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Lo zingaro – parte 2

 

http://pauranka.it/narrativa-2/racconti-brevi/lo-zingaro-parte-1  (link della prima parte, ndr).

Entrai e subito vidi che il fuoco ardeva dentro un braciere posto al centro dello spazio delimitato dalla tenda. C’era anche la sedia che sognavo sempre, quella con la pelle di animale (forse una pecora) stesa sopra. La vidi e mi sembrò giusto sedermici. Uno  degli uomini mi guardò e annuì leggermente. Mi si misero tutti attorno, a cerchio, e aspettavano. Rimanemmo così, fermi, senza dire o fare niente, in attesa di non sapevo cosa. Dopo qualche minuto entrò la vecchia del sogno, la strega. In realtà non era tanto brutta e neanche tanto vecchia. La guardai meglio mentre si dirigeva a passi lenti verso una specie di tavolino e capii che si trattava della donna che avevo visto subito dopo l’incidente. Lei non mi guardò e, una volta arrivata lì, cominciò a, come dire, apparecchiare con un drappo rosso scuro ricamato d’oro, molto antico, alcuni oggetti strani e una candela, che accese subito. Infine vi posò sopra un piatto, con un tovagliolo che ne copriva il contenuto. Fatto questo si appartò insieme agli altri e aspettò anche lei. Guardando con più attenzione vidi che sul tavolo da una parte c’era un oggetto che riconobbi come mio. Era la plastica del fanalino anteriore destro della mia macchina, evidentemente staccatosi al momento dell’incidente e rimasto lì. Mi chiesi perché mai fosse su quel tavolo. Qualche minuto più tardi sentii il suono di un flauto che, da fuori la tenda, intonava una melodia che sapeva di antico, di magico, dal timbro medioevale mi parve, sicuramente inquietante, come la nenia che avevo sentito in sogno. Fu troppo. Per la prima volta da che ero arrivato ebbi la netta sensazione di un pericolo imminente e feci per alzarmi. Una mano mi si posò con forza sulla spalla e mi obbligò a rimettermi seduto. Uno degli uomini davanti ame mi vomitò addosso qualcosa di incomprensibile e io mi rimisi buono buono ad aspettare. Dopo un tempo che mi sembrò lunghissimo il cerchio si aprì, come nel sogno, ed entrò un uomo enorme, curvo per gli anni, coi capelli bianchi e lunghi fino alle spalle. Si fece avanti lentamente dirigendosi deciso verso il tavolino apparecchiato. Tutti gli astanti si fecero da parte per farlo passare. Era chiaramente qualcuno importante. Non riuscii a vederlo bene in viso però, un po’ per la penombra rischiarata solo dal fuoco e dalla candela accesa dalla vecchia e un po’ perché i capelli gli coprivano buona parte della faccia. Ma quando si accomodò sulla sedia che c’era al di là del tavolo, in modo da trovarsi proprio di fronte a me, si scostò i capelli e mi guardò fisso. Aveva mille rughe profonde sul viso, grandi occhi neri sotto sopracciglia folte e grigie, labbra e naso marcati, lineamenti tipici da zingaro. Doveva essere molto vecchio, ma emanava qualcosa di forte e di misterioso. Subito la vecchia si avvicinò. Tolse il tovagliolo dal piatto e vidi così che dentro c’era una torta color cioccolato, chiaramente fatta in casa. Mi ricordò il ciambellone che faceva spesso mia madre. Ne tagliò una fetta, la mise in un piattino posto su di una mensola lì accanto e me lo portò, sempre evitando di guardarmi. Presi il piattino e mi girai verso gli uomini. Erano tutti immobili e guardavano il vecchio seduto al tavolino di fronte a me. Questi aspettò che la vecchia tagliasse un’altra fetta del dolce. Poi prese una forchetta e mi fece cenno di mangiare insieme a lui. Per un momento pensai di rifiutare ma qualcosa mi diceva che, se lo avessi fatto, mi sarei messo nei guai. Decisi così di assecondarli. Dopotutto il vecchio mangiava lo stesso dolce che era stato dato a me. Così, con mano un po’ tremante, presi la forchetta che mi porgeva uno degli uomini e mi misi in bocca un pezzo di torta. Era molto dolce, si sentiva che c’era della cioccolata e sembrava avereproprio il sapore del ciambellone, ma avvertivo anche qualcos’altro di mai assaggiato prima. Il vecchio mangiò tranquillo la sua fetta, fissandomi senza distogliere gli occhi e io lo imitai. Finite entrambe le fette di dolce la vecchia si riprese il mio piatto, mentre il resto della torta rimase davanti al vecchio. A questo punto un uomo accanto a me si rivolse nella mia direzione e mi disse qualcosa nella loro lingua. Non capii naturalmente e glielo dissi, così lui mi indicò un oggetto posto sopra una mensola accanto e la vecchia vi si diresse aprendolo. Era un portafoto di strana fattura che, una volta aperto, rivelò l’immagine di un bambino di circa sette-otto anni.

“Tu” disse a quel punto la voce del vecchio, possente e profonda, “assassino!”

“Io?…Che cosa dici?…”

“Tu!” Ripetè con occhi improvvisamente fiammeggianti “assassino! Hai ucciso mio figlio!”

“Che cosa?” Balbettai spaventato “io?…”

Come poteva essere? Non era stato un cane allora, mi chiesi, era addirittura un bambino, il figlio del vecchio? E inevitabilmente ripensai all’incidente e a quanto ero ubriaco e spaventato. Poteva essere, mi dissi, sì. Mi resi conto allora di essere in trappola e di nuovo cercai di alzarmi, mentre tentavo di dire qualcosa di sensato. Venni nuovamente tenuto giù, ma stavolta le mani che mi tenevano fermo  erano almeno otto. Passarono alcuni secondi in cui gli uomini dissero qualcosa tra di loro, per poi rivolgersi al vecchio. Questi alzò una mano e si fece silenzio. Poi, con gesto lento e misurato, tirò fuori dall’abito un coltello, di quelli col manico di legno, antico, con una lama di almeno venti centimetri. Me la mostrò alzandola e tenendola davanti al viso e, fissandomi con sguardo pieno d’odio, pronunciò una parola, una parola sola: “DELIRA!”

Subito dopo piantò con forza la lama dentro al dolce rimasto e rimase impassibile a fissarmi.

Il mio ricordo ora si fa confuso. So che tentai di nuovo di dire che mi dispiaceva, che non avevo capito che era un bambino, che avrei rimborsato, pagato, fatto qualunque cosa potevo per riparare, ma fu inutile: neanche mi ascoltavano e il vecchio aspettava, aspettava fermo dov’era. Dopo aver pronunciato quella parola si era come spento. Tutti gli altri mi tenevano fermo sulla sedia e io cominciai a sentirmi strano. La vista mi si annebbiò mentre mi accorsi che la vecchia mi si era messa di fronte e aveva intonato una strana cantilena. La nebbia si fece sempre più fitta e alla fine, evidentemente, svenni.

Mi risvegliai in macchina, sotto casa, almeno tre ore dopo, a notte fonda. Sul sedile accanto al mio c’era un’involto di carta bianca, chiuso alla buona. Lo aprii già sapendo, chissà come, cosa vi avrei trovato: era il resto della torta, ma senza il coltello del vecchio. Preso dal panico l’afferrai, scesi dalla macchina e la gettai nel cassonetto li vicino.

“Accidenti che storia!” Disse il medico quasi sottovoce. “E poi?…Voglio dire, che facesti dopo?”

“Tornai a casa. Mia moglie mi aspettava sveglia, seduta sul divano del salotto.

“Ho telefonato a tutti gli ospedali” mi disse “stavo per chiamare la polizia”

Io mi accasciai in poltrona davanti a lei.

“Ma cosa ti è successo? Sono le tre del mattino! Sei scomparso da ieri mattina! Te ne sei andato in ufficio e, senza dire niente a nessuno, sei sparito! Cosa ti succede, è? Vuoi dirmelo? Sono tua moglie, la tua compagna…”Mi disse con gli occhi rossi e gonfi di lacrime.

Mi alzai a fatica e mi inginocchiai di fronte a lei.

“Scusami Marta” balbettai piangendo come un bambino “perdonami!”

E le raccontai tutto, tutto quanto. All’inizio sembrò credermi, ma alla fine, dopo che le avevo raccontato del dolce, del pugnale e della parola pronunciata dal capo del villaggio, rimase a fissarmi in silenzio. Non piangeva più ora. Se ne stava perplessa lì, a fissarmi. Capii che non poteva credermi. Io stesso non avrei creduto. La cosa per quella sera finì lì ma la mattina dopo, una volta che mia figlia Elena se ne fu andata all’università, mi chiese quanto avessi bevuto a quella festa. Era chiaro che pensava fossero tutte allucinazioni da ubriaco. Lasciai che si convincesse di questo. Era meglio così per lei e poi non avevo la forza di farle credere a quello che veramente era successo. D’altra parte io stesso, ripensandoci, nutrivo qualche dubbio.”

“Come? Neanche tu ci credevi più?”

“No. Ma tre giorni dopo cambiò tutto. Dopo che iniziarono…i deliri!”

“I deliri? E cioè?”

Gino guardò il vecchio medico con occhi velati di tristezza.

“Dottore, quanto sto per dirle sarà difficile per lei da credere. Ma le giuro che è la pura verità e …” fece un risolino senza alcuna gioia nel volto “e le giuro che non sono pazzo. Non ancora.”

“Va bene Gino. Ma dai, ora…racconta, ti prego!”

Con un lungo e penoso sospiro Gino riprese a narrare la sua storia.

“Quando quel mattino scesi per andare in ufficio mi sentivo meglio. Erano tre giorni che dormivo  poco o niente, non avevo appetito e avevo anche ripreso a fumare, dopo quasi sei anni che avevo smesso! Ma la giornata era splendida e per la prima volta, dopo giorni d’inferno, mi dissi che sarebbe passata. Se veramente avevo ucciso quel bambino, di certo non era stato che un incidente e, malgrado fosse mia la responsabilità, me la sarei vista con la mia coscienza, evitando però il carcere, dal momento che gli zingari  non avevano alcuna  intenzione di denunciarmi. L’avrebbero già fatto altrimenti. Me ne convinsi. Non sarà facile convivere con un tale peso ma ce la farò. Così decisi di gratificarmi, entrando a fare colazione in un bar vicino all’ufficio. Mentre masticavo a fatica per mancanza d’appetito, ormai cronico, il mio cornetto con la marmellata, davanti alla tazza di caffellatte, mi accorsi che c’era un bambino di circa cinque o sei anni che mi fissava dall’altra parte del bancone. Teneva la madre per mano mentre questa trangugiava una fetta di torta e serio mi fissava da sotto in su. Gli sorrisi, ma lui si fece ancora più cupo in volto. Poi, lentamente, accadde. Lentamente cioè, la sua faccia cominciò a cambiare.

“A …cambiare?”

“Sì, a cambiare, dottore. Vidi che la fresca pelle del suo viso gli si allentava, allungandosi verso il basso. Quindi prese a ritirarglisi lateralmente, dietro le orecchie. Vidi, con questi stessi occhi vidicome ora vedo lei, che sempre più rapidamente prendeva  piede un processo di scarnificazione del suo volto, mentre al posto degli occhi rimasero solo dei globi roteanti dentro orbite ossute. I capelli del bambino, inizialmente dei magnifici riccioli bruni, finirono per diventare prima cortissimi, poi asparire completamente, portandosi via la cute e lasciando in vista il cranio. In pochi secondi quel bambino era diventato uno scheletro vivente e, nel momento in cui la madre gli porse un pezzo della sua torta, questi la prese con mano rinsecchita e se la ficcò in bocca, masticandola con le mascelle e mandibole sdentate, da dove però, senza più lingua, colava un immondo liquido denso, rossiccio e mucoso misto a briciole di dolce. La scena risultava ancora più realistica per il rumore che faceva il bambino masticando: simile ad un anguilla che si agiti in un liquido denso e gelatinoso.

“Mio Dio!” Esclamò il medico inorridito.

“Fu esattamente ciò che esclamai io, poco prima di lasciar cadere il residuo di cornetto che avevo in mano e precipitarmi in strada urlando di disgusto e spavento. Avevo conati che mi impedivano di respirare e il terrore per la scena a cui avevo assistito mi impediva perfino di pensare. Le persone che mi passavano accanto evitavano di guardarmi, come si fa con qualcuno che sembra posseduto dal demonio. Mi nascosi così in un portone e mi ci vollero diversi minuti per riacquistare un barlume di capacità mentale. Nei giorni seguenti le allucinazioni si ripeterono. Ogni volta che avevo modo di incontrare un bambino, dai sei ai nove anni, si ripeteva la stessa terribile scena e ogni volta fuggivo via inorridito e in preda al panico. In più, come se non fosse bastato, la notte facevo un sogno, sempre lo stesso. Entravo nella tenda degli zingari e uno di loro mi indicava la foto col figlio del capo del villaggio. Questi, nella fotografia, aveva solo mezza faccia normale, presentandosi l’altra metà schiacciata come se una macchina gli fosse passata sopra. Io, in sogno, scuotevo la testa con decisione, ma una mano mi afferrava con forza la faccia obbligandomi a guardare verso il vecchio zingaro che, brandendo il coltello pronunciava con odio parole incomprensibili verso di me.

Quindi finiva per ripetere quella unica parola a me comprensibile: “DELIRA!”

“Calmati Gino! Stai tremando!”

L’uomo annuì, ma il suo sguardo era perso nel vuoto. La respirazione si fece faticosa e il medico pensò di avvertire l’infermiera, ma, subito dopo, il racconto riprese.

“Capisce dottore? Non riuscivo più a dormire, perché, nel bel mezzo della notte, anche se ad ore diverse, avevo l’incubo. Passavo le ore ad aspettare che il sogno comparisse, nell’assurda speranza che, dopo, avrei potuto chiudere gli occhi e riposarmi almeno per qualche minuto. In ufficio non ero più in grado di lavorare e in casa mi si trattava con accondiscendenza, come si fa con un povero demente, ormai senza speranza. Inoltre ero sempre più debole perché riuscivo a mangiare solo pochi bocconi. La scena del bambino e dei bambini che…si scheletrivano, mi si parava davanti agli occhi impedendomi di proseguire. In poche settimane sono diventato come mi vede ora.

“E’ stato allora che ti hanno ricoverato?”

“No. Quello che le sto raccontando è successo quattro mesi or sono. Io sono qui solo da una settimana.”

“Ma allora?…”

Gino chiuse gli occhi e rimase zitto. Si vedeva che soffriva terribilmente e che lottava contro qualcosa dentro di lui. Quando riaprì gli occhi il dottore si spaventò, leggendovi un terrore senza confini e vi lesse anche la stessa luce che tante volte, nella sua professione, aveva letto nello sguardo dei moribondi.

L’uomo tossì forte, una, due, tre volte, e del sangue gli colò dalla bocca. Il medico subito si alzò, pronto a chiamare chi di dovere, ma Gino gli afferrò il braccio.

“No dottore!”

“Ma tu stai male!…Hai del sangue che…”

“Lo so, e lo sanno anche loro. Mi ascolti ancora un poco dottore e tutto, glielo prometto, tutto le sarà chiaro. Sieda dottore e mi lasci finire.”

“Poco persuaso il medico si risedette, aspettando che l’amico si riprendesse e continuasse il suo racconto.

“Vede dottore, la cosa andò avanti parecchio. All’inizio cercavo di conviverci, perché, anche se non mi capacitavo di quello che mi stava succedendo, ero convinto che era frutto soltanto del mio senso di colpa e che di allucinazioni  si trattava, non altro. Prima o poi sarebbero finite. Chiesi anche aiuto ad un suo collega, uno psichiatra, a cui necessariamente dovetti raccontare tutto. Lui fece del suo meglio e all’inizio sembrò che le cose si mettessero bene, soprattutto quando me ne andai da casa e, dando fondo ai miei risparmi, cominciai a viaggiare, ad andare sempre più lontano. La mia famiglia però si allontanò da me. Mia moglie e mia figlia non ce la fecero a starmi vicino. Io stesso pregai loro di trovarsi un’altra sistemazione, almeno fintanto che non fossi riuscito a migliorare e a riprendere una vita degna di essere vissuta. Fu  dolorosissimo staccarmi da loro, ma capivo che era meglio così. Le amavo troppo per rovinar loro la vita e non sopportavo più di leggere nei loro occhi pena e compassione quando mi guardavano. Così le lasciai andare e, contemporaneamente, su consiglio dell’analista, partii per una vacanza di circa due mesi. I sogni si diradarono fino a scomparire e le allucinazioni alla fine furono solo un angoscioso ricordo. Riuscii a riprendermi e, tornando, non avevo altro desiderio che di riabbracciare mia moglie e mia figlia. La vita, forse, poteva tornare ad essere accettabile anche per me, pensavo, appena dieci giorni fa.”

Il dottor Sebastiani, nell’esercizio della sua professione, aveva visto malati terminali, in preda al cancro devastante, soffrire meno di quell’uomo,  e preso da umana pietà, oltre che dal sentimento di amicizia che lo legava a Gino, gli afferrò la mano e la tenne stretta tra le sue.

“Coraggio amico mio!” Gli sussurrò “Sono qui con te!”

L’altro annuì sorridendo, ma il suo sorriso era pieno di sofferenza e di terrore.

“Quella mattina andai a prendere la mia famiglia alla stazione. Tornavano da un breve viaggio e avendo avuto con loro un continuo contatto epistolare, sapevano che sarei tornato. Quando vidi mia moglie scendere dal treno, con la speranza negli occhi, mi sembrò bella come mai l’avevo vista prima, quando riabbracciai mia figlia e respirai il suo odore di gioventù, arrivai perfino a pensare che le mie sofferenze erano state giuste in fondo, e che  Dio doveva esistere. Così tornammo a casa e nel farlo eravamo al settimo cielo. Ognuno dei tre aveva qualcosa da dire, da chiedere, da raccontare e le nostre voci, sempre più felici, si sovrapponevano impedendoci qualunque discorsosensato. Eravamo di nuovo insieme! Eravamo di nuovo una famiglia!”

Gino disse queste parole guardando fissamente il suo amico, uno sguardo da cui trapelava un orrore senza limiti.

“Che c’è?” Chiese il vecchio medico.

“Niente.” Rispose lui “niente” concluse. Ma l’orrore nei suoi occhi rimaneva.

“Suonarono alla porta mentre stavamo apparecchiando la tavola per il pranzo” continuò Gino “e andai io ad aprire. Non c’era nessuno, ma, abbassando lo sguardo, vidi che sullo zerbino qualcuno aveva lasciato un’involto di carta bianca.

“Oh Dio!” Esclamò l’amico “No!…”

“Restai di sasso a fissare quella…cosa, ma, dopo un po’, la presi e l’aprii. Era il dolce. La torta degli zingari. Ne mancava due fette, quelle che avevamo mangiato il vecchio zingaro ed io quasi cinque mesi prima.”

“Ma…com’è possibile?” Chiese il dottore con partecipazione.

“Non lo so dottore, ma la torta era lì, tra le mie mani, fresca come se fosse stata fatta pochi minuti prima. Mancavano  solo due  fette!”

“Sì ma, che voleva dire? Insomma…perché mai…”

Gino alzò la sua mano tremante e impedì all’amico di proseguire.

“Anch’io, in quel momento non capii, ma, sentivo che non era finita. Presi quel maledetto dolce e feci per portarlo dentro. Mi voltai quindi con quel piatto in mano e incrociai lo sguardo incuriosito di mia figlia. Stava sgranocchiando una tartina, una di quelle che aveva appena finito di preparare mia moglie. E in quel momento il suo viso cominciò a scarnificarsi. Sentivo mia moglie che dalla cucina, con voce allegra,  mi chiedeva cose futili che fino ad un attimo prima sarei stato ben felice di ascoltare, mentre davanti a me il viso adorato di mia figlia si andava trasformando in una spaventosa maschera di morte. In pochissimi secondi era ridotto ad un teschio, ma parlava, masticava, con quel tipico disgustoso rumore di sempre. Mia figlia, dottore, non una bambina, ma una ragazza di ventidue anni!

Svenni. Dissero che mi presero le convulsioni e che chiamarono l’ambulanza per portarmi qui, mentre a terra, mi agitavo in preda ad un attacco semiepilettico di cui nessuno riuscì a capire l’origine. Da allora sono qui, dottore, e…qui morirò.”

“Ma perché mai è successo questo? Cosa vuol dire infine?” Chiese il medico sconvolto “E che significa l’apparizione di quel…dolce, in nome di Dio?”

“Ma non capisce dottore?” Riprese Gino con un fil di voce “le allucinazioni erano tornate. Solo che da quel momento non avrebbero riguardato solo i bambini, ma tutte le persone che mi sarebbero state attorno. Per sempre!”

Il medico rimase in silenzio, ma scuoteva la testa incredulo.

“Da quel momento infatti, da dieci giorni a questa parte cioè, io vedo solo scheletri che camminano intorno a me, scheletri vestiti, che parlano, ridono, scherzano, piangono addirittura e…vivono. Da dieci giorni l’umanità che mi circonda è fatta da morti viventi e i loro visi sono dei teschi, con gli occhi vivi che roteano nelle orbite vuote e che annuiscono, o che negano…com’è… la sua faccia in questo momento dottore!”

A queste parole il medico scattò all’indietro, strabuzzando gli occhi e gemendo.

“No dottore, non si spaventi. Ormai mi sono quasi abituato, e poi…le mie sofferenze stanno per finire.” E così dicendo Gino emise un lungo sospiro. Si abbandonò sul cuscino e chiuse gli occhi.

“Vede dottore” ricominciò, sempre ad occhi chiusi e in un debole sussurro “alla fine ho capito. Alla fine tutto mi è stato chiaro. L’avrei dovuto fare all’inizio ma…una parte di me non ha voluto capire.”

“Cosa?” Chiese il medico con gli occhi lucidi.

“Che non avevo scampo. Solo masticando il mio peccato potevo salvare la mia anima. E così…”

Non terminò la frase. Gli occhi gli rotearono all’insù, ebbe una specie di singulto e spirò.

“Gino, Gino!” Il medico lo chiamò. Ma sapeva che era morto. Grosse lacrime gli rigarono il viso e gli tornò in mente quel che il suo amico aveva appena detto: “teschi che parlano e che piangono.”

Si asciugò e fece per alzarsi. Doveva suonare il campanello e chiamare l’infermiera, ma si bloccò.Ripensò all’ultima frase del suo amico: “Solo masticando il mio peccato potevo salvare la mia anima.”

Si guardò attorno. Non c’era nessuno. L’unico letto vicino a quello di Gino era vuoto.

L’armadietto!

Lo aprì titubante e sbirciò dentro. Quindi, con decisione, lo aprì completamente. Dentro c’era la torta degli zingari, il dolce che dieci giorni prima Gino aveva raccolto dallo zerbino di casa sua. Era lì, fresco come fatto in quel momento ma, guardando meglio, capì finalmente il significato di quella frase e del perché il suo amico era così certo di morire: non mancavano come al solito due sole fette. Ne mancavano almeno quattro. Gino ne aveva mangiato ancora.

Quanto bastava!

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