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LA POLVERE MAGICA

Sigismondo era arrabbiato. Ancora una volta l’avevano preso in giro. Per una sciocchezza, una piccola distrazione, lo avevano deriso a lungo e lo avevano fatto sentire un incapace, il folletto più inutile della comunità.

“Accidenti a tutti voi!” – bofonchiava tra sé mentre saliva le scale di casa – “vedrete… oh sì, vedrete! Stavolta non fallirò e diventerò il migliore. Sarò il più forte e un giorno diventerò il più grande… il capo del villaggio, sì! Poi sarò io a ridere… Vedrete, oh sì, vedrete!…”

Intanto però rientrava a testa bassa nella sua dimora, triste e sconsolato. Era anche stanco e stressato e non sentiva di voler far altro che dormire. Appoggiò così alla sedia la sua bisaccia, dopo aver prima gettato di traverso la sua giacchetta di panno verde e appeso il cappellaccio ad un piolo di legno. Appena fu con il capo sul cuscino si addormentò come un ghiro e non si accorse che da un piccolo strappo della bisaccia ne usciva una polverina: era la polvere magica dei folletti, quella che gli avevano affidato per dargli un’ultima chance. Avrebbe dovuto usarla per dimostrare di essere degno del suo ruolo. Ma ancora una volta il destino non gli fu amico. La polvere, più leggera dell’aria, in pochi istanti venne trasportata lontano, molto lontano, fino ad arrivare nell’altra dimensione…. Quella degli esseri umani!

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Anna salì sul tram.

Era una stupenda giornata di sole, la primavera era ormai al suo culmine e le sembrava di avvertire qualcosa di magico nell’aria. Si appoggiò con le braccia sul sostegno trasversale posto sotto al finestrino della piattaforma e guardò fuori mentre il tram ripartiva. I platani della strada erano quasi del tutto fioriti e nel cielo le rondini si rincorrevano piene di vita. Le persone cominciavano ad alleggerirsi dai pesanti maglioni di lana e sembravano più attive del solito, come fossero tutte indaffarate a vivere al meglio quella fantastica giornata.

“Che bello!” – pensò Anna respirando profondamente quel profumo di primavera. E mentre socchiudeva gli occhi sorridendo, sentì montare dentro di sé l’entusiasmo che tutti le invidiavano, che era sì innato, ma che lei aveva saputo alimentare da sempre e che l’aveva accompagnata fino alla soglia dei suoi quarantasette anni.

“Quanto vorrei farmi una lunga passeggiata oggi, magari tra i banchi di quel mercatino laggiù o tra i viali del parco!” – pensò ad un certo punto – “e invece devo andare all’università per quel progetto di lavoro. Che strazio! Sarebbe bello avere più tempo per fare tutto e avere le giornate più lunghe, dilatando le ore per farle durare di più, anzi, indefinitamente, a volontà! Sarebbe bellissimo poter arrivare alla fine della propria esistenza con la consapevolezza di aver fatto tutto, ma proprio tutto quello che esattamente si era desiderato  fare.”

“Ma… che cos’è?”

Uno strano luccichio aveva attirato la sua attenzione. Una polverina argentata era entrata dal finestrino, portata dal vento, e le si era posata sulla spalla. Sembrava impalpabile come borotalco. Il tram rallentò, rallentò fino a fermarsi. Anna guardò ancora fuori e vide che le macchine, le persone, perfino gli uccelli nel cielo sembravano andare più piano. Ogni cosa aveva ridotto la velocità di movimento e sembrava proprio che il mondo volesse fermarsi da un momento all’altro. Così avvenne infatti. Dopo pochi minuti tutto si immobilizzò, anche il vento di primavera, così impetuoso fino a poco prima, si arrestò e le foglie dei platani erano immobili come se fossero dipinte.

“Ma che succede?” – si chiese sottovoce Anna spaventata. Si guardò intorno e vide che le persone che affollavano il tram erano anch’esse immobili come statue di cera. Una ragazza si era bloccata nel momento in cui evidentemente stava per alzarsi e cedere il posto ad un’anziana signora, che, a sua volta, aveva stampato sul viso un sorriso di gratitudine. Un signore distinto sulla cinquantina si era bloccato  mentre, gesticolando animatamente, tentava di spiegare al tizio che gli era di fronte qualcosa che evidentemente doveva stargli molto a cuore.

Ma dal fondo del corridoio un esile vecchietto si alzò dal sedile e, tremolante, appoggiandosi ad un vecchio bastone nodoso, le si fece incontro. Arrivato di fronte ad Anna si sedette nel posto vuoto vicino a lei e con un lieve gemito si accasciò, lasciando il bastone di lato. Sembrava, anzi era senza dubbio, molto anziano. La fissò con due occhi stranamente vivi, di un azzurro bellissimo che ricordò ad Anna il colore del cielo di montagna; due occhi che emanavano forza e vitalità, molto intensi ed inquietanti.

“Ciao Anna !”- disse con voce roca ma ferma.

“Conosci il mio nome? Ma chi sei?”

“Il mio nome è Giustino, ma tu puoi chiamarmi Gius.”

“ E chi?…”

“ Eh!… Io sono un guardiano…Il guardiano!”

“ Guardiano di che?”

“ Mmm…” – rispose infastidito il vecchio girando di poco il capo – “ il guardiano del tempo, non l’hai capito?”. E, così dicendo, si appoggiò al vetro dietro di lui e chiuse gli occhi come se fosse molto stanco.

“So cosa stai pensando” – riprese con gli occhi semichiusi – “che tutto questo non è reale, che stai sognando e che io non esisto, vero?”

“Beh…” – disse Anna perplessa –  “non so, io…”

“Sì, sì, ma ora stammi a sentire perché non abbiamo molto… tempo.” E così dicendo il vecchio ridacchiò sornione.

“Dunque tu vorresti che il tempo facesse un’eccezione per te, che fosse al servizio dei tuoi bisogni, giusto? Ma tu sai cos’è il tempo?”

“Sì, certo!” – rispose incredula Anna.

“No invece, non credo proprio!” – esclamò il vecchio guardandola con piccoli occhi penetranti.

“Tu pensi di saperlo, ma non è così. Il tempo non è quello che passa con le lancette dell’orologio o con il calendario, poiché questa è una convenzione degli esseri umani. Il tempo è ben altro.”

“E cosa allora?” – chiese Anna  improvvisamente presa dalle parole dello strano personaggio.

“È un concetto astratto, troppo difficile da spiegare con le parole, qualcosa di immutabile proprio perché è alla base dell’esistenza stessa, della vita di tutti voi.”

“ Noi?” – domandò ironica Anna.

“Già… beh, capisco che deve sembrarti molto strano quello che dico. Ma a te viene concessa un’opportunità. Sei fortunata ragazza mia, a nessuno è mai accaduto quello che stai vivendo ora, perciò stai a guardare: vedrai che c’è il modo di farti capire.” E così dicendo, afferrato il bastone, lo alzò di poco e facendo un rapido gesto nell’aria tracciò un cerchio immaginario, da cui scaturì uno strano luccichio. Poi la sua espressione si fece attenta.

“Ora chiudi gli occhi Anna, chiudi gli occhi e… guarda!”

E Anna  vide!

Mentre sua madre Adriana, con le possenti spinte della disperazione, la metteva al mondo, vide ciò che succedeva intorno, come se possedesse uno strano potere, come se riuscisse a vedere le immagini di un film. Nello stesso momento del parto infatti, pochi chilometri più in là, un criminale teneva sotto il tiro della sua pistola una coppia di anziani che gli avevano appena consegnato i loro averi. L’auto della polizia sbucò dall’angolo della via mettendolo in fuga.

Un invisibile orologio ticchettava nella mente di Anna mentre assisteva all’altra scena in programma. Stavolta si trattava della stanza accanto alla sala parto. Il chirurgo stava operando un caso difficile e sudava copiosamente sotto la mascherina verde. Anna percepì distintamente il pensiero di questi mentre, stanchissimo, alzando per un attimo gli occhi dal campo operatorio, desiderò essere fuori di là, in montagna con sua moglie.

Immediatamente dopo, la vista di Anna venne trasportata più lontano, affacciandosi letteralmente nella torre di controllo dell’aeroporto della città, anch’essa non molto lontana in linea d’aria dall’ospedale. Un controllore di volo stava dando istruzioni per radio a un aereo evidentemente in difficoltà per l’atterraggio.

L’orologio, l’invisibile orologio, ticchettava e rapita Anna osservava.

“Ed ora proviamo ad allungare i tempi di tutto quanto. Solo pochi secondi, pochi secondi!” – disse la voce del vecchio in sottofondo. L’invisibile orologio rallentò il suo ticchettio e quasi si fermò.

Il “film” ricominciò daccapo, ma in modo tale che la fine degli episodi cambiò.

Il chirurgo rimase fermo un attimo di troppo con la pinza in mano, pensando un po’ di più alla montagna e a guardare l’arteria, che invece avrebbe dovuto pinzare subito. Un potente getto di sangue zampillò, alzandosi per almeno quaranta centimetri dall’addome del paziente. Anna vide l’agitazione e percepì la paura dell’uomo e di chi gli stava intorno. La scena venne mandata avanti velocemente, come si fa di solito con un videoregistratore. Vide la moglie in prima fila e i  bambini, tre, il più grande dei quali non poteva avere più di otto anni. Solo questo piangeva insieme alla mamma di fronte alla bara del padre. Gli altri due le si stringevano addosso, spaventati e tristi.

Il poliziotto che guidava la macchina e che aveva avuto un attimo di umana distrazione vedendo che un gatto gli attraversava la strada correndo, si soffermò qualche istante di troppo a riflettere che somigliava tantissimo al suo Patroclo, che l’aspettava a casa al ritorno del suo turno di servizio. La macchina della polizia sbandò paurosamente affrontando la curva e finì contro il palo della luce.

“Al ladro!” – urlò disperato il vecchietto accanto alla moglie. Il criminale spaventato sparò, uccidendoli entrambi sul colpo; poi fuggì.

Il controllore di volo, che poco prima di ricevere il contatto radio del volo AK676 stava telefonando alla sua ex-moglie discutendo animatamente su chi dovesse tenere la figlia di undici anni nel week-end successivo, invece di troncare disgustato la comunicazione come aveva fatto prima, si attardò qualche secondo di più per dar sfogo alla sua rabbia. Questa volta l’avanti veloce si bloccò nel momento dell’urto della carlinga dell’aereo contro l’asfalto della pista. Le fiamme lo avvilupparono immediatamente e una tremenda esplosione mise fine all’esistenza di centoquarantasei persone.

“Ecco – disse il vecchio una volta che Anna ebbe riaperto gli occhi, accorgendosi sorpresa di essere tornata nel tram che era ancora fermo – “Questo può succedere a rallentare il tempo anche solo di pochi secondi; e sono solo piccoli esempi.”

“Ma… forse però…”

“Non ti sei persuasa?” – gli chiese stupito il guardiano scattando in avanti con imprevedibile vitalità.

“No è che… direi che può esserci anche qualcosa di buono nel ritardare il tempo che passa.”

“Dici?” – aggiunse sconsolato il guardiano –  “e cioè?”

“Beh, ecco… pensavo a mio padre.”

“Mmm…” – sospirò il vecchio annuendo leggermente  e riappoggiandosi al vetro – “eh, già, capisco.” E guardò con infinita tenerezza la donna, che ora aveva l’espressione afflitta di una bambina. “Ma ragazza mia non è come credi. Se si modificasse il tempo tutto potrebbe cambiare in infiniti modi. Le variazioni sarebbero imprevedibili e, quel che è peggio, ognuna conseguente ad un’altra, come una reazione a catena.” Ma vedendo che Anna  era ancora dubbiosa, aggiunse in tono dolce: “va bene, proviamo un’altra volta; l’ultima però. Credo proprio che ti convincerai, anche se quello che stai per vedere ti farà soffrire molto.”

E così dicendo fece ancora quel gesto circolare col bastone, producendo di nuovo lo strano scintillio di prima. Ancora una volta Anna sentì il ticchettio dell’orologio rallentare e, mentre assisteva alla propria nascita, udì la voce del vecchio dire: “Guarda, guarda bene, solo qualche secondo di più…”

Mamma Adriana mandò un urlo di dolore. Vide il trambusto che ne seguì. In fretta fu trasportata in sala operatoria, dove qualche minuto più tardi estrassero il corpo della bambina, che spirò di lì a poco.

“Capisci ora?”  – di nuovo la voce del vecchio – “non saresti neanche nata, non saresti qui ora!”

“Ma mio padre sì, lui avrebbe vissuto di più!” –  gridò disperata Anna tra i singhiozzi.

“Mi dispiace,”  – disse il vecchio scuotendo piano il capo –  “non è come credi. Guarda!”

E Anna  vide il volto amatissimo di suo padre, quel volto che per tante notti aveva sognato dopo che era morto. Lo vide sorridente prima e sofferente dopo, in preda alla malattia che lo avrebbe ucciso.

L’orologio rallentò di nuovo, quasi si fermò.

Stavolta sembrava proprio un film e molto realistico. Anna  vide sé stessa al capezzale del padre, che in quel momento aveva qualche minuto di insperata lucidità.

“Ciao streghetta!”, la chiamò con voce esile ed affettuosa.

Anna  piangeva senza lacrime, di dentro, silenziosamente, mentre lo stomaco le si aggrovigliava per il dolore.

“Mi dispiace tanto piccola, ma pare proprio che io me ne debba andare. Devi assolutamente ubbidire al tuo papà stavolta; non fare come al solito di testa tua.” Sorrideva dolcissimo mentre le sussurrava queste ultime parole. “Ricordati di essere sempre fiera di quello che sei e di vivere libera la tua vita, perché, anche se a volte può sembrare diverso, ne vale la pena. Tu…” e alzò la sua mano stanca  rinsecchita mentre lo diceva, “tu sarai una bellissima persona, ma tieni duro, non mollare mai!” Poi la mano scivolò di colpo dai capelli della ragazza.

Anna, che assisteva alla scena più dolorosa di tutta la sua vita, non riuscì a non provare lo stesso senso di vuoto di trent’anni prima.

Non ci fu bisogno dell’avanti veloce questa volta. Si vide, appena diciassettenne, aprire la finestra della camera dell’ospedale, e, disobbedendo per l’ultima volta al suo papà, scavalcarla,  lasciandosi cadere dal quinto piano.

“Quelle poche parole che tuo padre ha avuto il tempo di pronunciare hanno cambiato tutto, capisci?” – disse la voce del vecchio nella sua testa – “non sarebbe accaduto quello che hai visto altrimenti e tu non saresti ancora viva. E ora non mi dire che non sei contenta di esserlo: se c’è qualcuno che ama la vita quella sei tu, lo sai bene! Anche se la sofferenza che hai provato è stata enorme e ti ha sopraffatto per anni, alla fine sei riuscita a superarla. L’anoressia di cui sei stata vittima in seguito alla morte del tuo papà, e l’analisi di cinque anni a cui ti sei sottoposta, la persona che hai conosciuto per questo, tutto ha contribuito a far sì che la tragedia più grande della tua vita si sia rivelata alla fine una cosa preziosa che ti ha fatto diventare, anche se a carissimo prezzo, una persona fantastica, come tuo padre avrebbe voluto. Ma pochi secondi di più, solo pochi secondi, ti avrebbero fatto superare il limite e distrutto per sempre.”

Anna piangeva ora. Quel ricordo rivissuto in modo tanto verosimile l’aveva lasciata sconvolta, e, silenziosa, guardava torva, tra una lacrima e l’altra, il vecchio seduto lì davanti a lei, nel tram.

“Già, ora sai.”  – disse piano il guardiano del tempo –  “ora finalmente hai capito. Il tempo non è mai né tiranno né nostro servo; siamo noi a doverlo utilizzare bene. Solo allora lo sentiremo amico. È stupido stare a desiderare che rallenti o che acceleri, a lamentarci che non sia sufficiente per vivere, o, ancora peggio, a farne l’unico responsabile dei nostri fallimenti o dei nostri desideri irrealizzati. Per ogni individuo che desidera più tempo ce n’è pronto un altro che desidera il contrario. Il tempo è immutabile e non segue le leggi dell’uomo, e per fortuna come hai visto. Io sono il garante di questo.”

Queste ultime parole le disse con una certa enfasi, dopo di che il vecchio Giustino si accasciò stanchissimo ad occhi chiusi sul sedile del tram, abbandonando il capo all’indietro.

“Adesso mi scuserai Anna ma devo andare via, devo lasciarti. Ma tu ricordati di quello che hai vissuto, fanne buon uso e che non ti venga in mente di convincerti che sia stato tutto un sogno, dopo. Sono le persone come te che fanno bella la vita e che la fanno apprezzare; perciò ogni minuto che vivrai sarà sempre giusto per quello che è. Non chiedere di più!”

Una specie di nebbia cominciò ad avviluppare il vecchio, che ora sembrava in punto di morte. Solo i suoi occhi si intravedevano in quel grigiore e il loro azzurro si trasformò in un profondo blu cobalto, espandendosi fino ad occupare tutta la visuale di Anna. Il vecchio stava scomparendo, come dissolvendosi nel nulla. Ora il colore dei suoi occhi era veramente quello del cielo di montagna. Ad un tratto si materializzarono delle nuvole in quel cielo fantastico e su una di esse vide adagiato il corpo del vecchio. Poi iniziò la trasformazione e Anna lo vide rimpicciolirsi velocemente e prendere le sembianze di un bambino, un neonato.

Dentro la sua mente arrivò la risposta alla sua domanda: “certo; il tempo non può morire, ma solo rinnovarsi.” Questo la fece sentire bene, finalmente bene.

“Ricorda Anna, ricorda!…”  – diceva la voce di Giustino che le arrivava da lontano, da molto lontano.

La nebbia si dissolse di colpo e Anna si risvegliò. Si trovava in piedi, nel tram, ancora affacciata al finestrino della piattaforma.

“Dio!… ma devo aver sognato!” Poi ricordò le parole del guardiano del tempo: “Che non ti venga in mente di credere di aver sognato…”

Si guardò intorno e si accorse che tutto lentamente ricominciava a muoversi.

Il tram riprese il cammino con uno strattone e le persone non sembravano più statue di cera. Fuori il vento di primavera aveva ricominciato a soffiare ed era anche più profumato di prima. Le foglie dei platani sembravano più vive e si agitavano all’aria coi loro colori bruni e argentati. Le rondini garrivano felici e la gente, le macchine, perfino i cartelloni pubblicitari e l’erba dei prati emanavano calore, con una intensa policromia. La vita pulsava più che mai ai suoi occhi e di nuovo Anna si sentì felice di vivere e di esserci. All’interno del tram le persone apparivano con una sconcertante quanto rassicurante normalità.

Mentre ancora frastornata per l’esperienza vissuta, di cui non era neanche certa, ripensava a suo padre, il tram rallentò, questa volta solo per effettuare la fermata. Anna d’impulso scese e si incamminò decisa verso il parco. Si tolse le scarpe e a piedi nudi camminò sull’erba giovane del prato, compiacendosi del lieve solletico che provava in quel contatto primordiale. Decise che più tardi sarebbe andata a dare un’occhiata a quel mercatino che tanto l’attirava.

Ad un tratto qualcosa di rosso catturò la sua attenzione. Si voltò e vide che un palloncino era sfuggito dalle mani di un bambino, che, triste e sconsolato, lo indicava alla mamma col dito della mano paffuta. Anna seguì con lo sguardo la salita del palloncino rosso nel cielo azzurro. Senza chiedersene il motivo si tolse meccanicamente l’orologio dal polso e  lo infilò nella borsa.

Quel semplice gesto la fece sorridere e, felice, sentendosi libera, riprese il suo cammino.

Il verso insistente del cucù svegliò di soprassalto Sigismondo.

Si ritrovò seduto nel suo giaciglio col cuore in tumulto e le gambe penzoloni chiedendosi se stesse sognando.

“ Accidenti!” – esclamò a voce alta – “accidenti, ma che diavolo?…”

Poi guardò la sedia accanto al letto e vide che la sua bisaccia pencolava da una parte, quasi rivolta all’in giù.

“No! Accidenti, NO!”  – disse ancora come pregando qualcuno che non esisteva.

Si alzò di scatto ed esaminando la bisaccia capì che tutta la sua polvere magica era scomparsa.

“Non è possibile! Ma perché sono così sbadato? Che sarà successo ora? A chi avrò procurato danni? Adesso sì che non ho scampo, chissà quanto mi prenderanno in giro!”

Così Sigismondo decise che non ne avrebbe parlato con nessuno e pazienza per l’occasione perduta. Avrebbe dovuto aspettare ancora per diventare il capo del villaggio; ma in fondo era giovane, molto più di tanti altri : aveva soltanto centosedici anni!

Il tempo certo non gli mancava!

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