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LA LUNGA ESTATE CALDA

Caricò la beretta stando bene attento a non togliere la sicura. La infilò nei pantaloni, di dietro, e senza perdere tempo uscì di casa.

“Il premier Bruscoloni ha presieduto oggi il consiglio dei ministri, riunitosi per deliberare sui tagli delle tasse più volte messi all’ordine del giorno…”

“Sì…come no?” Disse tra i denti.

segni-e-textures-vibranti-nei-quadri-astratti-L-hqx7gLSpense la TV sbuffando. Sbadigliando si alzò e andò ad affacciarsi al balcone. Vide subito quello del quinto piano di fronte che, in mutande, annaffiava i vasi sul terrazzo. L’aria era immobile, rovente, come in una notte d’agosto; ma era il 3 novembre! Gettò un’occhiata al termometro inchiodato al muro: 24 gradi! Ed erano le undici di sera!  Ebbe voglia di fumarsi una sigaretta, ma erano ormai quasi sei mesi che non lo faceva. Con un sospiro rientrò, e dopo aver gettato uno sguardo pieno di odio allo schermo della TV spenta, accese il pc e cliccò su Word, con l’intento di scrivere qualcosa.

Accarezzava con morbidi gesti le sue cosce levigate, abbronzate e affusolate. Poi si soffermò sul suo ombelico. Un paio di secondi dopo la sua mano era scivolata più giù, e con naturalezza, dolcemente, le accarezzava il pube. Lei gemette piano e lui sentì un fuoco divampargli dentro, facendolo impazzire dal desiderio di lei. Rimpianse di aver rimosso il ventilatore. Era novembre sì, ma era come se fosse ancora agosto  e lui soffriva talmente il caldo da non poterla amare.

Le sue dita danzavano agili muovendo i ferri da lana. Era indietro col vestitino di cotone. Il nipotino aveva già tre giorni e l’indomani sarebbe uscito con la mamma dall’ospedale. Avrebbe voluto darglielo all’uscita ma il caldo le aveva impedito di lavorare a lungo. Le sue vecchie mani artritiche sudavano troppo a volte, e lei si era dovuta fermare spesso. Si sarebbe riposata un poco e avrebbe preso la sua tisana, ma fredda per carità! Sorrise pensando a quel che le aveva detto suo figlio Mauro, di metterci un po’ di ghiaccio e farsela… “on the rocks!”

“Che scemo!” Pensò sorridendo, ma devo sbrigarmi altrimenti non farò in tempo. Caldo o no devo finire entro dopodomani.

Strada facendo maledì quell’afoso autunno di merda. Non aveva potuto far a meno di mettere il giubbotto di jeans sulla maglietta di cotone, perché non avrebbe saputo come nascondere la pistola. Sudava come un porco mentre a passo deciso passò davanti al centro commerciale. La tv sempre accesa all’interno della vetrina mandava le immagini di Gaza. Aveva sentito la notizia al telegiornale delle otto. Un ragazzino di sedici anni si era fatto saltare in aria in nome di Allah e aveva squartato otto persone. Tre di queste erano bambini.

Deciso riprese il cammino allungando il passo.

Puzzava come un caprone. Tutto il giorno a sudare in sala operatoria, bardato con i camici e le incerate chirurgiche, come fossero i  paludamenti sacri del prete prima di dire messa. Il cappelletto, la mascherina, i guanti, l’incerata sotto il camice sterile, il camice appunto, tutto lì, sotto la lampada scialitica che picchia come il sole di fine luglio in città. E l’aria condizionata della sala operatoria rotta da un mese. Ogni volta era un bagno turco con i rivoli di sudore che colavano lungo la schiena facendo pure il solletico, senza che uno neanche si potesse grattare, e le gocce di sudore, che dalla piccola porzione di fronte scoperta, rischiano di finire nell’addome aperto del paziente e provocare una seria infezione. “ Carlooooo!…” E subito il piccolo ma gagliardo infermiere, un po’ tutto fare, che arriva con la garzetta ad asciugare le gocce pericolose prima che cadano. E quello stronzo del direttore sanitario, guarda caso anche primario chirurgo, che, per non smettere di operare e per non perdere clienti privati, si rifiutava di sospendere gli interventi di elezione. “Io non sudo!” Diceva il dr. Stronzo, come se non sapessero tutti come stavano realmente le cose.

Finalmente sarebbe arrivato a casa per fare una doccia. Una lunghissima doccia! Per fortuna che non aveva ancora messo via il condizionatore mobile. L’anno precedente in quel periodo cominciarono ad accendere il riscaldamento. “Che sia il surriscaldamento del pianeta per l’effetto serra?” Si chiese. “Boh!” si rispose “Che palle però!” E si infilò in macchina accendendo al massimo radio e climatizzatore.

Se continua così le rate  della macchina nuova saranno più leggere, pensò tutto contento. A furia di fette di cocomero le entrate erano salite parecchio. Aveva fatto proprio bene a conservare le angurie fino ad allora nella speciale serra dello zio Nicola. Certo il trasporto dalla puglia era costato un po’, ma ora il suo chioschetto era l’unico a vendere ancora fette di cocomero….a novembre!!!

“Sì? Due fette? Certo! Come?…Ah, vuole queste che stanno proprio vicino al ghiaccio? Certo, e come no? Che caldo è?…”

“Se continua così dovrò prendere le ferie forzate a gennaio, ma non per andare a sciare! Altroché! Dovrò chiudere baracca!” Parlava a voce alta Mario mentre sistemava gli addobbi di Natale tra gli scaffali in prossimità della vetrina principale.  “E pensare che proprio quest’anno ho comprato gli alberelli da scrivania e gli addobbi made in Italy non made in Taiwan. Ero certo che avrebbero tirato di più; e invece sto’ caldo! Sono stato proprio un coglione!”

Era quasi arrivato,  mancavano appena tre isolati. Si fermò un attimo sotto l’insegna del bar all’angolo. Aveva le mani bagnate di sudore, un po’ per la tensione e molto per il caldo. Era tutto appiccicoso. Una carta moschicida. Perfino l’impugnatura della pistola sembrava essere ricoperta di colla. Decise che si sarebbe rinfrescato un po’ nella toilette del bar, sì, così si sarebbe sentito più pronto. Prima di uscire si scolò due bicchieri di tè freddo alla pesca. Lo facevano davvero bene lì.

Salutò con un cenno il cameriere che, con l’aria disfatta dal caldo e dall’ora, gli aveva indirizzato un mezzo buonasera con un occhio solo. Poi riprese la sua strada.

Tatanka Yothanka era sempre stato il suo preferito, insieme a Geronimo, il ribelle. Certo però quel Sitting Bull che gli avevano affibbiato i bianchi era uno sfregio. Però Toro era, eccome! Stava lì, all’ombra della grande quercia ombrosa pronto a mandare il suo canto indiano imparato sulle cassette registrate da suo cugino Alfredo. Era il canto della danza della pioggia e voleva tanto provarci. Ma si vergognava di mettersi a strillare dentro casa, col vicino che già lo guardava storto normalmente. Così era andato al parco, alle tre di pomeriggio, sotto la “canicola di novembre” (32°!) a dar libero sfogo alla sua ugola per cantare quell’inno sacro che tanto lo aveva colpito. Sudava copiosamente e si sentiva un po’ a corto di fiato per l’afa innaturale, ma arrivato sotto l’ombra del grosso albero, guardatosi in giro per escludere presenze fastidiose, mandò il suo urlo alla natura. L’ululato fece scappare i passeri accaldati che si erano rifugiati sotto le foglie della quercia, ma lui, incurante, continuò a darci dentro.

“Che palle! Niente di peggio di un raffreddore d’estate!” pensò mentre si soffiava il naso con un pezzo di carta igienica, visto che i fazzoletti erano finiti. “Ma quale estate? Siamo a novembre, porco mondo! Qualcuno dovrebbe fare qualcosa!… sì, vabbè “ finì col dire rendendosi conto. “E’ che non se ne può proprio più!”  E lasciò cadere i fogli che aveva sotto il braccio sulla scrivania, accorgendosi così che erano completamente zuppi di sudore ascellare. “ E che schifo!” imprecò “ora come faccio a presentarli?” Ci pensò un attimo, poi decise che il capo ne avrebbe dovuto fare a meno. Se si fosse incavolato, con il caldo che faceva, sicuramente non avrebbe fatto tanto casino. “ Ma sì che poi…” uscì che si soffiava di nuovo il naso ormai rosso come un pomodoro.

“Ahhh, che fico!”

Nessuno se ne sarebbe accorto che sotto il bancone dei giornali teneva un bacile con l’acqua fredda in cui aveva immerso i piedi.

“Che meraviglia!” ripeté mentre con l’aria estatica guardava fuori.

“Il corriere per favore!”

“Eh? Ah sì, subito!.. Che caldo è?”

“Spaventoso! Almeno lei sta all’ombra della sua edicola. Anche se mi sa che deve farci un caldo…”

“Sì beh, ma ho questo!…” e indicò il piccolo ventilatore.

L’altro fece una smorfia di compassione prese il giornale e se ne andò.

“E ho questo!” aggiunse guardandosi soddisfatto i piedi a mollo nella bacinella di acqua gelata sotto il bancone.

 Andò meglio del previsto. Le due guardie armate si erano rifugiate vicino alla fontana dell’atrio, dove l’acqua che scorreva in una poco probabile rappresentazione del Nilo dell’antico Egitto, dava senz’altro una sensazione di refrigerio. Una di loro si era proprio tolta le scarpe, l’altra si appoggiava al fresco marmo dell’ingresso. Avevano entrambi l’aria sfatta e, soprattutto, gli occhi semichiusi. Sgaiattolò di lato prima che  due carabinieri sistemati nella guardiola  riuscissero a sorprenderlo.

“Vuoi vedere che non c’è?” Si disse mentre saliva le scale ansimando come un mantice “vuoi vedere che se né uscito da qualche altra parte, il maledetto! Magari s’è andato a prendere una granatina al limone”

Ma no, invece c’era.

Era nello studio che scriveva. Entrò risoluto e si fermò, aspettando. L’aria condizionata gli fece appannare gli occhiali per quanto era al massimo. Se li tolse. L’altro alzò il capo e rimase fermo e interdetto. Quattro, cinque secondi di immobilità, non di più. Poi, mentre quello fece per aprire la bocca, magari per urlare, lui fece fuoco con la beretta. Uno, due, tre, quattro colpi, tutti in successione perfetta, tutti al cuore, come si era ripromesso di fare.

“Il presidente” si accasciò con un rantolo sulla costosa poltrona di pelle nera.

“Almeno per oggi non avrai più caldo!” Sentenziò ghignando. Poi si stupì della situazione surreale e del suo sangue “freddo”. Subito dopo, con calma, uscì e ridiscese le scale.

Il silenziatore gli permise di fuggire con tranquillità e con due proiettili ancora in canna,  per precauzione.

 “…il caldo innaturale delle ultime settimane è destinato ormai a finire. Il servizio meteo prevede infatti l’arrivo di un fronte freddo per domani su tutto il paese che porterà forti temporali e soprattutto un brusco e deciso calo delle temperature…”

Potenza della suggestione! Gli sembrava già di sentire meno caldo. E ripose la beretta ormai scarica nel cassetto del comò.

L’indomani sarebbe stato il 4 novembre: il giorno dell’armistizio!

Fonte immagine: http://it.paperblog.com/segni-e-textures-vibranti-nei-quadri-astratti-di-alice-bernardi-1428532/

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