la sconosciuta, era vuoto ed era strano, visto che tutti gli altri erano occupati. Un piccolo tango era il motivo in cui si cimentava l’orchestrina e quella sera faceva sfoggio anche un cantante dalla voce melodiosa.

A dir la verità non mi sentivo proprio in forma e non mi andava di star lì, credo che fosse anche per il ricordo ancora fresco del litigio avuto con Laura. Il giorno dopo infatti, lei mi aveva definitivamente lasciato, adducendo innumerevoli motivi, alcuni senza alcun dubbio giusti, almeno per lei.

Così a un certo punto chiesi al mio amico di andare via, dichiarando d’aver sonno, cosa che in fondo corrispondeva a verità.

La vidi arrivare proprio quando mi stavo per alzare dalla sedia.

Indossava un lungo abito scuro, di quelli di seta indiana. Era molto leggero e con un’ampia scollatura che mostrava un decolletè niente male. I capelli stavolta erano sciolti, lunghi fino alle spalle. Avanzava con incedere regale, come se stesse entrando nella sala di un palazzo patrizio invece che nella balera di un bar.

Lentamente si tolse lo scialle che appoggiò sullo schienale dell’altra sedia e si accomodò, accavallando le lunghe gambe.

Il cameriere immediatamente le portò lo champagne. Lei lo ringraziò con un lieve cenno del capo ed un sorriso.

Alcune coppie avevano cominciato a ballare il tango e lei li guardava con sguardo intenso e rapito.

“Allora? Andiamo o no?” Chiese il mio amico, che s’era scocciato di vedermi lì imbambolato.

E poi aggiunse: “Chi è quella?”

“Chi?” Risposi io facendo finta di niente mentre mi avviavo.

“Come chi? Credi che non mi sia accorto di come la guardavi e di come mi hai fatto parlare da solo? Dai!”

“Ma no! Non la conosco. Non so proprio chi sia.”

“Veramente?”  Disse lui in tono intrigante. “Beh” aggiunse poi, “non mi sembra niente di speciale. Anzi, ha l’aria della zitella. Però, in fondo non è malaccio…”

“Dai, dai, andiamo!” Conclusi io.

“Ehi, non dirmi che te la sei presa!” Disse ancora prendendomi in giro. Ma poi, vedendomi serio in volto, non aggiunse altro e  rimase finalmente zitto mentre uscivamo dal bar.

Quella notte la sognai.

Era lei, ma era diversa. Il naso era meno pronunciato, l’incarnato era sempre candido, ma le labbra erano più carnose e rosee. Si librava sopra di me con i capelli sciolti, sorretta da un lieve soffio di vento che faceva svolazzare il lungo abito scuro.

Una luce irreale la illuminava da dietro e la trasparenza del leggero tessuto me la mostrò nuda e bellissima.

Sentivo i suoi occhi neri ardenti di passione e la desiderai come non avevo mai provato con nessuna donna. Ma, al tempo stesso, la sentivo misteriosa e inaffidabile.

Così, lottando contro la forte attrazione che esercitava su di me, invece di andarle incontro, scappai via.

“No, non andare. Non andare via…” Sentii che diceva in tono supplichevole ”resta con me!”

Mi svegliai in preda ad un’angoscia profonda. L’orologio segnava le cinque del mattino. Avrei dovuto aspettare fino alla sera successiva per vederla ancora una volta, ma decisi che le avrei parlato.

La mattina dopo, insonnolito per la notte movimentata, scesi per andare al lavoro e come sempre acquistai il giornale.

Fermo con la macchina ad un semaforo rosso, buttai l’occhio su una foto che risaltava in prima pagina. Era di quelle foto divise a metà, dove da una parte c’è il soggetto in primo piano e dall’altra l’immagine del ritrovamento.

Era lei!

Guardai meglio e lessi il titolo che c’era sopra: “Trovato cadavere di donna nel mare prospiciente al porto. Ancora non si conoscono il nome e le modalità della morte. Si pensa ad un suicidio, ma le autorità per ora non escludono altre ipotesi…”

Ripartii come un automa dietro l’insistenza dei clacson di quelli che mi seguivano. Ero sconvolto. Con gli occhi della mente, rivedevo quel suo corpo così aggraziato, prono nel mare del porto, magari tra rifiuti e falde di petrolio, ancora racchiuso nel lungo abito scuro di seta indiana della sera prima. Mi si strinse il cuore.

Inspiegabilmente sentivo di aver perso una grande amica e, forse, anche la più grande occasione della mia vita.

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