Articolo

L’UOMO DI LEGNO

di Danni Novaga

«I can’t seem to face up to the facts

I’m tense and nervous and I can’t relax

I can’t sleep ‘cause my bed’s on fire

Don’t touch me I’m a real live wire»

Il nero opaco della notte squarciato da rumori regolari. Veloci. Lo sferragliare delle ruote sulle rotaie. Lo stridere dei freni. Scintille. Fuoco nel buio. Il faro circolare della locomotiva. Farsi ingoiare e sputare dalle stazioni vuote. Correva quel treno. Senza soste attraverso eterne pianure, lunghe gallerie, accanto al mare rabbioso. Sotto un cielo di nubi ruvide e una grande luna di sangue.

Corre veloce. Veloce come i pensieri dell’unico passeggero della terza carrozza. Seconda classe. Ultimo scompartimento. La cabina chiusa. Le tende pesanti e sporche tirate. Seduto vicino al finestrino, le gambe allungate sul sedile di fronte. Solo, guardava fuori. Non che si vedesse un granché. A volte la luna. La schiuma delle onde. Il contorno confuso delle montagne.

Gli faceva compagnia il suo volto. Stampato nella notte. Uno specchio che andava in frantumi e si ricomponeva durante il passaggio nelle stazioni. Con le loro illuminazioni solitarie. Quel viso. Non era sempre stato così brutto. Ora vedeva le orecchie appiattite. Il naso storto e tumefatto. Le tante piccole ferite mal rimarginate. Le cicatrici gonfie. Pochi ciuffi neri in testa. I lunghi peli ingrigiti della barba. Le sopracciglia pesanti. Gli occhi timidi.

Si guardava e pensava. Pensava al suo ultimo combattimento.  I muscoli, le vene, le narici che sbuffavano, si dilatavano, si serravano. I denti bianchissimi. I suoi movimenti veloci. Imprevedibile la sua danza. Duri i suoi pugni. Fino al ko per un destro letale. Poi la difficoltà a trovare un nuovo incontro. Gli stenti economici. I debiti. Un bar di periferia. Una birra messicana e il primo ingaggio. La prima pistola. Il primo morto. I primi soldi dopo mesi.

Un colpo di sonno. La testa che si appoggia al sedile. Apre gli occhi dopo qualche minuto. Si schiaffeggia leggermente. Prende la borsa appoggiandosela sulle ginocchia. Una piccola borsa nera. La molla scatta e la serratura dorata si apre. La pistola sempre lì. Luccicante. Spavalda. Carica. Alcuni fogli stropicciati. Una foto. Una bottiglia metallica lucida come l’arma. Accarezza la canna. Stringe la bottiglia. Il tappo cede senza alcuna resistenza. Un unico sorso per finire quel che resta di un liquore scadente.

– Questo è l’ultimo. Lo giuro, questo è l’ultimo –

(Fonte immagine: http://it.freepik.com/foto-gratuito/treno-in-movimento-di-notte_664232.htm)

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