Articolo

PER I TUOI OCCHI – Parte 1

 

Quando varcò la soglia della banca pensò che le gambe non lo avrebbero retto. Non ce l’avrebbe mai fatta.

La porta scorrevole del gabbiotto controlla-persone si ritirò lasciandolo entrare nell’androne, dove, fatti alcuni passi incerti, si fermò.

Sentì dietro di lui la voce acuta di una ragazzina che evidentemente stava facendo la fila allo sportello insieme a qualcuno, magari insieme alla madre. Aveva lo stesso  modo di intercalare un “capito?” di sua figlia Giorgia che aveva quindici anni. Era  impressionante la somiglianza del suo modo di parlare e anche il tono della voce. L’idea  che la figlia  potesse vederlo lì in quella situazione lo fece stare ancora peggio. Ubbidendo ad un impulso fece per voltarsi ed infilarsi nel gabbiotto che portava all’uscita, quando altre voci attirarono la sua attenzione. Un leggero alterco era in corso tra un’impiegata e un cliente: “Che diavolo!“ diceva questi “un po’ di considerazione visto che vengo a portarvi i miei  soldi!“

“Sì, ma non ci sono certo solo i suoi!” Rispose piccata l’impiegata.

Di colpo la determinazione tornò.

Respirò profondamente e avanzò lentamente a passi ampi e decisi verso il bancone dei titoli sulla sua destra.

“Desidera?” Chiese l’impiegato senza alzare gli occhi da quel che stava scrivendo.

“Qual è lo sportello della cassa per favore?”

Finalmente l’altro lo guardò in faccia e quel che vide non gli piacque.

Davanti a lui c’era un uomo sulla quarantina, stempiato, magrissimo, alto e con i capelli grigi, lunghi, a ricoprirgli le orecchie. Indossava un soprabito modello inglese, di buona fattura ma liso ai bordi del collo. Il viso era emaciato, con la barba non fatta da almeno tre giorni. Sciarpa fin quasi alla bocca  carnosa, naso importante, coppola e occhiali scuri, completavano il quadro. Era come camuffato, inquietante, sicuramente inaffidabile.

“E’ lì…” indicò perplesso con la penna alla sua destra, verso la fila di cinque o sei persone “…deve fare la fila lì… vede?”

L’uomo non si girò, e rimase ad osservarlo un secondo di troppo, tanto che l’impiegato stava già per aggiungere qualcosa quando lo sconosciuto fece una smorfia e si diresse dove gli aveva indicato.

Si fermò dietro ad un uomo calvo, basso e tarchiato, sessant’anni circa, completo di lana dozzinale e cappotto pesante.

“Ehi!” parlò una voce dietro di lui “Guardi che sono io l’ultimo!”

Si girò. “Mi scusi, non l’avevo vista…” e indietreggiò fino ad arrivare alle spalle di questi che intanto, bofonchiando qualcosa, protestava ancora sottovoce, scuotendo leggermente il capo.

Percepì un odore penetrante e fresco che doveva provenire da una delle donne che stava in fila davanti a lui:  forse una ragazza.  Quel profumo gli fece ricordare una situazione del passato…occhi

“Ti piace?“ E nel chiederlo Erika gli si avvicinò, portandosi con la guancia vicino a quella di lui.

“E’ un profumo nuovo; si chiama Loving you.” Gli sussurrò all’orecchio.

“Mmmm…molto buono!” Rispose lui, mentre cominciò a sfiorarle con un bacio il collo, che si trovava in ottima posizione.

“Ma soprattutto è il nome che è azzeccato: fa venir subito voglia!”

E così dicendo l’aveva attirata a sé con dolcezza, facendo scivolare le proprie mani sui suoi glutei e continuando a baciarla sotto l’orecchio, per passarle poi la lingua sul lobo, come piaceva tanto a lei.

“Ma…sei proprio un maniaco!  L’abbiamo fatto ieri sera!…” Ma non si era ritratta mentre lo diceva, anzi.

“Sai che farlo tre o quattro volte alla settimana fa bene al cuore? Sembra che protegga dall’infarto e dall’ictus!”

“Beh, allora…se fa bene…bisogna senz’altro farlo…sì…” E si abbandonò a lui, nel modo che lo faceva impazzire: un abbandonarsi non passivo, tutt’altro.

Fu appassionante quella volta, come sempre del resto. La loro intesa sessuale era sempre stata incredibile. Quel profumo poi lo inebriava. Chiuse gli occhi e si lasciò andare…

“Avanti!…” lo spronò risentita una voce dietro di lui.

Sobbalzò tornando alla realtà.

Capì che non doveva mancare molto al suo momento e subito sentì lo stomaco che gli si accartocciava.

Il ricordo di sua moglie, la sua dolcissima Erika, gli fece bene però. Nel ripensare ai suoi lunghi capelli biondi, ramati e lisci come la seta, ai suoi piccoli seni ben fatti ai suoi occhi caldi e appassionati e alla sua voce, al suo sorriso solare, tutto l’aveva in qualche modo spronato a continuare in quella sua pazza idea.

“Ok!” Pensava, “Ci siamo. Ancora un po’ e ci siamo!”

Ma dovette fare uno sforzo notevole per non ripensare ancora a lei. Anche se era morta ormai da sei lunghi, dolorosissimi anni, per lui era sempre presente, più viva che mai. Non c’era mai stata un’ altra donna e non ci sarebbe stata neanche in futuro. Oltretutto ormai…

Avanzò di un altro passo.

“Si prega di voler depositare gli oggetti metallici nelle apposite cassette all’ingresso, grazie.” La voce metallica del gabbiotto si udì distintamente e qualcuno ritornò indietro per eseguire l’ordine.

“Anche il telefonino si deve lasciare” Protestò una donna “ma non ci sono le chiavi che chiudono. E se poi me lo rubano?”

“Non si preoccupi, signora” rispose quella che doveva essere la guardia giurata “sono qui anche per questo.”

Intanto alla sua destra la ragazzina continuava a chiacchierare con la madre.

“Capito? Simone me la paga questa volta” stava dicendo “si è comportato proprio male, ti pare mamma?”

“Simone!” Pensò lui, “anche Giulia ha avuto un  ragazzo che si chiamava Simone!”

Ancora una volta si ritrovò a volar via con la mente al passato…

Giulia era entrata decisa nello studio, anzi più che entrata, era volata dentro la camera, su una nuvoletta rosa, portata dal vento dei suoi tredici anni e dal suo temperamento.

“Ti piace papà?” Gli aveva chiesto convinta che la risposta sarebbe stata sì.

Lui distolse lo sguardo dal computer e la guardò.

“Accidenti!…” Esclamò a voce bassa.

“Che c’è? Non mi sta bene?” Riprese lei con l’espressione già un po’ delusa.

Era una donna! Quella che aveva davanti non era la sua bambina di tredici anni appena compiuti, era una donna! I jeans scoloriti le fasciavano i fianchi già piuttosto ampi, mentre la maglietta della Onix aderiva maliziosamente al seno ancora piccolo (ma neanche tanto). Aveva la silhouette di una longilinea e i suoi capelli erano ramati (come quelli della madre), lisci e lunghi, e racchiudevano un visetto dolce e accattivante; inoltre i suoi centocinquantanove centimetri di altezza finivano per farle dimostrare molto di più degli anni che aveva. Ma non era tutto. In quel momento lui rivide Erika. Non c’erano dubbi: era lei; magari con qualche piccola differenza per l’età, ma era lei!

“Papà!” Quasi urlò Giulia, “ma che ti ha preso? Non ti piace come sto?” E nel dirlo già si notava preoccupazione e dispiacere sul suo viso espressivo.

Si riscosse e balbettò: “certo, stai bene, benissimo…anzi, mi pare che tu stia anche troppo bene! Dov’è che m’hai detto che vai?”

“Allora ti piace la nuova maglietta? Ci metto sopra questa?” Alludeva ad una felpa della Nike aperta davanti.

“Sì, brava. E già che ci sei chiudi la zip. Con chi esci quindi?”

“Ma papà non fa tanto freddo da dovermi chiudere la zip! La porto così…”

“Be’, non si sa mai… voglio dire che… e poi tua madre te l’avrebbe fatta chiudere…ecco! Insomma! Si può sapere dove e con chi vai?” (voce risoluta e nervosa).

“Uh… vado a cinema con Simone; te l’avevo detto no?” Disse con aria scocciata.

“Ah… Simone…” concluse lui dubbioso.

Un gran sorriso le illuminò il volto e nella stanza entrò il sole, anche se era buio perché erano le cinque di un pomeriggio d’inverno.

“Stai tranquillo papà; prometto di stare attenta a tutto e di tornare appena finisce il film.”

“Ecco!…E non attardarti per strada. Anzi se volete fare quattro chiacchiere preferisco che le facciate qui a casa.

“Ma no. Tu devi lavorare…” Concluse Giulia sorridendo ironicamente e dimostrando almeno diciott’anni “ e poi Simone è un bravo ragazzo no? L’hai detto proprio tu, ricordi?” E nel dirlo gli prese le guance tra le mani: “gelosone!”

Quindi ridendo volò via portandosi via la nuvoletta rosa e lasciandolo imbambolato a  chiedersi quand’è che era diventata così.

      “Prego signori, da questa parte!”

Immediatamente dalla fila si staccarono, praticamente correndo, alcune persone, per ritrovarsi in una fila magari più lunga davanti al nuovo sportello appena aperto.

 Lui rimase lì.

Sentì che dietro di lui quello di prima gli alitava sul collo e si rese conto che doveva avanzare coprendo lo spazio lasciato vuoto.

Una sola persona, una donna, lo divideva dallo sportello e dall’impiegata. Poi sarebbe toccato a lui. Infilò la mano nella tasca del cappotto e palpò la grossa busta.

Avrebbe fatto quello che doveva.

[…]

Continua venerdì prossimo (ndr)

 

Fonte immagine: http://www.artelabonline.com/articoli/view_article.php?id=2676

 

blog comments powered by Disqus