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NEBBIA

fog_main_01Nell’attesa la nebbia si era fatta più fitta, non si vedeva niente in quel buio. La sua mente era sprofondata in una notte nera e silenziosa e lui avvertiva una debolezza nell’animo, mista a rassegnazione, a cui avrebbe voluto ribellarsi, ma sentiva di non avere più la forza per farlo, non più. Ogni tanto un ricordo penetrava quel grigiore e un lampo di luce squarciava quell’atmosfera rarefatta, procurandogli un dolore acuto e insopportabile. In uno di questi si rivide bambino, mentre era alla giostra del campetto insieme a suo nonno. Era una giostra all’antica, rotonda, con i cavalli di legno e le luci in cima; cavalli bianchi con il pennacchio, enormi per lui che era piccolo, enormi e fantastici. Ma poi il lampo si spegneva e la giostra appariva abbandonata, con i metalli arrugginiti, le luci spente e un cigolio sinistro che accompagnava il movimento d’inerzia, lento e costante. Nessuno nel campetto, solo la notte, il silenzio e la sensazione angosciosa di qualcosa che nel buio ti spia.

Nella nebbia all’improvviso si materializzò una figura. Un uomo si avvicinò. Era claudicante e trascinava una gamba. Sentì il suo passo stentato che ritmicamente percuoteva il selciato e la nebbia ne amplificava il rumore. Poi se lo vide davanti, vide il suo viso allungato, con naso pronunciato e affilato, la barba lunga di qualche giorno e bianca, il viso rugoso e due occhi chiari e intelligenti, vivi ma inquietanti. Questi si piegò verso di lui e lo fissò senza dire niente rimanendo fermo lì, senza motivo apparente. Quello sguardo, con cui il vecchio lo teneva inchiodato, lo riscosse dal torpore di prima e pur provando un brivido lungo la schiena, quegli occhi furono per lui uno stimolo. Poi il vecchio sparì, così, come non fosse mai esistito.
Per fortuna gli rimaneva Matilde, pensò, per fortuna su lei poteva ancora contare. Quel pensiero lo riportò subito alla realtà e lo costrinse a considerare quello che stava per fare. Matilde era bellissima, le sue potenzialità incredibili, quasi perfetta per lui. Provò l’impulso di accarezzarla piano, ancora una volta, per provare quella sensazione di appagamento completo che gli rimaneva dopo. Era molto erotica Matilde e riusciva a trasmettergli serenità e stimolo al tempo stesso: una magia di cui non poteva più fare a meno.
Ancora un lampo di luce nel buio della notte nebbiosa. Vide un disegno. Un foglio da disegno di quello delle elementari pieno di colori vivi e accesi, con il tratto tipico di un bambino, lui appunto, quando aveva otto anni. C’era un gran sole con i raggi che lunghi e dritti che scendevano ad illuminare una valle piena di alberi verdi smeraldo, e fiori variopinti su un prato giallo e verde, una casetta di legno, piccola ma aggraziata, rassicurante nella sua ingenuità. Dietro lo steccato c’erano animali come un gallo, un bue e un cane, tutti disegnati semplicemente e degli uccellini nuotavano in un cielo azzurro, con tanto di nuvolette bianche come la neve. Ora provò gioia, la sensazione giocosa di quando l’aveva fatto quel disegno, tanti e tanti anni prima, ma durò poco e subito dopo riprovò quel senso di abbandono, di sconfitta e di rabbia per la vita che l’aveva tradito e deluso.

Qualcosa si mosse nella nebbia e lui capì che il momento stava per arrivare; l’aveva atteso a lungo ma era pronto e aveva la certezza che tutto sarebbe andato bene. Ancora una volta ripensò alla sua Matilde e sorrise.
C’era stato un tempo in cui aveva provato a rincorrere la sua felicità, un tempo in cui aveva ancora la speranza di essere libero, di uscire dal tunnel. Una casa, una compagna, una figlia, un lavoro. Tutto normale in un mondo che non si era mai accorto di lui, come di nessuno del resto, ma tutto secondo un programma prestabilito, come un canovaccio teatrale scritto da qualcun altro, non certo da lui e che lo spingeva a vivere di moto rettilineo uniforme. Poi era arrivato il cambiamento e la consapevolezza che quella non era la sua vita e i problemi di sempre, accuratamente sepolti sotto stratificazioni di consuetudini e di convenienze, erano tornati in superficie, come i suoi bisogni irrealizzati e le domande che non potevano più trovare risposte. Pian piano si era fatta strada la nebbia, l’ottundimento interiore, per provare meno dolore possibile. Ma per fortuna alla fine aveva capito cosa doveva fare e come: aveva una nuova compagna ora, aveva solo lei.

Gli uscieri gallonati del palazzo si irrigidirono e i tacchi degli uomini in divisa scattarono. “Ci siamo!” Pensò. Quanto tempo aveva aspettato nella nebbia e ora era giunto il momento della verità.
Uscirono prima le due macchine civetta, le due di scorta e poi, lentamente, con una arroganza insopportabile, la lunga Lancia blu notte con i finestrini oscurati. Sapeva chi c’era lì dentro, lo sapeva bene e schiacciò il pulsante del telecomando.
Matilde esplose, il suo urlo coprì qualunque altro suono o rumore, la sua potenza distruttrice si espresse al meglio, come una catarsi biblica, sincera e vera, affidabile e riparatrice. Per un attimo, una semplice frazione di secondo, si sentì avvampare di desiderio, si incendiò di felicità e provò l’ebbrezza di essere vivo, vivo e immortale. Poi il silenzio lo rapì e lui si ritrovò, finalmente, nel mare della serenità.

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