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LA LETTERA DI MARIO

lettera-1Maria carissima,

sento il bisogno di scriverti queste poche righe dal momento che purtroppo non ho la possibilità di poterti parlare.
Guardando fuori dalla finestra vedo che c’è il sole e un leggero soffio di vento agita le foglie degli alberi.
È ancora febbraio, ma da qui sembra già di sentire la primavera che incalza.
Steso su questo letto il tempo non passa mai, sarà anche perché i libri, che mi hanno accompagnato in ogni istante della mia vita, non mi bastano più. Leggo l’ultimo romanzo, pure avvincente, ma senza che riesca veramente a capire quello che dice. La verità è che il dolore al petto mi tiene sempre compagnia e, ancora peggio, c’è il dolore che provo per non poterti abbracciare e parlare.
Domani dovresti venire a trovarmi, ma credo che non riusciremo a stare insieme, perché forse mi faranno le analisi e probabilmente anche la coronarografia. Anzi, proprio poco fa, ho sentito l’infermiera dire che forse me la faranno proprio oggi. Chissà?
Non è certo la prima volta che stiamo lontani, ma questa mi sembra diversa. Mi vengono in mente tante cose del passato, dei nostri quarantanove anni di matrimonio, ma non riesco a rammentare niente di brutto. Non mi sembra che ci sia stato mai un giorno in cui abbia dubitato del nostro amore. Se crisi ci sono state, evidentemente non hanno lasciato alcun segno. Lo so che è assurdo, ma dopo tanto tempo passato a vivere l’uno accanto all’altro capisco che, se anche tutto è cambiato intorno a noi, non è cambiato il desiderio di starti vicino e di ascoltarti, di parlarti, di dirti che ti amo. Sì, io ti amo. Ancora ti amo! In realtà ti ho sempre amata, a dispetto di quelli che dicono che l’amore non esiste, che non è eterno, o che, magari, non è più di moda. L’unico momento fantastico qui è quando tu varchi la soglia del reparto accompagnata dai nostri figli. Che gioia poterti rivedere, parlare e abbracciare e che gioia averti vicino.
L’altro giorno, mi pare che fosse mercoledì, all’ora di visita non è venuto nessuno di voi a trovarmi, ma va bene lo stesso. Là fuori la vita continua, lo so bene. Ci sono impegni, lavoro, imprevisti e tante difficoltà per venire fin qui; specialmente per te, costretta su una sedia a rotelle! Povero amore mio!
L’altro giorno, dicevo, la moglie di Ernesto, quel signore tanto a modo che giace sul letto di fronte al mio, parlava dei loro nipotini; mi pare che siano due. Gli portava i loro saluti e anche qualche foto. Beh, mi son fatto un piantarello, ma non perché ero triste, no! Piangevo perché capivo di essere stato fortunato nella vita. Sono riuscito a superare tante prove (chissà perché mi viene in mente più di tutte l’anchìlosi all’anca, quando avevo sei anni), sono sopravvissuto alla guerra, ai tedeschi! Mi sono laureato come volevo ed ho trovato un buon lavoro che ci ha permesso di non farci mancare mai nulla. La salute mi ha assistito sempre (almeno fino ad ora) e soprattutto ho incontrato e sposato una donna straordinaria. Abbiamo avuto tre figli meravigliosi e per finire quattro fantastici nipotini. Quattro! Ti ricordi quando pensavo che non sarebbero mai arrivati? E invece ho avuto la fortuna di godermene quattro addirittura! E tutti bellissimi: Martina, Flavia, Livio e in ultimo il piccolo Emilio. Ho avuto tanti amici e abbiamo girato per il mondo insieme. Ci siamo incantati di fronte al sole di mezzanotte, stupiti della maestosità delle piramidi, persi nella grandiosità della Piazza Rossa, commossi davanti alla Nike di Samotracia e ai Girasoli di Van Gogh e tanto, tanto altro ancora. Ho fatto un mucchio di cose belle (e ne farei ancora altre), che mi hanno permesso di vivere i miei settantanove anni con il piacere di esistere.
Certo non è sempre stato tutto facile. Ci sono stati anche momenti difficili, ma c’eri tu! Ci sei sempre stata tu! E non avevo bisogno d’altro in quei momenti, perché la tua presenza li trasformava in momenti belli. Davvero è andata così!
Però, se ora tiro le somme non ti devi preoccupare. Non angustiarti se ripenso a queste cose. In fondo alla nostra età si deve essere pronti al peggio, no?
Maria, dolcissimo amore mio!
L’unico cruccio che ho ora è di non poterti avere accanto a me.
Ricordi quante volte ci siamo distesi sul nostro letto per alleviare il dolore della tua schiena e della mia gamba, rimanendo così, l’uno accanto all’altro a parlare, tenendoci la mano. Era molto bello!
Chissà? Forse la prossima settimana rileggeremo insieme questa lettera e grideremo allo scampato pericolo. Chissà? È già successo altre volte no?
Mi accorgo che l’emozione di scriverti può aggravare la precarietà del mio stato. Lo vedo dal monitor che ho sul letto. Questo mio vecchio cuore, stanco e arrugginito, ogni tanto mi manda messaggi poco incoraggianti. Credo proprio che voglia riposarsi anche lui.
Voglio però finire questa mia lettera con il pensiero rivolto a tutti voi: ai miei cari figli, ai nipoti dolcissimi e affettuosi, ai generi premurosi e soprattutto a te, Maria, fedele compagna di una vita. C’è posto per tutti voi nel mio cuore malato!
Spero di esserci ancora dopodomani, ma, in caso contrario, non struggetevi troppo, perché non è questo che desidero. Se ora voi vivete in me, io vivrò in voi e con voi resterò per sempre. Coraggio dunque! Vivete con entusiasmo, come ho cercato di fare io. Ne vale la pena!
Addio Maria, chissà che non mi sia sempre sbagliato a proposito della vita ultraterrena. Chissà che un giorno non ci si possa ritrovare da qualche parte.
A presto dunque! Ti bacio e ti abbraccio forte!

Mario

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