Articolo

Lo zingaro – parte 1

Il dottor Sebastiani varcò la soglia dell’ospedale a mezzogiorno in punto.

Rimase meravigliato della modernità delle strutture e dell’efficienza che percepiva percorrendone i corridoi. Si lasciò pertanto piacevolmente aggredire dalla ben conosciuta puzza di disinfettante e urina che lo investì passando davanti a Geriatria. In fondo la sua più che trentennale esperienza come medico condotto lo aveva abituato a ben altro e ormai cominciava a rimpiangere ciò che un tempo faticava ad accettare, dal momento che da un anno era in pensione. Aveva acconsentito di buon grado all’invito della sorella di Gino, suo ex-paziente e amico, quando l’aveva pregato di andarlo a trovare in ospedale dove era ricoverato da circa una settimana. Non lo vedeva da tanto, da quando si era presentato sconvolto al suo studio una sera sul tardi. Quant’era, si chiese, cinque o sei mesi prima? Non ricordava, e aveva saputo dalla sorella che non se la passava bene. Sembrava affetto da mania persecutoria, e la psicosi si stava aggravando, gli aveva riferito al telefono un collega che conosceva. Quando però entrò nel reparto SPDC (Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura) il suo stupore aumentò, per l’evidente pulizia delle stanze e per l’atteggiamento disponibile e umano che dimostrava il personale che vi lavorava.

“Desidera?” Gli chiese una infermierina giovane e dolcissima con gli occhi nerissimi. Gli fece pensare a Bambi.

“Sì, sono il dottor Sebastiani, medico curante del sig. Apolloni.”

“Ah sì: il signor Gino!”

“Già, il signor Gino” Ripetè lui sorridendo.

“Prego da questa parte.”

“E la cerbiattina si avviò con passo leggero verso un corridoio asettico ma coi colori caldi ed accoglienti.

“Ma…come sta?” Chiese lui mentre camminava al suo fianco.

“Beh, oggi abbastanza bene mi pare. Nei giorni scorsi però ha avuto un paio di crisi.”

“Potrei parlare poi col medico di guardia?”

“Col dottor Gismondi? Ma certo! Lo conosce?”

“No, veramente no. È la prima volta che vengo qui.

“Capisco. Non c’è problema. Quando avrà finito mi chiami e ce la porterò io. Eccoci arrivati.”

Era una stanza modernissima, con due letti, di cui uno era vuoto.

“La lascio al suo paziente. Ma chiami subito se ha bisogno di qualcosa!”

“Certo, grazie signorina!”

La cerbiattina gli elargì un sorriso alla Heidi e corse via.

Si avvicinò. Non credeva a quello che vedeva e rimase qualche secondo a cercare di accettare quel che i suoi occhi gli mostravano. Gino era irriconoscibile. Alto e grosso come due orsi, con due spalle da lottatore e un vocione baritonale, così lo ricordava. Ma nel letto davanti a lui c’era un uomo di quarantacinque chili al massimo, completamente calvo, con un colorito cadaverico e le labbra violacee. Sembrava dormisse e che non si fosse accorto della sua presenza.

“Gino! Ehi Gino!” Lo chiamò piano “Mi senti? Sono il dottor Sebastiani! Gino!…”

Questi, lentamente e faticosamente, tirò fuori una mano rinsecchita da sotto il letto, mentre socchiudeva gli occhi.

“Dottore!” Sussurrò appena con voce flebile “Dottor Sebastiani! Che bello vederla!”

“Come stai Gino?”

“Eh…”sospirò lui “è venuto per aiutarmi?”

“Be’ sì, certo. Poi andrò a parlare col medico di guardia e mi farò dire a che punto è la tua malattia. Se ce ne sarà bisogno posso anche parlare col primario e vedere di capire la terapia che…”

“No!” Lo interruppe Gino scuotendo lievemente il capo “non serve dottore.”

“Come non serve?” Chiese lui perplesso.

“Sto morendo dottore!”

“Ma…ma dai, Gino!” Ma, mentre così diceva, sospettò che avesse ragione.

“È così, mi creda. E poi so che lo vede anche lei.”

Seguì qualche secondo di imbarazzato silenzio.

“Senti Gino…in effetti non è che ti trovi bene. Magari potrei rintracciare un mio collega che lavora in un ospedale di Milano e…”

“Mi ascolti dottore, le ripeto che sto morendo e so quello che dico. Nessuno può farci niente ormai. Però qualcosa per me la potrebbe fare, se veramente vuole aiutarmi.”

“Ma certo Gino, dimmi!”

“Ecco…si sieda qui allora e…ascolti quello che le dirò, anche se stenterà a credermi. Vede, dottore, non l’ho mai raccontato a nessuno, ma ho bisogno, tanto bisogno di…qualcuno che mi ascolti e che capisca…Le giuro che ciò che sto per riferirle è assolutamente vero, tutto vero! E se, come spero, alla fine lei mi crederà, saprà perché sono certo di stare per morire.”

Il dottore, annuì in silenzio, vedendo il suo amico tanto agitato. Capì che Gino doveva aprirsi con qualcuno e che quel qualcuno era lui. Ricordava che Gino non era credente, perciò, di conseguenza, non avrebbe mai confessato niente ad un prete. Capì pure che doveva essere stato lui a farlo chiamare dalla sorella.

“Ma quello che le dirò dottore, dovrà tenerselo per sé” aggiunse accorato.

“Certamente Gino, dimentichi che sono un medico. Potrei riempire due valigie grandi di segreti!”

“Lei ancora non capisce dottore! Se rivelasse il mio racconto a qualcun altro passerebbe sicuramente per matto! Non sa che cosa è capace di fare la maldicenza!”

“Beh, data la mia età, qualcosa ne so…comunque…va bene” disse piano “va bene Gino, comincia pure:  ti ascolto.” E si mise a sedere sulla sedia accanto al letto.

“Più vicino dottore, venga più vicino. Nessuno dovrà ascoltare quello che sto per dirle. Lo capisce?”

E lui si spostò con la sedia, accostandosi al letto e abbassando il capo verso di lui.

“Tutto cominciò il 16 ottobre dello scorso anno” cominciò Gino in un sussurro “se lo ricorda il giorno che venni al suo studio che era sera tardi?”

“Sì, ricordo benissimo!” Rispose il dottore “saranno state le undici di sera e io stavo per chiudere. Ti precipitasti dentro sconvolto che non riuscivi neanche a parlare. Avevi avuto un incidente, dicesti. Giusto?”

“Sì dottore, giusto. Ma non fu proprio un semplice incidente.”

“Che vuoi dire Gino?”

“Quella sera tornavo da una cena con amici, molti di loro erano colleghi di università che non vedevo da molto tempo. La cena era stata sostanziosa e il vino abbondante. Inoltre ero uscito un po’ in giardino perché aveva cominciato a nevicare e mi ero messo a scherzare con gli altri, a fare a palle di neve, come quando eravamo ragazzi, anche se ragazzo da tempo nessuno di noi era più. Così mi ero infreddolito e rientrando cominciai a bere qualcosa per scaldarmi. Non è mia abitudine farlo ma quella sera esagerai, complice il cognac di ottima qualità del mio amico Alfredo. Fatto sta che ero un po’ su di giri quando mi accinsi ad andar via. Fu Paolo a dire che meglio avrei fatto a non ritornare a casa e a rimanere a dormire lì, ma il giorno dopo avevo un lavoro importante da presentare e dovevo andare per forza in ufficio presto. D’altra parte nessuno di noi era sobrio abbastanza da potermi accompagnare a casa con la macchina. Alcuni avrebbero dormito lì, mentre  altri sarebbero tornati a piedi perché erano relativamente vicini di casa. Così Alfredo mi consigliò di non fare la solita strada per tornare, perché facilmente ci sarebbe stata qualche pattuglia della polizia a controllare con l’etilometro. Se mi avessero fermato, beh, m’avrebbero sicuramente arrestato. Meglio se t’imbuchi per via del Mandrione, disse, così eviterai di essere fermato dai poliziotti che lì sicuramente non ci sono.”

“Via del Mandrione? È quella via che va dritta verso piazza S. Maria dei Pazzi?”

“Sì, dottore, proprio quella!”

“La via dei Rom…degli zingari?”

“Sì, quella dove vi sono gli accampamenti e i loro villaggi.”

“E che successe?”

“Sbandavo parecchio mentre la percorrevo, anche perché un po’ di neve si era accumulata ai bordi della strada. Il parabrezza poi era appannato, malgrado lo sbrinatore…non ci sono lampioni sufficienti…ero tanto stanco e avevo sonno…ma soprattutto ero ubriaco…”

“Avesti l’incidente? Mi ricordo che dicesti d’aver investito un cane.”

“Sì dottore, ebbi un incidente. Ma non era un cane. Quella notte, io, ho ucciso un bambino!”

“Oh Dio!” Esclamò il vecchio medico “un bambino?”

“Sì! Aveva otto anni. Era il figlio del capo del villaggio.”

“Ma come?…”

“Lì per lì non lo capii. Avevo sentito un colpo  al parafango destro, poi un sobbalzo con la ruota posteriore, come se fossi passato sopra qualcosa. Frenai e accostai. Mi rivoltai per guardare cosa fosse successo. Sento ancora il rumore dei tergicristalli, vedo ancora il lunotto appannato e la fioca luce dei fanalini posteriori della mia macchina che si riflettevano debolmente sulla neve. Vidi una donna anziana, con uno scialle di lana sulle spalle, precipitarsi verso quello che mi sembrò essere il corpo di un cane steso a terra. Urlava la donna, urlava e alzava faccia e mani al cielo. Dopo pochi secondi si accesero delle luci e altre persone accorsero. C’era una gran confusione. Non capivo e non sapevo se scendere o no. Mi girava la testa e avevo paura. D’un tratto un uomo, un giovane, si avvicinò di corsa alla macchina. Era agitatissimo e quando si accostò al finestrino vidi che era uno zingaro. Diceva parole incomprensibili e batteva forte coi pugni sul vetro. Mi ritrassi spaventato: l’avrebbe sicuramente rotto da un momento all’altro e così… Un attimo dopo schiacciai il pedale dell’acceleratore e slittando sulla neve riuscii a ripartire a tutto gas, dileguandomi nella notte.”

“Oh Dio, Gino!” Esclamò ancora il medico.

“Già. Incredibile eh? Proprio io! L’avreste mai detto che uno come me potesse essere capace di scappare via in quel modo? Ma ero terrorizzato, perché pensavo di aver investito, magari ucciso, il cane di qualcuno degli zingari e poi ero mezzo ubriaco, cosa avrei potuto dire? Non sapendo cosa fare e non volendo tornare a casa in quello stato, mi sono precipitato da lei dottore. Non erano le undici però, era quasi mezzanotte. Lo so perché ricordo che pensai a Marta, che a quell’ora sicuramente già dormiva.”

“Tua moglie vero? E cosa le dicesti dopo?”

“Quello che credevo: che avevo ucciso un cane. Naturalmente glielo dissi il giorno dopo, evitando di raccontarle di quanto avevo bevuto e di…tutto il resto.”

“E quando fu che riuscisti a sapere che invece si trattava di un bambino?”

“Due mesi più tardi, quando ritornai nel villaggio.”

“Tornasti nel villaggio? E perché?”

“Veramente all’epoca non lo sapevo ancora. Sentivo che dovevo tornare là. Mi ero messo in testa di rimborsare in qualche modo quella gente, magari con una piccola somma di denaro. Non potevo immaginare che erano loro a chiamarmi.”

“Come?…Ti chiamavano?”

“Dal giorno dell’incidente non riuscii più a dormire bene. Anzi, a dir la verità, non c’era notte che non facessi sempre lo stesso sogno: un incubo!

Sono nel villaggio e qualcuno mi porta dentro una tenda, come fosse un accampamento indiano. C’è un fuoco acceso a terra, al centro di questa, e nell’aria sento una nenia, un motivo dolce ma molto inquietante. Poi, all’improvviso sbuca da chissà dove la vecchia, la donna di quella sera. È brutta come una strega e ha  occhi di fuoco. Vorrei scappare, ma non ci riesco. Le mie gambe non ubbidiscono. Così la vecchia mi indica una sedia, con una pelle di animale stesa sopra, e mi ordina, con quel gesto, di sedere lì. Io ubbidisco.  Intorno a me vedo persone disposte in circolo che mi guardano torvi. Sono zingari. Poi questo cerchio si apre, anche la tenda si apre, come per far passare qualcuno e…a quel punto mi sveglio seduto sul letto, tutto sudato e col cuore a mille.

Questo era l’incubo che facevo  tutte le notti.”

“Accidenti!”

“Così, dopo aver inutilmente tentato con qualche sedativo, non riuscendo più a resistere, mi decisi a ritornare al villaggio per cercare di capire, naturalmente senza dire niente a nessuno, neanche a Marta.”

“E tua figlia?”

“Mia figlia Elena aveva i corsi fuori sede, per fortuna, ed era spesso via da casa. Ma, quando mi chiese cosa fosse successo, anche con lei dovetti fingere, senza peraltro riuscire minimamente a convincerla che andasse tutto bene. Fiutava che c’era qualcosa di grosso sotto che non dicevo. Ma, anche se era preoccupata, discretamente, faceva finta di credermi, come mia moglie del resto. Ad ogni modo un giorno mi decisi. Staccai dall’ufficio un’oretta prima e mi diressi al villaggio. Non ebbi difficoltà a trovare la strada perché, incredibilmente, mi sembrò di esserci già stato, ma mi tremavano le gambe quando arrivai ad una specie di piazzola, perché vidi che mi stavano aspettando. Erano le facce che mi comparivano in sogno da due mesi. Mi fecero capire che dovevo seguirli e così feci. Anche se la tensione era altissima e anche se leggevo odio e disprezzo nei loro occhi scuri, nessuno mi toccò con un dito, né mi minacciò in alcun modo.

Mi fecero entrare in una specie di bungalow un po’ diroccato. All’interno c’era una tenda, che creava uno spazio, chiuso da un lato dal muro del piccolo edificio. Mi accorsi che all’interno della tenda c’era un fuoco che ardeva. Ne vidi il bagliore e tremai.

[…]

(Continua venerdì prossimo, ndr) 

blog comments powered by Disqus