Articolo

Ladri d’argento

                                                                                                                                                                      di Danni Novaga

 

“Quando alla fine riusciremo a credere

nelle nostre promesse,

avremo pace, le risposte incognite

pur sempre le stesse.

Per dare un domicilio alle distanze e a noi

e un giorno perfetto”

"Nudo alla finestra", Eduard Hopper

“Nudo alla finestra”, Eduard Hopper

La sveglia alle sei e mezza. Mal di testa per il cattivo sonno. Uno sguardo oltre la tenda. Il cielo pesante d’inverno. Già chiaro da maggio. Capire la temperatura, se pioverà, se sarà una giornata di sole.

La colazione. Dieci minuti. Latte caldo e miele anche d’estate. Tre biscotti alla vaniglia. La doccia. Un quarto d’ora. Il bagnoschiuma alla menta. Da quanto tempo non ne compro uno diverso? Prepararsi. Cinque minuti. È tutto già pronto dalla sera prima. I vestiti piegati sul divano in sala. La stazione è vicino casa. Dieci minuti a piedi. Trovare un posto è utopia. Nei treni del mattino si viaggia ammassati tra e nei vagoni.

Poi il tram. La fermata fuori la stazione. Le solite facce. Ma non ci siamo mai salutati. È facile sedersi. Osservo gli altri passeggeri. Da quando i ragazzi non mi guardano più? Prima succedeva. Ci deve essere stato un momento, un giorno, in cui ho cominciato a perdere l’attenzione di questi sconosciuti. Ma non so quando. Quante storie potrebbero iniziare così, con uno sguardo ricambiato in un certo modo. Ma non accade mai. A nessuno è mai successo.

L’ufficio in periferia. La moquette blu che copre le assi del parquet. Vibra tutto quando qualcuno si muove con passo pesante. Il computer. La prima pausa caffè. Il computer. Il pranzo. Il computer. La seconda pausa caffè. Il computer. In mezzo chiacchiere e sorrisi che da anni non significano nulla. La fotocopiatrice a lavoro. Le mani che battono sulle tastiere. Il telefono squilla. Qualcuno risponde sempre.

Alcuni sono andati via. Chi ha cambiato città. Chi paese. Chi marito. Altri hanno fatto carriera. Stipendio più alto. Villetta con giardino su tre lati. Macchina nuova. Chi è rimasto alla solita scrivania è uguale a qualche anno fa. Solo più grigio e anonimo.

Il viaggio di ritorno. Penso spesso a lui. I progetti di convivenza. Gli oggetti comprati insieme per la casa nuova. Non c’è stato più nessuno dopo. Rimangono i ricordi. Sfocati. Non l’ho più visto. Né sentito. Nessun contatto. Nessuna notizia. Solo il sogno. Sempre lo stesso. Un deserto bianco. Lo vedo da lontano. Lo saluto. Una volta, due. Mi sbraccio per farmi notare. Lui si avvicina. Finalmente sembra accorgersi che esisto. Chiede: -come stai?-, gli dico che ho sempre pensato a lui, solo a lui, in questi anni. Glielo avevo promesso. Prima di lasciarci gli ho scritto: anche se non vorrai più vedermi, io dentro di me non ti lascerò mai andare.

 

 

 

 

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